sabato, gennaio 06, 2007

La verità è che con l’anno nuovo mi sono rimessa in testa di finire un libro, oh sì proprio un libro, iniziato un paio d’anni fa, le circostanze precise non le ricordo, era il 2005 e stavo per laurearmi in filosofia teoretica e avevo ancora intenzione di fare una tesina su magritte e ceci n’est pas une pipe e poi, per circostanze che invece ricordo molto bene, ho finito per scrivere qualcosa su donare il tempo di derrida di cui a tutt’oggi non trovo il senso (e sospetto fortemente ne abbia mai avuto uno).
A giorni mi hanno chiesto di preparare un intervento di dieci minuti per un incontro tra studenti a tema Giacomo D. per l’appunto.
Derrida è bello perché dice qualunque cosa, quindi nessuno può seriamente contraddire il tuo punto di vista in merito. Forse me la caverò.
Ho iniziato a leggere Memorie di un cieco al contrario, cioè a partire dalle considerazioni finali del curatore. La storia della triplice cecità della nostra epoca nei confronti di passato, presente e futuro sembrava essere interessante. Ma dubito riuscirò a partorire qualche pensiero intelligente in merito, ho il cervello per l’80% ingombro di cibo festivo e per il 20% impegnato nella lettura spasmodico-compulsiva di Underworld. Le pagine si assottigliano e io so, assolutamente, quanto mi mancheranno Klara Sachs/Sax, Matty Shay, Lenny Bruce, il pazzo visionario che legge complotti governativi sulle banconote da un dollaro, Edgar che spia Clyde da specchi apparentemente abbandonati in apparenti punti strategici e tutti gli altri centinaia di personaggi che compaiono nel corso di questo lungo e appassionante mattone americano. Avevo pensato di iniziare Infinite Jest nell'immediato seguito, ma credo mi ci vorrà una pausa, credo dovrò leggere qualcosa che non abbia più di duecento pagine e che parli d’amore, poesia, tinte pastello e speranze primaverili.
Stasera è un’altra sera.
In cui avrei potuto collegare la maledetta memoria esterna e recuperare quei cinque, forse dieci capitoli già scritti e gli altri appunti e le considerazioni sul perché sarebbe meglio lasciar perdere tutto e lasciare che prima o poi un’ineluttabile formattazione cancelli la questione narrativa.
In questione.
Come fossi brava sul serio.
Come se bastasse riempire una moleskine ogni tanto di versi e pensieri altri per dirsi scrittrice. Ma il punto vero è che io il libro mica lo voglio scrivere per diventare qualcuno.
E’ qualcosa che devo fare e basta, è una specie di cassetto che, mannaggia a me, ho lasciato aperto, e devo chiuderlo ora perché poi metti mai trovi un lavoro, un’occupazione, qualcosa e mi dimentichi questo pezzo per strada.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

credo che per poterci definire scrittori sia sufficiente possedere l'urgenza di scrivere, di raccontare e di porsi delle domande. La stessa urgenza che, come posso solo intuire, anima te e tutto ciò che fai. Continua così!

Eliduin ha detto...

Hai ragione... un libro va finito.
Perchè poi, davvero, inizi a lavorare, entri in un giro di danze vorticose e non lo finisci più... e tutti i personaggi sono lì, che aspettano te a dare una svolta al loro destino...
Un libro va finito... anche se sai già che destino attende ogni personaggio, anche se hai già definito tutti i tratti del carattere di ciascuno, anche se hai già immaginato i colloqui e le scene...
Finiscilo...

Anonimo ha detto...

whew! (sollievo) ... Ti confesso che aspettavo il tuo paccodono con trepidazione immensa! Controllavo ogni dì se quei salami dei corrieri avevano appiccicato qualche foglietto sui campanelli o se si era staccato o se si era persempre perduto!!! Sono curiosa come una maledetta scimmia!!!!!