Ho un nuovo cellulare che in realtà è un riciclo di un cellulare dismesso e che nitrisce tutte le volte che qualcuno chiama.
Lotto contro la tentazione di abbandonarmi al malumore derivante da un’insostenibile stanchezza fisica strettamente correlato a una progressiva diminuzione di stabilità psicologica. La mia strategia del –per qualche giorno recupero il fiato poi ricomincio- ha dato pessimi frutti nella fattispecie una stanza che sembra essere stata messa a soqquadro da quattro squadre della Cia.
Cumuli di vestiti mi parlano.
La sera mi viene voglia di scattare fotografie ma essendo già distesa sul letto in assetto da riposo finisco per immortalarmi semi-dormiente e pensierosa.
Sono pensierosa nel profondo del mio dna, da sempre, ma qui è tutto amplificato e mi sono abituata alla solitudine di rincasare all’una e mezza e leggere libri a voce alta, riempire la stanza di parole.
Essenzialmente ritengo che il mio ultimo mese qui sarà più che decisivo.
Se sopravvivo a tutto, compresa me stessa prendero’ parte a nuove regate senza troppi indugi. La verità è che se un giorno sono convinta di una cosa il giorno dopo lo sono meno e poi penso che si debba analizzare.
E analizzo come uno scienziato pazzo, scompongo, suddivido, raccolgo, sottraggo, moltiplico per ottenere la versione dei fatti che mi risulti più obiettiva possibile.
Non mi incazzo quasi più, non mi lamento.
Mi faccio paura certe volte, mi domando dove sono finita o se la persona di prima era una specie di pilota automatico e io sono davvero cosi’.
Tranquilla, di una tranquillità disarmante, una specie di tronco che galleggia senza troppe pretese e aspetta di vedere dove lo sta portando la corrente.
Salto il pranzo, non mi riposo mai davvero.
Forse una volta tornata a casa non faro’ altro che dormire per 15 giorni.
Poi mi svegliero’ una mattina, berro’ finalmente del caffè che sia caffè e non sappia di chinotto, liquerizia, salmone e anticalcare e prendero’ le mie nuove decisioni.
La mia vita funziona a delibere.
A fascicoli, gli stessi che impilo ogni giorno e soflgio e cerco di capire dove sia l’inizio e dove sia la fine.
giovedì, luglio 27, 2006
delibere
mercoledì, luglio 26, 2006
venerdì, luglio 21, 2006
Random = a caz**!
Perché tanto cercare di mettere in piedi tre pensieri con un nesso logico dopo quasi due settimane di ore 3 di sonno per notte é impresa impossibile.
Cosi' prima di seppellirmi nelle catacombe degli archivi tra ragnatele e polvere che manco Indiana Jones e i Predatori dell'Arca Perduta scrivo due righe. Non sia mai che spostando il fascicolo sbagliato si apra una botola che mi faccia precipitare in una tomba egizia piena di serpenti.
Caldo.
Qui la chiamano canicule, io l'ho ribattezzata "la caldazza" ovvero una terribile afa che ti martella la testa cancellando i tuoi tratti di essere umano e trasformandoti in una sorta di invertebrato privo di connessioni cerebriformi funzionanti. Anche il solo pensiero di scollarsi dalla sedia e andare a bere un bicchiere d'acqua costa fatica.
E io dovrei tra le altre cose finire entro settimana prossima un rapporto sull'insegnamento della lingua italiana in questo dipartimento, io che ho sostituito la lingua italiana con una serie efficacissima di grugniti e gesti allusivi.
I miei 22 metri quadri di stanza sono random = a caz**! e da lunedi' dovremo viverci in tre, perché mi raggiunge laamanda con la sua bestfriend e allora rinuncero' a dormire definitivamente e passero' le notti in bianco a terminare la lettura di questo spassosissimo libro sulla grammatica francese dal titolo La grammatica per i nulli, e io sono tra costoro.
Mi hanno detto di chiedere le ferie e io me ne vergogno, da buona figlia della mia generazione che non alza mai la voce ma crede fortissimamente crede nel potere dell'educazione altrui.
Sono tendenzialmente utopica ma finiro' per compiere questo gesto, che sono due mesi che lavoro senza beccare una lira, manco i soldi dell'università che mi si dovevano per la laurea, a settembre mi tocca fare (ancora) economia.
E magari studiare.
Vorrei affogarmi in un bicchiere di acqua freschissima e sentire la testa che si libera e la smette di martellare tum tum tum.
Mi è anche capitato di fare sogni sonori e temo siano un primo segno manifestod i allucinazioni da caldazza. Sogni in cui i personaggi parlano come in un film, ci sono veri e propri dialoghi con diversi toni di voce.
E poi un mucchio di déjà-vu, una cosa da far venire i brividi, persone che dicono cose che mi mostrano fogli, che fanno una determinata considerazione e io -cielo questa l'ho già sentita, già stata sottolineata e in grassetto-.
Mica vorrà significare che pure in un'altra vita facevo la stagista all'estero?
Che sculo.
giovedì, luglio 20, 2006
L'Epitaffio Pop dei CasaMartini

Ho trovato la mia canzone dell'estate, scritta da questi strambi tipi qui di fianco, che io considero assolutamente geniali nonché unico gruppo veramente pop prima che il pop diventasse affare di boyband, girlband, zoccole e zoccoli di vario genere. E' una canzone estiva da ascoltare con sottofondo di rondini e piatti nel lavandino, o in macchina o in treno o distesi sul letto a tormentare il soffitto con un mucchio di domande esistenziali. Perché comunica un certo senso di pace di cui si ha bisogno mentre si vive qualcosa di cui si intravede la fine. Perché l'estate é allegria, é ombrellini colorati nei bicchieri, é l'afa delle due del mattino, é sole enorme e caldo sulla pelle ma anche quell'inevitabile malinconia di non perdere quel tempo dolce destinato a passare troppo in fretta.
Build parla di una casa che viene costruita pezzo dopo pezzo e già ci si immagina come sarà una volta finita, come ci si potrà vivere, come ci si ambienterà tra quelle pareti. Build parla di un futuro dorato che a ben ascoltare si rivela poi un epitaffio del presente che fugge, e ne riassume con intensità ogni istante con passione per non dimenticarlo una volta cha sarà appoggiato anche l'ultimo mattone.
lunedì, luglio 17, 2006
Mi manca il mare.
Le mie estati al mare da bébé, da bambina, da adolescente.
La pelle che tira per il sale, gli occhi che bruciano, i capelli sfibrati. La spiaggia quando tramonta il sole e resta soltanto chi il mare lo ama davvero. Camminare con una maglia di cotone sul bagnasciuga e seguire con attenzione impronte scomparse. Gli occhi aperti sott'acqua e quella luce azzurrina che disegna un mondo onirico fatto di ombre e sfumature. Conchiglie e pezzi di vetro levigati. Il mare che spero di poter vivere da vicino a gennaio, a dicembre, chi lo sa. Sto accumulando una stanchezza incredibile a rimanere qui. Una stanchezza che sa di vuoto e di gambe stanche la mattina e la sera tardi a scrivere, a leggere, a pensare. Una stanchezza tranquilla a dire il vero. La stessa di un lungo bagno a galleggiare con la pancia all'aria e aspettarsi da un momento all'altro che ti inghiotta il cielo. Sto attraversando un'altra linea d'ombra ecco tutto, e questa volta ne ho la consapevolezza piena e tengo il timone stretto tra le mani e continuo a navigare con certe forze che credevo non mi appartenessero più. Dopo un anno lunghissimo, l'anno più strano della mia vita sorrido al pensiero di non avere avuto un attimo di riposo e della distanza che sta tra il mio corpo piccolo e la mie mente che non si ferma mai e vorrebbe andare ovunque. E confesso che mi manca il mare, di lasciarlo parlare di poter restare soltanto in ascolto e non dire niente.
sabato, luglio 15, 2006
D'estate a Vercelli uscire la sera è come galleggiare dentro un budino di umidità che ti avvolge e liquefa i contorni delle cose, dei discorsi. Ci sono le zanzare a Vercelli, a miliardi, certe volte uno ha l'impressione che finiranno per portarsi via i lampioni e tutte le luci e la città resterà nel buio più totale a farsi inghiottire dall'afa. Sono meravigliose le zanzare, se non pungessero eh, se non producessero quel rumore fastidioso nel cuore della notte per cui tu sai che è solo questione di tempo e che poi inizierai a scorticarti selvaggiamente la pelle con le unghie. Hanno un corpo fragilissimo, un pungiglione lungo e più sottile di un filo, vivono pochi giorni, forse uno soltanto. Beh allora, tanto vale che si bevano un po' del mio sangue. Sto diventando edonista per certi versi. Sto diventando che preferisco non andare a cercarmi i problemi, vivere galleggiando morbidamente cercando di lasciare da una parte gli ostacoli più evidenti. Mi piace essere tornata per qualche giorno. Il pensiero che comunque e dovunque sarò oggi, domani, tra un anno, a rimettere piede qui ci sarà sempre qualcosa che mi ricorderà qualcos'altro, perchè 22 anni nello stesso posto significa avere un ricordo di tutto, perfino delle scritte sui muri e dei cancello arrugginiti, perfino delle telecamere di sorveglianza e delle cabine telefoniche. E poi il resto, la gente che coltiva rancore, la gente lasciata alle spalle, è diverso non appartiene al contesto, è stata soltanto un momento transitorio come ce n'è tanti. Allora è bello uscire d'estate la sera a Vercelli e camminare avanti e indietro per quelle luci rosse e gialle e pensare che ci sono ancora altri 60 giorni francesi e chissà se quattro mesi sono abbastanza per avere dei ricordi di lassù.
giovedì, luglio 06, 2006
arrière-pensée
Dentro un frullatore e fuori piove.
La mia sensazione del momento é grossomodo questa.
C'é che la mattina quando vado al lavoro e mi ascolto i miei dieci minuti di musica, che sono poi due o tre canzoni, é l'unico momento in cui il frullatore si ferma e tutto diventa lentissimo e mi sembra di camminare senza muovermi, forse per via delle ombre che ho legate ai piedi, come Peter Pan.
C'é che il pavimento della stanza é disseminato di libri cominciati per metà e film visti per i primi dieci minuti e panni asciutti e mai stesi. C'é disordine anche li' e nella pioggia che cade un po' obliqua e un po' dritta e io non so come vestirmi, ho messo i calzoni da bambino delle elementari e me ne sto tutta raggrinzita sulla poltroncina del mio ufficio a scrivere e tradurre lettere di cortesia. Mi ricopro di frasi fatte, di formule di politesse, di formattazioni e simboli, firme e cariche onorifiche. E ogni tanto do' uno sguardo fuori alla pioggia incasinata in cui ieri ho camminato per i dieci minuti del ritorno e sono arrivata a casa zuppa dalla testa ai piedi. Il mio modo di farmi entrare un po' di estate dentro. Che quando la mia voce assume un certo tono, una certa inclinazione é meglio non parlare, é brutto perfino ascoltarsi.
Allora si lascia parlare qualcun'altro, due, tre canzoni per dieci minuti la mattina e dieci minuti la sera quando si torna a casa a vedere un'altra partita dei mondiali con le amiche e ci si fuma via su un balcone che ha un tappeto di erba sintetica e sembra un favoloso mondo kitsch ancora più in disordine del mio.
mercoledì, luglio 05, 2006
*chez pas
Giorni strani, che sembrano un po' una lenta canzone dei Concretes e contemporaneamente un pezzaccio di Jesus and Mary Chain, (ho dimenticato a seattle PsychoCandy mannaggialadra).
Le casse del computer perennemente accese paiono aver tirato le cuoia, voglio dire che qualunque suono passino sembra una cover di Bonnie Prince Billie.
Ho comprato un ventilatore che mi fa venire i reumatismi pero' fa anche un'aria magnifica, una brezza potente che caccia con veemenza l'afa dalla mia sempre più straripante camera; 22 metri quadri sono davvero pochi per contenere il mio ego in continua espansione, alle pareti ho già attaccato di tutto e ammasso roba su roba in ogni angolo; la prossima volta che mi toccherà cercare una stanza dovro' chiederne esplicitamente una per megalomani. Poi. La partita. Che ancora devo capire perché tutte le volte che me ne sto in Francia si finisce sempre a uno scontro Francia Italia. C'é ancora il Portogallo ehi. Ma io lo so, lo premonisco, che mi toccherà cammuffare il mio accento italiano nei prossimi giorni.
Alla fine dormo anche nonostante il tripudio di clacson dopo una sera trascorsa a chiacchierare in francese con una ragazza di Glasgow a proposito della musica di Glasgow. Cioè mi ha detto che i Franz Ferdinand erano suoi vicini di casa prima di diventare famosi. Io a Vercelli vivo in un condominio in cui l'età media é ben oltre i settanta e non corro questo rischio celebrità.
Posso dire quasi di essermi abituata a chy, alla sua poca ma brava gente, ai francesi che un minuto ti conoscono e il minuto dopo ti hanno già regalato e offerto tutto quello che é a loro disposizione.
Sarà una lunga calda e intensa estate.
Sarà difficile non farsi trasportare da certi pensieri e mantenere il controllo delle proprie quattro pareti mentali. Forse é vero che resto qui per vedere quanto ci metto a scoppiare. Di sbadigli al lavoro, di stanchezza diffusa la mattina quando suona la sveglia, di freddo gelido dell'aria condizionata dei treni, di sete nel cuore della notte alle tre alle qiattro alle cinque...
Ma più vado avanti più so che é giusto restare, vedere fin dove si arriva, che cosa si raggiunge.
mercoledì, giugno 28, 2006
La festaccia non é qui
Ho bisogno di dormire.
Più di tre ore, almeno quattro di fila senza alzarmi nel cuore della notte con una temperatura corporea pari a quella di un forno per fissare i colori su ceramica.
Ma non pensate che mi stia dando alla pazza gioia e che le ore piccole siano l'attitudine della stagista all'estero che coglie ogni minima occasione per fare festaccia.
Ecco una serie di motivi che vi porteranno a sfatare questo mito:
1° a Chambéry la parola festaccia é qualcosa di intraducibile, al di fuori del credo dei suoi abitanti. Qui ci sono solo: biciclette, cordiali francesi che sorseggiano birra con temibili sciroppi colorati dentro ( e che non si ritirano mai dopo le undici), vecchi in bicicletta, bastimenti carichi di bambini che si arrampicano da tutte le parti, vecchi non in bicicletta, alcuni ragazzi vestiti hip hop che ascoltano rap francese (ma che allora fors esono vestiti rap), alcune ragazze punk che mi chiedono sempre soldi e sigarette che non ho all'entrata del supermercato, vecchi, il rottweiller del mio vicino di casa, il trenino turistico. Chambéry é città gradevolissima, lo giuro, ma di festaccia proprio non se ne parla.
2° in genere arrivo a casa cosi' stanca e cosi' accaldata che fosse per me dormirei un paio di ore prima di affrontare un'eventuale frugale cena MA:
- di solito mi telefona qualcuno proponendomi di "andare un attimo al lago" (che ci si mette un quarto d'ora ad arrivarci e quindi é già una contraddizione in termini)
- la mia quasi connazionale italiana lancia urla lancinanti in cortile per attirare la mia attenzione e chiedermi se posso prestarle
lascopalapalettalapentolaildetersivoquelcontenitorediplastiva
verdechecosi'cimettolinsalata.
- scopro che il minuscolo frigo( in cui per fare spazio a 1 zucchina 1 carota 1 mela devi applicare i più complessi teoremi trigonometria alla ricerca di quel rapporto aureo che ti permetterà di aprire la porta del suddetto frigo senza che i tre elementi si sparpaglino sul pavimento vanificando i tuoi sforzi) é inesorabilmente vuoto;
3°di notte fa caldo...da non riuscire a respirare, caldo da restare incollati alle coperte come timbres sulle loro enveloppes, caldo come poteva fare caldo solo alle superiori dopo un compito in classe di matematica al 20 giugno. E il vero problema é che se apro le finestre respiro ma alle 4 scarse devo iniziare a subire passivamente il concerto in pompa magna di tutti i volatili della collina antistante il mio studentato, che dopo un paio di ascolti potrei quantificare sulla bilionata. Quei bastardi si riproducono a una velocità impressionante, ogni mattina c'é un gorgheggio in più.
= Se non trovo un ventilatore oggi o domani saro' condannata a un eterno rincoglionimento. Pare che da oggi comincino i saldi e già mi immagino un ventilateur bello, potente, con veloci pale automatiche che trasformino la torrida atmosfera da route 66 del mio letto alla più soave brezza marina del primo mattino=
Incrociate le dita.
martedì, giugno 27, 2006
Post a punti invisibili. Cioé una serie di pensieri sparsi.
I treni ti portano avanti e indietro e basta.
Il resto, gli strappi alla pancia e gli occhi velati sono cose tue, che dipendono da te e non le puoi spiegare.
/Sarebbe più facile se fossimo tutti trasparenti come in quel racconto di Rodari, non mi ricordo quale, ma ricordo che il protagonista era limpido come una sottile lamina di vetro e la gente poteva vedere quello che gli succedeva dentro, se era triste, se era innamorato, se diceva le bugie/
Ho trascorso buona parte della serata di ieri a chiacchierare di filosofia e massimi sistemi con una ragazza francese conosciuta da poco; la cosa più assurda é che in 4 ore di conversazione ho usato un mucchio di parole che non erano mie e ho avuto la netta impressione di doverle staccare dal cervello con violenza e poi cercare di partorirle con l'ordine più logico possibile.
Ma, forse allora sto davvero imparando il francese, anche se ho ancora molto moltissimi pensieri italiani, roba che ci potrei riempire sei scompartimenti di un treno e non ho perso il vizio di tradurre tutte le conversazioni che mi capitano a tiro d'orecchio.
Ho ripreso a leggere, Tabucchi, Seminerio, un libro giovane che parla di morte e rock ma soprattutto di altro (Il rock é morto, l'autore non lo scrivo ha troppe consonanti nel cognome), la notte sogno di diventare una patita del fitness e della dieta e di riordinare il mio studio come si deve. Il resto del tempo, lavoro, lavoro, lavoro anche quando imboscarmi sarebbe la cosa migliore e prendo treni, vedo posti, ascolto musica strana che forse non mi convince più e di fronte a due sacchi di biancheria e a un pavimento che camminarci a piedi nudi é una specie di pena medievale, mi metto davanti ai fornelli cucino un filetto di tonno ballando i bee gees ed esco a comprare le sigarette nella chambéry by night, con francesi che bevono demilitre di birra e granadine e altre strani beveroni zuccheratissimi e colorati come le giostre di gardaland.
Quasi luglio.
martedì, giugno 20, 2006
A Lione, domenica pomeriggio, una ragazza mi si é avvicinata mentre mangiavo un panino e mi ha regalato un fiore. Ha detto che era per me e le dispiaceva fosse un po' appassito, poi ha sorriso e se ne é andata via. Mi é tornato in mente di quando avevo scritto che mi sembrava di avere già vissuto a Lione e ci ho pensato quasi tutto il tempo, con il fiore che spuntava dalla borsa mentre attraversavo traboules e viuzze del centro storico.
Si é messo a fare caldo qui.
Ho conosciuto un po' di gente, ragazzi e ragazze della mia età tutti in Francia per un motivo diverso. Tutti a dirmi ma ad agosto cosa fai qui, non ci sarà nessuno e io tranquilla e serafica a sorridere sotto i baffi per quelle ultime settimane un po' zen che mi ricondurranno a casa.
Chissà come sarà settembre, chissà se anche questa estate passerà senza che me ne accorga, o forse é addirittura già passata.
L'anno scorso di questi tempi passeggiavo per le vie di Seattle con un mattone nello stomaco e la certezza che nella vita sono sempre i gesti irreparabili quelli che ti portano a essere consistentemente più o meno felice.
Le mezze scelte e i mezzi sacrifici sono come saltelli su un piede solo, leggeri, instabili e poco profondi. Quello che serve a volte é solo chiudere gli occhi fare un respiro profondo e lasciarsi andare mani e piedi, vivendo questa consapevolezza interamente. Io di questi tempi, l'anno scorso, mi sono buttata da uno dei più grandi casini della mia vita in direzione di qualcosa che mi appariva talmente brillante da valerne la pena. E per una volta, dopo tanti tuffi in direzioni sbagliate, sono atterrata nell'unico punto piano di una scogliera di scelte possibili, ci ho appoggiato i piedi e non mi sono mossa più.
E spesso ne sono talmente convinta da avere l'impressione di avere già compiuto quella scelta un altro milione di volte, magari quando vivevo a Lione.
martedì, giugno 13, 2006
Grenoble, sabato scorso 2006.
Ogni tanto mi viene la tentazione di salire sul panorama più alto del mondo e restare li' a guardare tutto che si muove, le auto, le persone, finestre aperte e chiuse, fumi di fabbriche, nuvole, alberi, uccelli, strade. Senza nessun rumore, solo un gran vento che cancella le pagine e ne scrive di nuove.
venerdì, giugno 09, 2006
ripescaggi
Le date non me le ricordo; spero solo di aver seguito un ordine più o meno cronologico di ripescaggio ma non ne sono molto sicura.
Una solitaria sigaretta serale davanti alla finestra, la torre del castello sta sospesa in mezzo alle nuvole che sono scese bassissime sulla città. Lo studentato è deserto come al solito, rumore di porte che si chiudono ogni tanto, in una settimana qui avrò incrociato sì e no tre persone in ascensore.. Che qui gli italiani non è che siano proprio ben visti, tutt’altro. Il divertente episodio di quando faccio presente alla direttrice che il riscaldamento non funziona e lei per tutta risposta il giorno dopo mi appiccica sulla porta il libretto di istruzioni che già avevo nella stanza. Per un attimo rifletto se farle presente che il problema non è una mia deficienza mentale ma un apparecchio rotto che ha concluso la sua gloriosa carriera con un’ultima breve accensione seguita da un colpo secco e un forte odore di bruciato.
Mi metto una maglia allora, sempre, dopo cena, perché qui non è alto ma è pur sempre circondato dalle montagne, a meno che di non prendere il caffè vicino alle due piastre elettriche che raggiungono temperature vicine a quella del nucleo terrestre.
Apro la finestra appena un po’, arrotolo una sigaretta sottile sottile e mi perdo nelle nuvole basse, mi perdo in una canzone in particolare che parla di me e per me. Past all concerns.
Forse è una storia d’amore o forse no, non ho fatto molto caso alle parole ma solo al lento trascinarsi di una melodia che raccoglie a rete ricordi e paesaggi. E mi è venuto da pensare che sto diventando rinunciataria. Nei rapporti con le persone. Ormai sempre più incline alle occhiate laconiche che alle sanguigne discussioni. Lascio correre, slego e mi sembra di non avere fatto altro negli ultimi trecento giorni, smettere di esercitare la mia forza su certi nodi lasciando che si sicogliessero lentamente, quasi senza bisogno di sottolinearne la perdita. Vivo una solitudine privilegiata in cui compare solo chi, in fondo, a me ci tiene davvero. E per il resto lascio andare, quasi finalmente, quasi perché è un’epocale inversione di tendenza rispetto a come sono sempre stata. Contro la mia natura. Perché quello che cerco io nei rapporti con le altre persone è talmente raro da implicare una forma di solitudine molto vicina a quella assoluta.
E allora mi viene di nuovo da pensare che essere finita qui, in questa città dove non succede mai nulla, che alla mattina presto vedo sfilare sotto forma di palazzi tutti terribilmente art-nouveau mentre fatico e ansimo con la Graziella vintage spaccaculo, era un posto che avrebbe frenato il più veloce dei treni in corsa facendogli pascolare un paio di vacche davanti. Difficile da spiegare perché non l’ho ancora capito bene nemmeno io.
La lontananza è una sensazione allo stomaco, che per qualche secondo sembra volere toglierti il fiato e che lascia dietro di sé una scia nebbiosa di tristezza e rabbia. Rabbia perché le cose da cui si è lontani sono molte meno di quanto si immaginasse. Rabbia perché non si scappa da niente, il conto viene presentato puntualmente senza differenza alcuna. La lontananza è qualcuno che viene a trovarti dal posto in cui stavi e si porta dietro inconsapevolmente, nascosti nelle maniche, problemi a cui credevi di non dover pensare più. E’ una montagna russa la lontananza, certe volte ti fa credere di aver raggiunto una vetta altissima in cui niente potrà più scalfirti o metterti in discussione. E poi invece ti precipita in abissi abituali, come un videogame anni ’80 in cui per quanto ti ostini a trovare una spiegazione logico-razionale finisci sempre per accorgerti che non c’è. La lontananza è qualcosa che ti fa compagnia mentre mangi uno yogurt all’ananas controvoglia e non faresti altro che bere caffè e fumare una sigaretta dopo l’altra per bruciare quel disagio sottile.
La lontananza sono voci al telefono. E’ accorgersi di non riuscire a capire, è sentirsi una persona malvagia, immeritevole. Stare sdraiati su un prato vicino a un lago e sentirsi lontani, commuoversi per una bambina che fa le piroette in aria e viene sempre afferrata dalle mani di suo padre. La lontananza é accorgersi che arriva un punto in cui quelle mani smettono di afferrarti e si comincia a cadere e a imparare come volare in alto comporti sempre grandi rischi.
Certe volte basta il sole a risvegliare le cose felici che dormivano dentro in una zona imprecisata difficilmente raggiungibile in lunghi giorni di pioggia e faccende domestiche sbrigate a sera tarda con un tasso di stanchezza nel sangue molto al di sopra della media abituale.
Cucino con il sole che entra dalla finestra e illumina tutte le pareti bianche della mia stanza-guscio, canticchio a mezza voce Jimmy Cliff e il fatto di aver trascorso più di sette ore a copiare indirizzi a mano e mettere in ordine alfabetico envellopes di inviti non mi urta minimamente.
Lunedì mattina sono all’Università di Savoia a registrare un libro della Sellerio per creare una versione per non-vedenti.
Insomma più vado avanti più nei miei primi 23 anni di vita posso dire di aver fatto davvero di tutto. La Francia è là fuori, con le sue voci-brusio, i suoi supermercati inaccessibili (un peperone costa un euro!) e le sue centinaia di varietà di yogurt di fronte cui mi incanto ogni volta come alice nel paese delle meraviglie.
Infine sembra che per una serie di fortunate casualità riuscirò ad andare al benedetto concerto dei Belle & Sebastian, regalo prezioso cui mi sarebbe davvero pesato rinunciare dato un impellente bisogno di un concerto di primavera. Per ballare, per pensare all’estate che poi per me saranno almeno due mesi di lavoro intenso ma che va bene ugualmente, mi andrà bene anche seppellirmi nell’afoso agosto di Seattle prima di riprendere in mano le redini del mio futuro.
C’è il sole ed è enorme, bianco, luminoso.
C’è l’aria che profuma di trasparenza. C’è il fornello incrostato di cous cous.
Quello che non c’è non fa poi così paura.
Lione è uno di quei posti in cui sei sicuro di avere già messo piede, in una vita precedente o in un sogno, e questa sensazione finisce per accompagnarti da quando scendi dal treno in una stazione un po’ alla Blade Runner fino a quando non vedi scomparire attraverso i vetri di un regionale gli ultimi tetti della città inghiottiti da un tramonto aranciato.
Lione mi è entrata nel cuore, con le sue case, le sue biciclette colorate, i lunghi ponti come braccia che tengono stretta la città attraversata da due fiumi, che vanno e vengono lenti e maestosi, e qualcuno li guarda passare, dei ragazzi che improvvisano delle percussioni, un signore anziano con un cagnolino in braccio, due ragazzine che fumano e devono birra.
Le città che mi piacciono sono città con un aria di grandezza, una certa allure direbbero forse qui e Lione è bellissima nella sua ricchezza, nelle vie del centro piene di locali alla moda, nelle fontane ordinate e perfette, nelle facciate dei palazzi liberty, ma ancora di più Lione è bellissima nella sua miseria, nei vicoli stretti che odorano di alcol e urina, negli intonaci sbeccati intorno a madonne dimenticate, nel milione di scale che portano alla basilica che si erge maestosa sopra la città e regala un panorama difficile da dimenticare.
Lione è bella per la gente di Lione, che prende il sole, suona agli angoli delle strade, guarda le partite di calcio nelle tivù minuscole di kebabbari e ristoranti tunisini.
Mi lascia triste Lione e non saprei nemmeno dire perché.
Forse è solo il terrore di rovinare l’incanto con uno sguardo su un particolare sbagliato o il rimpianto di non poterci vivere per il momento ma di avere la certezza di averci vissuto, una volta, un giorno, un announ sogno.
Finisce che mi piace una solo foto di quelle che ho scattato.
Ed è un panorama invisibile in cui ci sono solo schiene e ombre e persone che indicano il paesaggio e lo guardano e basta e non si rendono conto di come anche il mondo le stia guardano in quel momento e di come le loro schiene scure siano il paesaggio più bello.
giovedì, giugno 08, 2006
chicomedovecosaquandoperché
Trovato il modo di trasportare sul computer dell'ufficio tutti i miei scritti. E mica un modo originale ma un semplicissimo floppy disk sottratto momentaneamente al Consolato.
Solo che bisognerà trovare una soluzione per non rendere terribilmente anacronistica la mia sequela di resoconti dei giorni passati. Perché a pubblicare di quando mi struggevo dalla malinconia oggi, che non ho nessuna malinconia ma solo un incredibile appetito, mi farebbe strano. Per cui cerchero' uno stratagemma narrativo nel tentativo di non maciullare gli attributi di nessuno con un lagnoso caro diario giorno per giorno. Magari li pubblico tutti a caso i post. L'ultimo e il primo, ieri e un mese fa.
Lasciando perdere queste cose che non interessano a nessuno ma erano una sosrta di trasposizione scritta dei miei deliranti monologhi la mattina davanti al computer veniamo al dunque. Forse non lo dovrei dire perché risulta un' anticipazione rispetto a quello che pubblichero' di precedente. Insomma sto per dirvi chi ha ucciso mister x, chi si nasconde dietro la maschera di y, di chi é innamorata lady m.
Rimango fino alla fine di agosto, ecco tutto.
Ancora un mese nella valle della tartiflette e degli ottimi vini bianchi che mi fanno ubriacare sempre più spesso. Ancora un mese di sveglia anni '8O alle otto del mattino, di fornelli minuscoli in cui cucinare l'impossibile, di grossi rotoli di polvere rosa che si aggirano inspiegabilmente per la stanza come sul set di Mezzogiorno di polvere.
Ancora un mese.
lunedì, giugno 05, 2006
latitanze
Scusate se latito. La verità é che ho perduto la mia penna usb e qui in ufficio é davvero difficile ritagliarsi anche solo cinque minuti di tempo per scrivere due righe in santa pace. Finisce che scrivo sul mio portatile da combattimento, a casa, e annoto tutto li', le peregrinazioni in giro per la Francia degli ultimi giorni, i momenti di quasi tranquillità e quasi felicità, i momenti di sconforto, le incazzature, le scoperte incredibili sull'economia domestica.
E mi spiace perché un blog é un po' come una pianta, bisogna averne cura.
Penso ai fiori che avevo piantato sul balcone di casa a Seattle, che erano diventati graziose pianticelle verdi e che nel mio breve ritorno scopro essere diventati foglioline secche raggrinzite. Che dovesse succedere una cosa del genere al mio blog sarebbe il segno di tempi che stanno cambiando, in cui non mi ritaglio più qualche secondo giornaliero da dedicare al mio irrefrenabile grafismo. Cosi' scrivo stamattina, mi nascondo nell'ufficio con qualche foglio intorno da prendere in mano in caso di incursioni estranee. Inizia una nuova settimana, un'altra e tutto continua a essere sempre più diverso, giorno dopo giorno.
Ogni tanto penso che a tornare a casa sarà una persona che non era quella che agli inizi di maggio con una macchina piena di scatoloni si é trasferita in mezzo a tutte queste casette del playmobil incrociando la vita.
E non so se sia bene o sia male, o sia semplicemente questione di cose che vanno in un certo modo e non ci si puo' fare niente, ogni tanto l'unica é abbandonarsi alla corrente.
martedì, maggio 23, 2006
Chilometri, pessimi concerti, propositi e spropositi...

Per una che non è abituata a partire, tornare per qualche giorno è stata faccenda complessa. Ho macinato chilometri di treno verso Torino (dove ho mangiato un kebab in una decina di secondi scarsi sotto gli attoniti occhi dei presenti), chilometri di macchina verso Vercelli (sbagliando strada naturalmente, perchè io e il mio capitano di bordo siamo soliti perderci non solo in discorsi lunghissimi ma anche fisicamente in paesi della periferia torinese dal nome impronunciabile), chilometri di macchina verso Milano (per assistere a uno dei concerti più deludenti della mia vita, anzi al concerto più deludente perchè in fondo in quinta elementare Eros Ramazzotti per mano a mia zia non era poi stato troppo male) e poi ancora chilometri di macchina verso Vercelli (sbagliando strada a Rho e giungendo al mio giaciglio in stato confusionale). Saranno poi altri chilometri di treno a riportarmi tra le braccia della France e delle sue casette del playmobil con i tetti grigi sempre lucidi di pioggia perchè piove sempre.
Bella la Francia, le baguettes, i convenevoli, le viennoiseries, ma a chambéry il tempo è proprio una merda fatemelo dire, non per essere volgare, ma proprio per sottolineare il fatto che tra pioggia, vento gelido, umidità, nuvole che appaiono all'improvviso nella più miracolosa giornata di sole, l'estate sembra essere in coda al tunnel del Frejus.
Tra le cose di cui mi dispiaccio nel momento:
essere giunta a casa fisicamente stanchissima e poco reattiva nei confronti del mondo sociale; avere speso uno sproposito per un vestito con cui potrei andare a consegnare un oscar a george clooney e la gente chiederebbe "chi è quel ragazzo vicino alla Frà?";
avere assistito al concerto dei Belle and Sebastian ed essermi annoiata da morire;
non avere chiesto alla mia vicina di treno come facesse ad avere il Monde del giorno dopo;
Poi non so.
Ho una sensazione addosso che in realtà è un desiderio di trovare finalmente un posto in cui stare nascosta e non pensare almeno per due settinane, seriamente, al mio futuro, alle voci che dicono di studiare ancora, alle voci che dicono di non lasciarsi sfuggire occasioni d'oro.
La mattina mi sveglio e guardo quella pianura enorme tutt'intorno e mi domando se quell'assenza di confini non mi abbia condizionato nel profondo.
Ma poi è già tempo di fare lo zaino e macinare altri chilometri al contrario.
Homethoughts from abroad
Nella borsa di paglia, insieme al biglietto del treno, al cellulare, al lettore mp3 e a un buono sconto per il Monoprix locale, c’è il mio primo mese all’estero, stipato in fretta stamattina appena sveglia, nella confusione di occhi ancora chiusi che si preparano la colazione inciampando in mobili e cuscini. Stasera ritorno in patria per qualche giorno e spero in un po’ di sole che qui si vede davvero poco tanto da essermi ormai convinta che Chambéry sia la città più piovosa di Francia. Il mio primo mese in cui ho fatto di tutto, la cameriera , la centralinista, l’interprete, la fotografa, l’organizzatrice di eventi, la casalinga. Beh, se non altro si puo’ dire che possiedo uno spiccato spirito di adattamento. Che la stanza che occupo non sono più quattro pareti ma la mia piccola casa estera con la finestra da cui si vede il castello, il letto scomodo, i cuori di carta appesi alle pareti e il portacenere sul davanzale che guardo pensosa sperando di poterlo lasciare vuoto prima o poi.
Ho il treno alle sei meno un quarto e ho messo la gonna nuova sfidando le onnipresenti nuvole nel cielo. Perché fondamentalmente la cosa che mi manca di più è l’estate e per il resto penso alle persone cui voglio bene con affetto, più sicura che stiano andando avanti come al solito, in queel modo coraggioso che mi piace tanto. Allora quasi non ho bisogno di sentirle per telefono o di vederle perché osservarle da lontano è un gesto pieno di tenerezza.
Le distanze cancellano i particolari stupidi e danno una meravigliosa visione di insieme.
Le distanze permettono a certi pensieri di allungarsi come ombre che partono dalla punta dei piedi e arrivano fino all’orizzonte.
E, a volte, vanno oltre.
lunedì, maggio 15, 2006
Avrei pronto un post di almeno cinque pagine, ma che resterà gelosamente conservato nel mio ordinateur à la maison dato che ho dimenticato di scaricare tutto sulla penna usb.
Due settimane qui e qualche problema di relazione sociale con alcuni conterranei mi hanno posto di fronte ad alcune interessanti riflessioni sulla mia sbandierata socialità, se presunta o meno.
Il tempo é sempre un po' terribile, qui le nuvole finiscono catturate dalle montagne e attendono che sia il sole a scioglierle. La mattina fa freschino quando vado al consolato a piedi e c'é sempre un intenso profumo di fiori bagnati ed erba. L'aria é pulita.
Qui ormai mi sono abituata al frigo che a detta di tutti i miei ospiti produce un rumore infernale.
E anche al riscaldamento rotto e all'armadio che bisogna aprire sollevando da terra una delle ante e alle maledette piastre elettriche che cucinarci é impresa da non sottovalutare.
Abituarsi non é poi troppo male. Ci si rende conto di quanta dolcezza possano assumere gesti quotidiani che altrimenti passerebbero inosservati.
lunedì, maggio 08, 2006
Pluie
Piove. Una pioggia fitta che cancella il paesaggio e le montagne intorno.
Ieri mattina un po' di sole e una passeggiata meravigliosa in mezzo a boschi e casette da fiaba fino alla Maison Rousseau che da brava filosofa proprio non potevo lasciarmi sfuggire.
Davvero incredibile come, posando i piedi nello stesso posto in cui ha abitato Monsieur R. giusto quei trecento anni prima, diventi facile capire molte cose, prima tra tutte la necessità di isolarsi in un posto cosi' fuori dal mondo per potersi concentrare meglio sulle proprie idee.
Talmente tanto verde da non poter essere arrabbiati con nessuno, mai e per nessun motivo. Appena mi ritaglio un attimo di tempo mi compro le benedette Confessions in francese, che detengo per il momento in una versione italiana economica scritta in caratteri lillipuziani.
Ci sono ancora tante cose da sistemare, una nuova strana forma di solitudine da addomesticare con dolcezza, da assecondare facendo in modo che non si trasformi in malinconia.
Qualcosa di nuovo da affrontare che non c'é stato mai prima di oggi.
Prendersi cura di me.
mercoledì, maggio 03, 2006
(ici)
Ici c’est Chambery.
Si sentono le rondini. La stanza è ancora un po’ spoglia, qualche foto sulla parete, Amanda prima di andare mi ha scarabocchiato delle cose divertenti e le ha lasciate sul tavolo, così ho appeso anche quelle. Sono sola, nel senso fisico e psicologico della parola, e tutto è incredibilmente silenzioso per il momento. Il fedele lettore i-pod bennet che Qualcuno gentilmente mi prestò sta lentamente scaricando la musica su questo computer che sarà il mio stereo e il mio lettore dvd, e per stasera anche l’unica presenza pulsante in questa chambre studentesca che non vedo l’ora di rendere casa. Bisogno impellente di trasferire qualcosa di me a queste pareti.
L’orario di lavoro sembra buono, si inizia la mattina alle nove e si finisce alle quattro, al consolato sono tutti molto gentili e gioviali, l’italianità ha tra i suoi aspetti positivi un indubbio calore fisico e umano. Ho una scrivania di legno da cui posso sbirciare l’indefinibile varietà di verde del parco di fronte. Ho una pausa pranzo e una passeggiata da fare tutti i giorni per andare al lavoro. Ho una bicicletta vintage che mio padre teme fortemente possa venirmi sottratta nottetempo.Stamattina sveglia presto, per tutto il viaggio alla ricerca di una colonna sonora che mi cullasse in qualche modo un chilometro dopo l’altro e infine, niente, a dire la verità ho dormito più o meno per tutto il tempo, dando ogni tanto un’occhiata fuori dal finestrino per capire dov’ero e quindi c’è da dire che il viaggio è stato molto meno malinconico del previsto, forse perché era proprio il momento di andare. Andare e sentirsi stranieri da qualche parte, senza legami apparenti con nessun volto incrociato per strada o via imboccata perdendosi alla ricerca di un supermercato. La verità è che sono in attesa di capire a cosa porterà questo. Se sarà semplicemente da considerarsi come una pausa o come un cambio di direzione o come una sorta di limbo momentaneo. Se sarà bello, faticoso, utile, se sarà decisivo. Se sarà Qualcosa o sarà semplicemente qualcosa in mezzo al resto. E per il momento mi fa strano pensare di essere qui, di essere io, di avere atteso tanto un’esperienza del genere e di metabolizzarla un poco alla volta. A partire da me, prima che da tutto il resto.


