Certe malinconie vengono a galla sono quando sei stanco.
O ubriaco.
O quando la mattina sonnecchi nel tuo interregionale avvolto dalla nebbia e poi cammini stringendo le dita nei guanti per non sentire freddo.
C'è qualcosa di giusto nel tuo essere lì in quel momento.
Quella sensazione di pulito, di coscienza pulita che senti galleggiare nello stomaco ogni volta che ti impegni in qualcosa di nuovo.
C'è qualcosa di giusto nella tua voce di (quasi)adulta che spiega la differenza tra "un altro" e "un'altro" e per un attimo fa finta di crederci davvero alla faccenda che un apostrofo può cambiare il mondo, che un po' di italiano, storia e geografia salveranno questi giovani bimbi da un destino insipido.
Qualcosa di giusto nel saltare il pranzo per correggere i compiti ed elargire più, meno e consigli di correzione.
E poi, in fondo, dietro una tenda e poi l'altra, qualcosa di sbagliato punta le unghie e graffia un pochino le pareti dei ventricoli. Non si capisce cosa sia, forse una lacrima che vorrebbe scendere e si trattiene per dignità.
Forse è solo accorgersi che il tempo di un certo modo incantato di sperare nel mondo si è quasi consumato. La candela è alla fine, gli invitati sono già andati da un pezzo.
Ed è così, in quel buio giusto e sbagliato al tempo stesso che soffiare ed esprimere forte il proprio desiderio sembra l'unica cosa, giusta e sbagliata, da fare.
mercoledì, gennaio 31, 2007
*After Hours
venerdì, gennaio 26, 2007
Miss supplì
Nel mentre sono diventata una prof.
Dopo la laurea avevo deciso di non fare la specialistica perchè avrebbe avuto senso solo nel caso in cui fossi voluta diventare una prof. Non mi ci vedevo.
Quindi ho fatto cose, ho visto gente.
La mia vita ultimamente era parecchie ore passate in pigiama a cucinare.
Sembravo la protagonista di un romanzo di banana yoshimoto.
La realtà per me era diventata una questione di gradi di cottura e farina doppio zero.
Mi ero quasi convinta che un giorno avrei aperto una zupperia. Mi immaginavo grassa e felice con bambini grassi e felici che succhiavano le loro zuppe facendo rumori disgustosi. Mi ero concentrata sulla carta da parati della mia zupperia dei sogni. Un po' anni settanta. Con un frigorifero di quelli colorati e le ciotole in tinta.
Avevo guardato con preoccupazione il calendario appurando che gennaio era pressoché trascorso e nessuna delle cortesi agenzie interinali in cui mi ero recata mi aveva fornito una cortese risposta.
Da lunedì sarò una prof delle medie. Anzi una suppl.
Tutto ciò è capitato in modo improvviso, mentre compravo degli gnocchi alla romana in rosticceria. Quelle chiamate che ti cambiano la vita.
Credevo fossero di nuovo quelli della vodafone.
Per entrare a scuola bisogna suonare il campanello.
Io avrò due classi. Una prima, di cui mi sono stati taciuti gli elementi, e una seconda che pare di 27 bambini di cui alcuni molto agitati. Devo fare italiano-storia-geografia. Tutto ciò che ricordo della mia istruzione delle medie sono la taiga e la tundra. Mi avevano affascinato soprattutto per la musicalità dei nomi. Ah, c'era anche la torba, il mio argomento a scelta preferito di educazione tecnica. Taiga, tundra e torba.
Quando ho iniziato a fare animazione facevo terza superiore.
L'impressione che essendo l'ultima arrivata mi avrebbero rifilato un bidone si era fatta forte quando entrata nella stanza in cui avrei trovato i miei "ragazzi" costoro erano intenti a lanciarsi banchi. Proprio di peso, e non sempre gli riusciva di prenderli al volo.
Era stato come catapultarsi sul set di apocalypto. Dopo un paio di mesi di domande oscene, flatulenze, meteorismi, urla da giungla, palpeggiamenti, insulti, turpiloqui, erano diventati docili agnellini che per andare in bagno mi chiedevano il permesso per recarsi alla toilette. Tutto ciò era capitato in modo improvviso mentre stavo pensando di non essere portata per la gestione degli adolescenti. Oggi quei ragazzi lì hanno quasi diciotto anni.
Anche R. quello che al primo incontro alzando la mano mi aveva candidamente chiesto "Mi fai una pompa?".
Io lo ringrazio R. perchè da quel giorno non temo più le reazioni delle persone.
Che facciano seconda media, le superiori e l'università.
Se gli ho insegnato qualcosa lui di certo mi ha insegnato una fulminea capacità di adattarmi alle situazioni.
Così da lunedì divento una suppl.
venerdì, gennaio 19, 2007
*Do You Think There Is A Heaven?
Vivo nell'attesa spasmodica di questo film.
Era uscito in Francia quando ancora stavo dalla loro parte.
E' passato un mucchio di tempo.
Dalla Francia, dall'ultima volta con Michel Gondry e la sua eternal sunshine of the spotless mind, da molte altre cose.
Certe volte mi piacerebbe averlo un bel cavallo di pezza come questo di sopra, cui salire in groppa per una passeggiata tra-sognata nel passato.
Senza essere vista, senza dare fastidio a nessuno, solo per ripercorrere luoghi e sensazioni ed essere sicura di ricordare.
Ricordare per me è fondamentale. Come sognare del resto.
Questo nuovo anno sembra aver tirato fuori da me cose novità inaudite o che sembrano tali.
Eppure il cavallo servirebbe proprio a questo: capire da dove arrivo per capire dove devo dirigere i miei passi.
lunedì, gennaio 15, 2007
Oggi cucino io
In questi primi giorni del 2007, nonostante l'oroscopo narrasse meraviglie per la sottoscritta ancora non è capitato niente di sfolgorante. Il biglietto della lotteria non era quello vincente, ho comprato invano tre grattaevinci senza nulla vincere e stavo pensando di buttarmi sul lotto e le corse ai cavalli. Fortuna volle che però mi sia beccata una simpaticissima influenza, dapprima sottoforma di raffreddore ammorbante e poi di febbre sballoide.
Il peggio sembrerebbe passato ma a titolo precauzionale mi sono rinchiusa in casa a smaltire gli ultimi strascichi del morbo; poichè però appartengo alla categoria di persone che l'appetito non lo perde quasi mai per combattere la noia mi sono data ai fornelli e oggi ho scodellato una pasta niente male che ho deciso di postare qui sul blog per dare un cenno della mia presenza.
A me il curry piace decisamente tanto, così come tutte le spezie in generale.
Detto questo l’idea di base era utilizzare lo zafferano (che invece non amo per niente) per “colorare” le zucchine ma quando con grande gioia ho scoperto di non averne in casa il curry mi ha sorriso dicendo “Usami”.
Il seguente piatto era stato catturato in un'immagine che però l'infido computer ha deciso di non aprire. Pertanto lavorate di immaginazione.
Ingredienti:
Una zucchina (se sono piccole anche due)
Uno scalogno
Un cucchiaino di curry
Due cucchiaini di panna
5/6 pomodori grappolo
Sale q.b.
Pepe q.b.
Panna da cucina (forse)
Come si fa:
Lavate la zucchina e tagliatela in verticale per formare delle striscioline il più possibile sottili. Sarebbe meglio un coltello affilato ma fare attenzione alle dita (io ho tentato di tranciarmi l’anulare sinistro, tipo lezioni di piano tanto per intenderci). Lavate pure i pomodori, tagliateli a tocchetti consistenti (altrimenti diventano poltiglia) cospargeteli con un pizzico di sale e metteteli a perdere acqua (io molto barbaramente utilizzo lo scolapasta, sempre per la tecnica del meno si sporca e più mia madre sarà di buonumore).
Poi soffriggete lo scalogno con un cucchiaio e mezzo d’olio extravergine d’oliva e gettate le striscioline di zucchine e i simpatici pomodorini.
Le zucchine perderanno un po’ d’acqua così come è nell’ordine delle cose.
Quando ciò accadrà non fatevi prendere dal panico e avanti col cucchiaino di curry!, in modo da creare una sostanziosa “pucia” così come si dice da queste parti. Se di acqua vi pare ce ne sia troppo poca, aggiungere quella di cottura della pasta. Perché nel frattempo avrete messo a bollire 180 grammi di fettuccine all’uovo.
*La panna è un optional. Io la uso per addensare un po’ il sughetto ma per coloro che non la apprezzano particolarmente, anche un cucchiaino di farina è gradito.
Detto questo scolate la pasta con un minuto di anticipo, fatela saltare in padella e servite con abbondante parmigiano/pecorino/quello che vi pare.
Bon apetit.
sabato, gennaio 06, 2007
La verità è che con l’anno nuovo mi sono rimessa in testa di finire un libro, oh sì proprio un libro, iniziato un paio d’anni fa, le circostanze precise non le ricordo, era il 2005 e stavo per laurearmi in filosofia teoretica e avevo ancora intenzione di fare una tesina su magritte e ceci n’est pas une pipe e poi, per circostanze che invece ricordo molto bene, ho finito per scrivere qualcosa su donare il tempo di derrida di cui a tutt’oggi non trovo il senso (e sospetto fortemente ne abbia mai avuto uno).
A giorni mi hanno chiesto di preparare un intervento di dieci minuti per un incontro tra studenti a tema Giacomo D. per l’appunto.
Derrida è bello perché dice qualunque cosa, quindi nessuno può seriamente contraddire il tuo punto di vista in merito. Forse me la caverò.
Ho iniziato a leggere Memorie di un cieco al contrario, cioè a partire dalle considerazioni finali del curatore. La storia della triplice cecità della nostra epoca nei confronti di passato, presente e futuro sembrava essere interessante. Ma dubito riuscirò a partorire qualche pensiero intelligente in merito, ho il cervello per l’80% ingombro di cibo festivo e per il 20% impegnato nella lettura spasmodico-compulsiva di Underworld. Le pagine si assottigliano e io so, assolutamente, quanto mi mancheranno Klara Sachs/Sax, Matty Shay, Lenny Bruce, il pazzo visionario che legge complotti governativi sulle banconote da un dollaro, Edgar che spia Clyde da specchi apparentemente abbandonati in apparenti punti strategici e tutti gli altri centinaia di personaggi che compaiono nel corso di questo lungo e appassionante mattone americano. Avevo pensato di iniziare Infinite Jest nell'immediato seguito, ma credo mi ci vorrà una pausa, credo dovrò leggere qualcosa che non abbia più di duecento pagine e che parli d’amore, poesia, tinte pastello e speranze primaverili.
Stasera è un’altra sera.
In cui avrei potuto collegare la maledetta memoria esterna e recuperare quei cinque, forse dieci capitoli già scritti e gli altri appunti e le considerazioni sul perché sarebbe meglio lasciar perdere tutto e lasciare che prima o poi un’ineluttabile formattazione cancelli la questione narrativa.
In questione.
Come fossi brava sul serio.
Come se bastasse riempire una moleskine ogni tanto di versi e pensieri altri per dirsi scrittrice. Ma il punto vero è che io il libro mica lo voglio scrivere per diventare qualcuno.
E’ qualcosa che devo fare e basta, è una specie di cassetto che, mannaggia a me, ho lasciato aperto, e devo chiuderlo ora perché poi metti mai trovi un lavoro, un’occupazione, qualcosa e mi dimentichi questo pezzo per strada.
giovedì, gennaio 04, 2007
*The Light Before We Land
Il nuovo anno è iniziato.
Molte cose sono al loro posto preciso, straordinariamente in ordine, lucide e belle.
Ho perfino comprato un biglietto della lotteria. Che non vincerò, of course, ma significa che ho ricominciato a credere nella fortuna, cosa fondamentale per me, sempre.
Credere nella fortuna vuol dire scuotermi un po' di responsabilità dalle spalle, assumere l'atteggiamento dell' -ok, fin qui dipende da me e dopo vada come deve andare-.
Fosse sempre così, con le cose al loro posto preciso, lucide, belle.
Sto cercando sempre lavoro. Sto cercando una strada e mi piace che l'anno sia nuovo, è come stare di fronte a un sentiero lungo e impegnativo e avere una borraccia piena di acqua fresca.
Certo, tra meno di un mese starò già scrivendo di nuovi precarismi, intimismi lirici, pippementalipadane.
Ma adesso, in questo momento qui, sto bene.
Fa paura persino scriverlo.
domenica, dicembre 31, 2006
*happYnewYear
La fine dell'anno come uscire da un cinema e ripensare a un film difficile che ci ha appassionato ma non siamo nemmeno troppo sicuri di averlo capito fino in fondo.
La fine dell'anno è un libro di 1400 e più pagine in cui spesso ci siamo persi e poi ritrovati ancora una volta tra righe e personaggi.
Sicuramente ci emozionerà questa fine dell'anno.
Fosse pure che la passeremo a un party molto cool o davanti alla finestra con un bicchiere in mano o da qualche altra parte, fingendo non ce ne freghi niente (e magari fosse vero).
Questo 2006 che ci ha reso felici -qualchevolta-, ci ha fatto incazzare -qualchevolta-, ci ha fatto scoprire cose nuove e stringere nuove mani e abbandonarne altre alla foresta di mani perdute.
La fine dell'anno è pur sempre una Fine -si resta in silenzio, quell'attimo necessario a rendersene conto, ecco- e pur sempre un Inizio -i piedi fermi sull'uscio di una nuova porta che stiamo per varcare e chissà cosa ci aspetta oh oh-.
Avremmo potuto dare di più? Essere più belli, più buoni più bravi più coraggiosi più decisi più incisivi più battaglieri? Magari abbiamo dato abbastanza.
Magari la fine dell'anno arriva anche per prendere fiato prima di nuove battaglie.
Ce ne saranno di sicuro, in questo mondo sempre meno tranquillo.
La fine dell'anno è una piccola cicatrice sul dorso del mio piede sinistro (quel pomeriggio ad Arles che qualcuno ha ciccato da un balcone in centro e io portavo i sandali), è un ricordo di lenzuola pulite con il superchoix e un frigo vuoto, ingoiare rospi interi che parlavano anche dentro lo stomaco, luci che si spengono e si accendono e molte parole scritte, sparse ovunque e tentativi
-ancora- di cambiare il corso del destino -ancora- e ricerche donchisciottesche di valide possibilità -un'altra volta-.
martedì, dicembre 26, 2006
That was the best Christmas ever!
Di questo Natale non darei indietro nemmeno un secondo.
E ora che è finito, che da 40 minuti è un altro Natale nell'album dei miei ricordi, penso a quanto è stato bello desiderare che quel tempo di secondi e minuti si dilatasse ulteriormente.
Soprattutto dopo un anno che ho cercato di far passare il più in fretta possibile.
Realizzare sulla via del ritorno da pranzi, cene e scambi di doni che la maggior parte delle situazioni per cui sono stata arrabbiata era...niente.
Che essere felici non dipende da quello che si fa, non solo, ma da come si diventa lottando per conservare le piccole cose preziose dentro di sè e proteggerle dalla tentazione di occuparsi d'altro.
E' Natale e forse è sciocco e scontato avere di questi pensieri.
Ma non per me.
Per me diventa il modo migliore di festeggiarlo.
venerdì, dicembre 22, 2006
'06

1. I was ready to be heartbroken. Senza saperlo, tra l'altro.
Ascolti una canzone, ti piace, e non sai ancora quanto finirai per innamorarti perdutamente dell'intero album. I Camera Obscura sono stati il mio colpo di fulmine del 2006. Sebbene non rappresentino musicalmente niente di nuovo sotto questo sole (c'è chi ci vede i soliti B&S, chi un po' di Lucksmiths, chi un po' tutt'e due), sono stati per me una rivoluzione di massimi sistemi, di quelle che ti spezzano il cuore e ti aprono l'ennesimo mondo di meraviglia di cui non sospettavi l'esistenza. Disco dell'anno. Punto. Perché l'ho ascoltato tante di quelle volte che ormai non ci sento più solo canzoni ma momenti, stati d'animo, persone, discorsi, conversazioni, viaggi.
(ok, non è un album uscito quest'anno ma la classifica è mia e ci faccio quello che voglio!)
2. Un disco val bene un ricordo. Anzi due.
Just Give Me Time.
Una mattina di dicembre 2006, fresca di laurea, stanca, arrabbiata forse e un vento freddissimo che spazza le strade e le foglie mentre cammino cammino e metto in discussione me stessa, decostruisco l'ordine dei miei pensieri. E quella vocina sottile che prega di darle un po' più di tempo è la mia, ne sono sicura.
In a Radio Song.
Dal finestrino sporco di grasso del tgv che mi riporta in italia per un weekend, il sole basso illumina un campo di grano in mezzo alle montagne e lo colora di rosso e arancione, c'è un cielo blu che affoga nella montagne e tutto sembra cantare. I tralicci dell'alta tensione, le nuvole, il mio cuore.
3. Sufjan sta diventando una sorta di religione personale.
Disco che non è al primo posto unicamente per il terrore di incorrere nella sindrome da rifiuto
post-ascolto ininterrotto per mesi e mesi.
I 35 secondi di In This Temple As in the Hearts of Man for Whom He Saved the Earth sono qualcosa per cui vale la pena di vivere, alzarsi la mattina e prendersi tutti i vaffanculo del caso.
Poi sui motivi per amare Sufjan, uno dovrebbe fare una classifica a parte.
3. Perché certe cose sono belle a priori.
Prima ancora di ascoltarle, solo soffermandosi sull'immagine ironica e buffa di qualcuno che ha fatto dei musi lunghi una poetica ragione di vita. Morrissey è Morrissey. Epica allo stato puro. Qualcuno che sottolinea il passare del tempo con la sua voce profonda e malinconica, l'ultimo eroe romantico in un mondo musicale che crea gruppettini pop a ogni batter di ciglia. L'ultimo demodé. E il migliore.
4. My life in rooms. Che è un titolo ma anche un manifesto
dell'ultimo anno.
La mia vita in una cameretta, anzi in diverse, senza riuscire ancora a capire quale mi appartenga più delle altre. Un disco di suggestioni e non detti, che non descrive il tutto ma indugia sui particolari microscopici, l'ideale per i momenti in cui si fa fatica persino a guardarsi le punte dei piedi.
5.Perchè il concerto al PalaMazda è stato qualcosa di mistico.
Anche arrivare a Milano quel giorno, tre ore di coda in autostrada, un incubo, la quasi delusione di perdersi un evento che si sogna da qualche anno ormai, e lo si immagina perfetto, coinvolgente, favoloso.
E poi il miracolo, una volta lì, accorgersi che è tutto vero e stamparsi in faccia una sorriso da allacciare dietro la testa per parecchi giorni.
*Altro ripescone vintage.
6. Devendra è il mio modo di sorridere quando gli angoli della bocca raggiungono depressioni storiche.
Quando mi prende quel desiderio di viversela più alla leggera, di essere meno consapevole. Di certo è la canzone più bella del mio '06, The Body Breaks che ho finito per inserire nella colonna sonora del mio primo spettacolo teatrale perchè non sopportavo l'idea di separarmene in un momento importante.
7. Il disco dell'autunno per eccellenza.
Le prime piogge, i primi freddi, dentro/fuori. Quel gran casino di intenzioni che l'autunno porta sempre con sé.
Guidare attraverso le nebbie autostradali del canavese, con il paesaggio grigio cancellato dall'acqua, sentendosi come una pallina di carta stroppicciata ma pur sempre coerente con i propri ideali. Certe cose hanno un prezzo alto mica per niente. Bonnie Prince Billy lo sa.
8. La musica francese non è poi così male.
Un giorno dei primi di maggio ho comprato un giornale di musica francese che forse era Les Inrock o forse non me lo ricordo più. Fatto sta che tra la difficoltà di tradurre ogni articolo riga per riga mi imbatto in uno speciale sulla faccina carina di Camilla. Alcune foto parecchio belle la ritraggono tutta aggrovigliata da un filo, (dall'album Le Fil), che poi non si capisce bene se la sta imprigionando o se è solo un abito, una protezione, un rifugio. L'idea che mi sono fatta io, ascoltando Vertige è che fosse proprio questione di vertigine, la stessa che provano gli uccelli quando volano troppo in alto. La stessa di chi è attraversato da troppi fili.
9. Vinicio protegg-e(-ici)
Folclore + tradizione + latino +alcool. No.
Atmosfera + arcano + religione + blasfemia. Nemmeno.
Difficile trovare una definizione corretta di ciò che Vinicio fa e che per me non è mai stata e non sarà mai solo musica. Nello strano mondo delle sue canzoni, sembra comparire molto spesso qualcosa di giusto onesto e profondamente sincero che manca invece assolutamente al mondo reale di persone perbene.
10. I Beirut io all'inizio mica li avevo capiti molto.
Mi piacevano e nel contempo mi davano fastidio. Me li sono portata in valigia come accade che ci scivoli dentro un oggetto strano e del tutto inutile ai fini di un viaggio (ma che, col passare dei giorni si rivela indispensabile). Gulag Orkestra lo ascoltavo in Francia. Quando dell'Italia mi andava di ricordare davvero poche cose. Postcard from Italy è una salita umida di pioggia, la mattina presto, attraverso un parco pieno di profumi, con il terriccio morbido sotto i piedi.
lunedì, dicembre 18, 2006
It's Christmas. Let Be Glad!
Che lo spettacolo è giovedì , quindi capite da voi lo stato d'animo della sottoscritta.
Che ci siano cento persone o ce ne siano due, quelle cose che saranno dette a voce alta, sotto le luci di un palcoscenico piccolo e accaldato, saranno le mie.
Cioè io spero di farcela.
Perchè avere un blog era già stato un passo avanti nei confronti del resto del mondo. Leggetemi. Ma io lo saprò soltanto relativamente (se commentate). Altrimenti potrei non sapere mai che la tale casalinga di voghera legge le mie dis-avventure quotidianamente.
Quando sono andata in prima elementare sapevo già scrivere. E con una madre professoressa d'italiano sarebbe stato difficile il contrario. In prima tenevo un diario segreto (che sconforto il giorno in cui ho scoperto che la chiave dei diari segreti è identica per tutti). Ci scrivevo cose tipo che avevo litigato con il mio compagno di banco o un resoconto dettagliato di tutto ciò che facevo, compreso compiti, condizioni metereologiche e giù di lì.
In terza elementare avevo iniziato un romanzo di formazione in quanto pesantemente influenzata dalla visione di cartoni come Heidi, Georgie, Jem e del film Tutti insieme appassionatamente. Ho anche tentato di trasporlo cinematograficamente, convincendo i miei genitori a darmi la preziosa telecamera di famiglia e la mia piccola povera sorellina minore a interpretare la parte della protagonista, un'orfana sfortunata ma piena di coraggio. Le riprese si interruppero dopo pochi minuti in quanto Amanda si rifiutava di risalire la scalinata della cantina di corsa perchè c'era un ragno. Furono piante parecchie lacrime quel giorno. Da qualche parte devono esistere ancora frammenti compromettenti di quel video amatoriale. Altro che real tv.
Poi tralasciando il periodo smemorande e co. delle medie, tutto una scritta, una dedica da bacio perugina, un murales sul figo di turno e i mitici test per capire se tu e il tuo lui eravate compatibili, è arrivato il momento della beat generation. Alle superiori. Ed è stato un lunghissimo periodo di poesie in prosa (?), inglesismi, kerouakate, ginsbergismi, struggimento interiore e desiderio fortissimo di trasferirmi in america per poter scrivere qualcosa sulle highway o sui grattacieli. Tutta la mia attività narrativa è sempre rimasta sotterranea. Poteva capitare che qualcuno leggesse, rarissimamente, previa udienza, qualcosa di mio. Fondamentalmente ho sempre scritto per me e non sentivo il bisogno del parere degli altri. Che un po' è vero, è un po' è un modo gentilmente ipocrita di non incorrere nel rischio che qualcuno mi dicesse che ero negata nel fare l'unica cosa in cui mi sentivo addosso delle briciole seppur piccolissime di talento.
In quinta sono stata iscritta contro voglia a un corso di poesia cittadino. Sono arrivata seconda e il giorno delle premiazioni avevo la congiuntivite in tutti e due gli occhi e delle chiazze rossastre sulla pelle. Dicono fosse tiroide. Io dico che il mio corpo si ribellava al pensiero che tutti dentro quel teatro avessero letto.
E adesso, ci risiamo. No, non ancora la congiuntivite nè chiazze rossastre. Solo un coniglio miniaturizzato attaccato alle pareti dello stomaco. Perchè vuoi mettere le attrici che avranno la strizza da spettacolo e i genitori in prima fila, vuoi mettere gli amici che vengono a farci il video e il timore di far crollare una videocamera sul pubblico, ma quelle parole, quelle parole saranno le mie. Mie. Soltanto.
martedì, dicembre 12, 2006
aspettando di capire se ci sarà un natale come si deve
giovedì, dicembre 07, 2006
catalogue
Da quando un nuovo brillante portatile ha fatto il suo ingresso tra queste quattro pareti (che poi ormai saranno già 3 mesi ma rispetto all'altro mi pare sempre nuovo e brillante), mi sono ritrovata tra le mani all'improvviso un infinito fottio di memoria da occupare e alla solita cartella Musica è andata ad affiancarsi una cartella più piccina e originale la graziosa "Beta".
LaBeta racchiude brani, suggestioni e spunti raccolti in giro per la rete in attesa di avere il tempo necessario per ascoltarli religiosamente e valutarne il contenuto.
Dalla Beta le tracce mp3 vengono poi sistematicamente catalogate secondo 4 rigide categorie cerebrali che le porteranno incontro a un diverso destino:
1) mi schifano.
Tipo i Dashboard Confessional ad esempio. O gli Infadels. Non saprei spiegare perchè ma non li sopporto. > Li cancello con una certa soddisfazione.
2)mi fanno sorridere ma vanno bene soprattutto se sto passando l'aspirapolvere in giro per la stanza.
The Icicles, quelli della canzoncina della Motorola che forse avevo postato anche qui. Insomma se la ascolto senza aspirapolvere la prima strofa è graziosa ma le altre iniziando a darmi sui nervi. O che ne so i Gogol Bordello o Joanna (che qui il discorso è diverso c'è bisogno dell'aspirapolvere perchè se no questa donnina mi taglia a metà come una mela, altro che sorridere). >Li tengo per qualche mese, li cancello, me li procuro di nuovo, li ascolto, li cancello...un circolo vizioso.
3) sono veramente troppo indie (e io e l'indie nell'ultimo periodo ci siamo lasciati e ci frequentiamo e basta senza quel folle amore dei primi momenti).
Quindi cose tipo gli Animal Collective, Daniel Johnston, quella certa elettronica dei Cassius. Non ce la faccio. Ora. >li ascolto una decina di volte poi, se la situazione non migliora, ecco sì, li cancello.
4) le adoro. Tipo Jens, Devendra, Sufjan, la mia mitologica triade 2006. Cui sono andati ad aggiungersi i Barzin. > Si guadagnano un posto da senatori a vita nella cartella musica da cui verranno rimossi solo in caso di formattazione per essere delicatamente trasferiti su supporto cd.
lunedì, dicembre 04, 2006
l'odore dell'inverno
Dicono che nevicherà nei prossimi giorni.
Dicono che chi soffre il freddo vive di più.
L'odore dell'inverno è quel profumo di niente che ti sale alle narici quando apri la portiera della macchina e ti carichi addosso sette borse di vestiti di scena, computer, macchine fotografiche, copioni, appendiabiti. Dico che alla fine del mese avrò una spalla in meno probabilmente. Dico anche che avrei bisogno di un facchino. Il 21 dicembre è vicino. Poi, insomma la mia vita sarà di nuovo vita e basta, senza niente dentro. E poichè so di aver bisogno di scopi e obiettivi in continuazione, cerco di non pensarci, cerco di convincermi che cercare indirizzi su internet cui spedire fotocopie di me stessa in quindici righe sia qualcosa di utile.
Dico che forse potrei ricominciare a studiare e che devo sicuramente smettere di aspettare che qualcosa si infili da sotto la porta e dichiari a gran voce quale debba essere il mio destino.
Non so cosa fare. Al momento respiro l'odore dell'inverno e ci sento una nota ben nota, quella del Natale e di un'insospettabile malinconia di luci a intermittenza di notte per le strade.
venerdì, dicembre 01, 2006
grr grr grr
mercoledì, novembre 29, 2006
*before you cry
La verità è che avevo paura di alzare la cornetta del telefono per sentirmi dire che avevo perso il treno, o peggio, che il treno che aspettavo non sarebbe più passato di lì.
La verità è che, infine, ho alzato la cornetta come si fanno tutte le cose che non si vorrebbero, respiro profondo, contare fino a tre, ascoltare il segnale acustico senza pensare a niente.
La verità è che ho chiamato Genova, la segreteria dell'unico master che sembrava per me, sembrava avere l'aspetto di una cosa che mi sarebbe piaciuto fare.
-Riguardo al Master posso dirle che è stato trasformato in master universitario di secondo livello e che le iscrizioni sono state chiuse. Verrà riproposto l'anno prossimo, probabilmente a settembre-
La verità è che avrei dovuto chiedere spiegazioni, perchè pur avendo lasciato il mio indirizzo e-mail nessuno si era premurato di avvisarmi di questa miracolosa trasformazione che mi escludeva totalmente dalla possibilità di partecipare, e per quali loschi motivi su internet non c'era traccia visibile di queste modifiche.
La verità è che ho sentito un rumore di bicchiere di vetro che si frantuma su un pavimento di ceramica e ho risposto -La ringrazio moltissimo. Buona giornata-
Probabilmente avrei dovuto piangere, ma non mi è riuscito.
La verità è che ho la netta sensazione che mentre la mia vita resta immobile il tempo mi scivoli da sotto i piedi come un inarrestabile tapis-roulant. E più il nastro scorre più mi rendo conto che dovrei prendere una decisione e togliermi il pensiero, respiro profondo, uno due tre, va bene questo per il mio futuro. E il resto, i se, i forse, i potrei sarebbero da accantonare una volta per tutte.
La verità è che ho molte energie da investire e quella solita oceanica malinconia interiore che è il mio cruccio e la mia forza.
La verità è che la cosa che mi piace di più al mondo è scrivere, scegliere le parole, esprimere, e mi rendo conto della banalità del mio sogno e della sua irrealizzabilità ma al momento ancora non sono capace di prendere fiato, chiudere i miei sogni in un cassetto e buttare via la chiave.
lunedì, novembre 27, 2006
siamo nelle piste
giovedì, novembre 23, 2006
how to fight..
Lo diceva anche Jeff "just smile all the time", una tecnica di per sè ottima e probabilmente funzionale se non si tiene conto della sensazione di gallerie che ti scavano lo stomaco per più giorni e ogni tanto hai l'impressione che da scavare sia rimasto poco e tutto sia in procinto di venire giù, come una lucida piramide di cristalli uno sopra l'altro.
Per me sentirsi soli ha lo stesso rumore di fogli di carta sottili sottili e ali di uccelli che si alzano in volo tutti insieme. O dell'ultima pagina dell'ennesimo libro letto e appoggiato sul comodino, che non è solo un comodino ma una specie di sepolcro virtuale di tutte le mie letture negli anni, terminate e abbandonate lì sopra, così che un volume incontra e abbraccia sempre il fantasma del precedente.
C'è l'inverno fuori, ormai non si nasconde più.
Lo capisci per le stelle, quella luce particolare che le stelle hanno soltanto di inverno, soltanto a novembre forse. Chiamano, parlano, raccontano qualcosa sopra la tua testa, mentre torni a casa e cacci le mani nelle tasche, sempre più in fondo, quasi ti ci vorresti nascondere completamente. Sono periodi, come ce ne sono stati altri, una giustificazione di per sè ottima e probabilmente funzionale se non sembrasse ogni volta così poco convincente.
martedì, novembre 21, 2006
winter took my life (in un certo senso)
Ieri alle ore 00.00 con una temperatura di 8° la Seattle del Piemonte si presentava lucida e deserta, per una volta, quasi romantica. La nebbia qui a novembre abbraccia la città piano piano, inizia a sfumare l'orizzonte e poi si avvicina alle case, riempie le strade, nasconde, cancella.
Di ritorno dalle prove e da una camomilla trangugiata cercando di trovare una soluzione ai circa mille problemi di organizzazione e non, perchè a un mese dallo spettacolo sembra mancare tutto, i preventivi, le locandine, la scenografia, i costumi.
C'è sempre, in ogni progetto, o almeno in ogni mio progetto, quel momento in cui penso che non ce la farò in nessun modo e ho come l'impressione di essermi arrampicata su un'enorme montagna di briciole pronte a franarmi sotto i piedi alla mossa successiva, e sì, lo so di avere una vita troppo immaginifica.
Scivolando con la gracchiante fiesta pericolosamente in riserva sulla via del ritorno, ondeggiando dolcemente tra rotonde, curvoni, stop e semafori che conosco a memoria, mi sono chiesta cosa mi spinga a provarci tutte le volte, a buttarmi mani e piedi in cose del genere, senza riserve, e mi sono sentita orgogliosa, di me stessa, come non mi capitava da tanto tempo.
venerdì, novembre 17, 2006
that's all folks
Venerdì pomeriggio, freddo a nord-ovest, nebbia che già alle nove cancella la stazione e i treni diventano invisibili fischi che tagliano il grigio.
Io e mrs dalloway ci siamo salutate a colazione dopo l'ultima pagina, con un cenno gentile del capo, perchè la mattina presto, le parole a disposizione non sono mai abbastanza. Ho preparato un pranzo con gli avanzi rinvenuti in frigo mentre su raiuno uno chef accreditato scodellava una meravigliosa torta di pandispagna. Potrei cucinarne una anch'io ma sono solita mettermi ai fornelli solo quando sono di buonumore altrimenti ho l'assurda convinzione che il cibo diventi triste. Che è una regola che vale sempre, se hai fame e sei di buonumore cucinerai piatti prelibati. Se sei annoiata, un po'scazzata e rigorosamente in pigiama da dieci ore non ne verrà nulla di buono. Ma si va avanti. Cercando di non tirare troppo le somme (la matematica esistenziale è qualcosa da evitare soprattutto in corrispondenza degli ultimi mesi dell'anno).
Amanda sonnecchia accoccolata sul divano come un gatto. Dovevamo fare qualcosa insieme ma poi, piove, il grigio è diventato ancora più grigio e la mia lotta alla metereopatia sembra essere persa in partenza. Presto smetterò di ascoltare queste melanconiche canzoncine e mi dedicherò al punk-rock e al turpiloquio. Come quel bambino della famosa pubblicità (o forse era un film)che, solo in casa, trascorreva il suo tempo a urlare -cacca/culo- saltando sul letto.
Umpf.
listening to Picture Picture JealousChangeOfMind
