Ho bisogno di dormire.
Più di tre ore, almeno quattro di fila senza alzarmi nel cuore della notte con una temperatura corporea pari a quella di un forno per fissare i colori su ceramica.
Ma non pensate che mi stia dando alla pazza gioia e che le ore piccole siano l'attitudine della stagista all'estero che coglie ogni minima occasione per fare festaccia.
Ecco una serie di motivi che vi porteranno a sfatare questo mito:
1° a Chambéry la parola festaccia é qualcosa di intraducibile, al di fuori del credo dei suoi abitanti. Qui ci sono solo: biciclette, cordiali francesi che sorseggiano birra con temibili sciroppi colorati dentro ( e che non si ritirano mai dopo le undici), vecchi in bicicletta, bastimenti carichi di bambini che si arrampicano da tutte le parti, vecchi non in bicicletta, alcuni ragazzi vestiti hip hop che ascoltano rap francese (ma che allora fors esono vestiti rap), alcune ragazze punk che mi chiedono sempre soldi e sigarette che non ho all'entrata del supermercato, vecchi, il rottweiller del mio vicino di casa, il trenino turistico. Chambéry é città gradevolissima, lo giuro, ma di festaccia proprio non se ne parla.
2° in genere arrivo a casa cosi' stanca e cosi' accaldata che fosse per me dormirei un paio di ore prima di affrontare un'eventuale frugale cena MA:
- di solito mi telefona qualcuno proponendomi di "andare un attimo al lago" (che ci si mette un quarto d'ora ad arrivarci e quindi é già una contraddizione in termini)
- la mia quasi connazionale italiana lancia urla lancinanti in cortile per attirare la mia attenzione e chiedermi se posso prestarle
lascopalapalettalapentolaildetersivoquelcontenitorediplastiva
verdechecosi'cimettolinsalata.
- scopro che il minuscolo frigo( in cui per fare spazio a 1 zucchina 1 carota 1 mela devi applicare i più complessi teoremi trigonometria alla ricerca di quel rapporto aureo che ti permetterà di aprire la porta del suddetto frigo senza che i tre elementi si sparpaglino sul pavimento vanificando i tuoi sforzi) é inesorabilmente vuoto;
3°di notte fa caldo...da non riuscire a respirare, caldo da restare incollati alle coperte come timbres sulle loro enveloppes, caldo come poteva fare caldo solo alle superiori dopo un compito in classe di matematica al 20 giugno. E il vero problema é che se apro le finestre respiro ma alle 4 scarse devo iniziare a subire passivamente il concerto in pompa magna di tutti i volatili della collina antistante il mio studentato, che dopo un paio di ascolti potrei quantificare sulla bilionata. Quei bastardi si riproducono a una velocità impressionante, ogni mattina c'é un gorgheggio in più.
= Se non trovo un ventilatore oggi o domani saro' condannata a un eterno rincoglionimento. Pare che da oggi comincino i saldi e già mi immagino un ventilateur bello, potente, con veloci pale automatiche che trasformino la torrida atmosfera da route 66 del mio letto alla più soave brezza marina del primo mattino=
Incrociate le dita.
mercoledì, giugno 28, 2006
La festaccia non é qui
martedì, giugno 27, 2006
Post a punti invisibili. Cioé una serie di pensieri sparsi.
I treni ti portano avanti e indietro e basta.
Il resto, gli strappi alla pancia e gli occhi velati sono cose tue, che dipendono da te e non le puoi spiegare.
/Sarebbe più facile se fossimo tutti trasparenti come in quel racconto di Rodari, non mi ricordo quale, ma ricordo che il protagonista era limpido come una sottile lamina di vetro e la gente poteva vedere quello che gli succedeva dentro, se era triste, se era innamorato, se diceva le bugie/
Ho trascorso buona parte della serata di ieri a chiacchierare di filosofia e massimi sistemi con una ragazza francese conosciuta da poco; la cosa più assurda é che in 4 ore di conversazione ho usato un mucchio di parole che non erano mie e ho avuto la netta impressione di doverle staccare dal cervello con violenza e poi cercare di partorirle con l'ordine più logico possibile.
Ma, forse allora sto davvero imparando il francese, anche se ho ancora molto moltissimi pensieri italiani, roba che ci potrei riempire sei scompartimenti di un treno e non ho perso il vizio di tradurre tutte le conversazioni che mi capitano a tiro d'orecchio.
Ho ripreso a leggere, Tabucchi, Seminerio, un libro giovane che parla di morte e rock ma soprattutto di altro (Il rock é morto, l'autore non lo scrivo ha troppe consonanti nel cognome), la notte sogno di diventare una patita del fitness e della dieta e di riordinare il mio studio come si deve. Il resto del tempo, lavoro, lavoro, lavoro anche quando imboscarmi sarebbe la cosa migliore e prendo treni, vedo posti, ascolto musica strana che forse non mi convince più e di fronte a due sacchi di biancheria e a un pavimento che camminarci a piedi nudi é una specie di pena medievale, mi metto davanti ai fornelli cucino un filetto di tonno ballando i bee gees ed esco a comprare le sigarette nella chambéry by night, con francesi che bevono demilitre di birra e granadine e altre strani beveroni zuccheratissimi e colorati come le giostre di gardaland.
Quasi luglio.
martedì, giugno 20, 2006
A Lione, domenica pomeriggio, una ragazza mi si é avvicinata mentre mangiavo un panino e mi ha regalato un fiore. Ha detto che era per me e le dispiaceva fosse un po' appassito, poi ha sorriso e se ne é andata via. Mi é tornato in mente di quando avevo scritto che mi sembrava di avere già vissuto a Lione e ci ho pensato quasi tutto il tempo, con il fiore che spuntava dalla borsa mentre attraversavo traboules e viuzze del centro storico.
Si é messo a fare caldo qui.
Ho conosciuto un po' di gente, ragazzi e ragazze della mia età tutti in Francia per un motivo diverso. Tutti a dirmi ma ad agosto cosa fai qui, non ci sarà nessuno e io tranquilla e serafica a sorridere sotto i baffi per quelle ultime settimane un po' zen che mi ricondurranno a casa.
Chissà come sarà settembre, chissà se anche questa estate passerà senza che me ne accorga, o forse é addirittura già passata.
L'anno scorso di questi tempi passeggiavo per le vie di Seattle con un mattone nello stomaco e la certezza che nella vita sono sempre i gesti irreparabili quelli che ti portano a essere consistentemente più o meno felice.
Le mezze scelte e i mezzi sacrifici sono come saltelli su un piede solo, leggeri, instabili e poco profondi. Quello che serve a volte é solo chiudere gli occhi fare un respiro profondo e lasciarsi andare mani e piedi, vivendo questa consapevolezza interamente. Io di questi tempi, l'anno scorso, mi sono buttata da uno dei più grandi casini della mia vita in direzione di qualcosa che mi appariva talmente brillante da valerne la pena. E per una volta, dopo tanti tuffi in direzioni sbagliate, sono atterrata nell'unico punto piano di una scogliera di scelte possibili, ci ho appoggiato i piedi e non mi sono mossa più.
E spesso ne sono talmente convinta da avere l'impressione di avere già compiuto quella scelta un altro milione di volte, magari quando vivevo a Lione.
martedì, giugno 13, 2006
Grenoble, sabato scorso 2006.
Ogni tanto mi viene la tentazione di salire sul panorama più alto del mondo e restare li' a guardare tutto che si muove, le auto, le persone, finestre aperte e chiuse, fumi di fabbriche, nuvole, alberi, uccelli, strade. Senza nessun rumore, solo un gran vento che cancella le pagine e ne scrive di nuove.
venerdì, giugno 09, 2006
ripescaggi
Le date non me le ricordo; spero solo di aver seguito un ordine più o meno cronologico di ripescaggio ma non ne sono molto sicura.
Una solitaria sigaretta serale davanti alla finestra, la torre del castello sta sospesa in mezzo alle nuvole che sono scese bassissime sulla città. Lo studentato è deserto come al solito, rumore di porte che si chiudono ogni tanto, in una settimana qui avrò incrociato sì e no tre persone in ascensore.. Che qui gli italiani non è che siano proprio ben visti, tutt’altro. Il divertente episodio di quando faccio presente alla direttrice che il riscaldamento non funziona e lei per tutta risposta il giorno dopo mi appiccica sulla porta il libretto di istruzioni che già avevo nella stanza. Per un attimo rifletto se farle presente che il problema non è una mia deficienza mentale ma un apparecchio rotto che ha concluso la sua gloriosa carriera con un’ultima breve accensione seguita da un colpo secco e un forte odore di bruciato.
Mi metto una maglia allora, sempre, dopo cena, perché qui non è alto ma è pur sempre circondato dalle montagne, a meno che di non prendere il caffè vicino alle due piastre elettriche che raggiungono temperature vicine a quella del nucleo terrestre.
Apro la finestra appena un po’, arrotolo una sigaretta sottile sottile e mi perdo nelle nuvole basse, mi perdo in una canzone in particolare che parla di me e per me. Past all concerns.
Forse è una storia d’amore o forse no, non ho fatto molto caso alle parole ma solo al lento trascinarsi di una melodia che raccoglie a rete ricordi e paesaggi. E mi è venuto da pensare che sto diventando rinunciataria. Nei rapporti con le persone. Ormai sempre più incline alle occhiate laconiche che alle sanguigne discussioni. Lascio correre, slego e mi sembra di non avere fatto altro negli ultimi trecento giorni, smettere di esercitare la mia forza su certi nodi lasciando che si sicogliessero lentamente, quasi senza bisogno di sottolinearne la perdita. Vivo una solitudine privilegiata in cui compare solo chi, in fondo, a me ci tiene davvero. E per il resto lascio andare, quasi finalmente, quasi perché è un’epocale inversione di tendenza rispetto a come sono sempre stata. Contro la mia natura. Perché quello che cerco io nei rapporti con le altre persone è talmente raro da implicare una forma di solitudine molto vicina a quella assoluta.
E allora mi viene di nuovo da pensare che essere finita qui, in questa città dove non succede mai nulla, che alla mattina presto vedo sfilare sotto forma di palazzi tutti terribilmente art-nouveau mentre fatico e ansimo con la Graziella vintage spaccaculo, era un posto che avrebbe frenato il più veloce dei treni in corsa facendogli pascolare un paio di vacche davanti. Difficile da spiegare perché non l’ho ancora capito bene nemmeno io.
La lontananza è una sensazione allo stomaco, che per qualche secondo sembra volere toglierti il fiato e che lascia dietro di sé una scia nebbiosa di tristezza e rabbia. Rabbia perché le cose da cui si è lontani sono molte meno di quanto si immaginasse. Rabbia perché non si scappa da niente, il conto viene presentato puntualmente senza differenza alcuna. La lontananza è qualcuno che viene a trovarti dal posto in cui stavi e si porta dietro inconsapevolmente, nascosti nelle maniche, problemi a cui credevi di non dover pensare più. E’ una montagna russa la lontananza, certe volte ti fa credere di aver raggiunto una vetta altissima in cui niente potrà più scalfirti o metterti in discussione. E poi invece ti precipita in abissi abituali, come un videogame anni ’80 in cui per quanto ti ostini a trovare una spiegazione logico-razionale finisci sempre per accorgerti che non c’è. La lontananza è qualcosa che ti fa compagnia mentre mangi uno yogurt all’ananas controvoglia e non faresti altro che bere caffè e fumare una sigaretta dopo l’altra per bruciare quel disagio sottile.
La lontananza sono voci al telefono. E’ accorgersi di non riuscire a capire, è sentirsi una persona malvagia, immeritevole. Stare sdraiati su un prato vicino a un lago e sentirsi lontani, commuoversi per una bambina che fa le piroette in aria e viene sempre afferrata dalle mani di suo padre. La lontananza é accorgersi che arriva un punto in cui quelle mani smettono di afferrarti e si comincia a cadere e a imparare come volare in alto comporti sempre grandi rischi.
Certe volte basta il sole a risvegliare le cose felici che dormivano dentro in una zona imprecisata difficilmente raggiungibile in lunghi giorni di pioggia e faccende domestiche sbrigate a sera tarda con un tasso di stanchezza nel sangue molto al di sopra della media abituale.
Cucino con il sole che entra dalla finestra e illumina tutte le pareti bianche della mia stanza-guscio, canticchio a mezza voce Jimmy Cliff e il fatto di aver trascorso più di sette ore a copiare indirizzi a mano e mettere in ordine alfabetico envellopes di inviti non mi urta minimamente.
Lunedì mattina sono all’Università di Savoia a registrare un libro della Sellerio per creare una versione per non-vedenti.
Insomma più vado avanti più nei miei primi 23 anni di vita posso dire di aver fatto davvero di tutto. La Francia è là fuori, con le sue voci-brusio, i suoi supermercati inaccessibili (un peperone costa un euro!) e le sue centinaia di varietà di yogurt di fronte cui mi incanto ogni volta come alice nel paese delle meraviglie.
Infine sembra che per una serie di fortunate casualità riuscirò ad andare al benedetto concerto dei Belle & Sebastian, regalo prezioso cui mi sarebbe davvero pesato rinunciare dato un impellente bisogno di un concerto di primavera. Per ballare, per pensare all’estate che poi per me saranno almeno due mesi di lavoro intenso ma che va bene ugualmente, mi andrà bene anche seppellirmi nell’afoso agosto di Seattle prima di riprendere in mano le redini del mio futuro.
C’è il sole ed è enorme, bianco, luminoso.
C’è l’aria che profuma di trasparenza. C’è il fornello incrostato di cous cous.
Quello che non c’è non fa poi così paura.
Lione è uno di quei posti in cui sei sicuro di avere già messo piede, in una vita precedente o in un sogno, e questa sensazione finisce per accompagnarti da quando scendi dal treno in una stazione un po’ alla Blade Runner fino a quando non vedi scomparire attraverso i vetri di un regionale gli ultimi tetti della città inghiottiti da un tramonto aranciato.
Lione mi è entrata nel cuore, con le sue case, le sue biciclette colorate, i lunghi ponti come braccia che tengono stretta la città attraversata da due fiumi, che vanno e vengono lenti e maestosi, e qualcuno li guarda passare, dei ragazzi che improvvisano delle percussioni, un signore anziano con un cagnolino in braccio, due ragazzine che fumano e devono birra.
Le città che mi piacciono sono città con un aria di grandezza, una certa allure direbbero forse qui e Lione è bellissima nella sua ricchezza, nelle vie del centro piene di locali alla moda, nelle fontane ordinate e perfette, nelle facciate dei palazzi liberty, ma ancora di più Lione è bellissima nella sua miseria, nei vicoli stretti che odorano di alcol e urina, negli intonaci sbeccati intorno a madonne dimenticate, nel milione di scale che portano alla basilica che si erge maestosa sopra la città e regala un panorama difficile da dimenticare.
Lione è bella per la gente di Lione, che prende il sole, suona agli angoli delle strade, guarda le partite di calcio nelle tivù minuscole di kebabbari e ristoranti tunisini.
Mi lascia triste Lione e non saprei nemmeno dire perché.
Forse è solo il terrore di rovinare l’incanto con uno sguardo su un particolare sbagliato o il rimpianto di non poterci vivere per il momento ma di avere la certezza di averci vissuto, una volta, un giorno, un announ sogno.
Finisce che mi piace una solo foto di quelle che ho scattato.
Ed è un panorama invisibile in cui ci sono solo schiene e ombre e persone che indicano il paesaggio e lo guardano e basta e non si rendono conto di come anche il mondo le stia guardano in quel momento e di come le loro schiene scure siano il paesaggio più bello.
giovedì, giugno 08, 2006
chicomedovecosaquandoperché
Trovato il modo di trasportare sul computer dell'ufficio tutti i miei scritti. E mica un modo originale ma un semplicissimo floppy disk sottratto momentaneamente al Consolato.
Solo che bisognerà trovare una soluzione per non rendere terribilmente anacronistica la mia sequela di resoconti dei giorni passati. Perché a pubblicare di quando mi struggevo dalla malinconia oggi, che non ho nessuna malinconia ma solo un incredibile appetito, mi farebbe strano. Per cui cerchero' uno stratagemma narrativo nel tentativo di non maciullare gli attributi di nessuno con un lagnoso caro diario giorno per giorno. Magari li pubblico tutti a caso i post. L'ultimo e il primo, ieri e un mese fa.
Lasciando perdere queste cose che non interessano a nessuno ma erano una sosrta di trasposizione scritta dei miei deliranti monologhi la mattina davanti al computer veniamo al dunque. Forse non lo dovrei dire perché risulta un' anticipazione rispetto a quello che pubblichero' di precedente. Insomma sto per dirvi chi ha ucciso mister x, chi si nasconde dietro la maschera di y, di chi é innamorata lady m.
Rimango fino alla fine di agosto, ecco tutto.
Ancora un mese nella valle della tartiflette e degli ottimi vini bianchi che mi fanno ubriacare sempre più spesso. Ancora un mese di sveglia anni '8O alle otto del mattino, di fornelli minuscoli in cui cucinare l'impossibile, di grossi rotoli di polvere rosa che si aggirano inspiegabilmente per la stanza come sul set di Mezzogiorno di polvere.
Ancora un mese.
lunedì, giugno 05, 2006
latitanze
Scusate se latito. La verità é che ho perduto la mia penna usb e qui in ufficio é davvero difficile ritagliarsi anche solo cinque minuti di tempo per scrivere due righe in santa pace. Finisce che scrivo sul mio portatile da combattimento, a casa, e annoto tutto li', le peregrinazioni in giro per la Francia degli ultimi giorni, i momenti di quasi tranquillità e quasi felicità, i momenti di sconforto, le incazzature, le scoperte incredibili sull'economia domestica.
E mi spiace perché un blog é un po' come una pianta, bisogna averne cura.
Penso ai fiori che avevo piantato sul balcone di casa a Seattle, che erano diventati graziose pianticelle verdi e che nel mio breve ritorno scopro essere diventati foglioline secche raggrinzite. Che dovesse succedere una cosa del genere al mio blog sarebbe il segno di tempi che stanno cambiando, in cui non mi ritaglio più qualche secondo giornaliero da dedicare al mio irrefrenabile grafismo. Cosi' scrivo stamattina, mi nascondo nell'ufficio con qualche foglio intorno da prendere in mano in caso di incursioni estranee. Inizia una nuova settimana, un'altra e tutto continua a essere sempre più diverso, giorno dopo giorno.
Ogni tanto penso che a tornare a casa sarà una persona che non era quella che agli inizi di maggio con una macchina piena di scatoloni si é trasferita in mezzo a tutte queste casette del playmobil incrociando la vita.
E non so se sia bene o sia male, o sia semplicemente questione di cose che vanno in un certo modo e non ci si puo' fare niente, ogni tanto l'unica é abbandonarsi alla corrente.
martedì, maggio 23, 2006
Chilometri, pessimi concerti, propositi e spropositi...

Per una che non è abituata a partire, tornare per qualche giorno è stata faccenda complessa. Ho macinato chilometri di treno verso Torino (dove ho mangiato un kebab in una decina di secondi scarsi sotto gli attoniti occhi dei presenti), chilometri di macchina verso Vercelli (sbagliando strada naturalmente, perchè io e il mio capitano di bordo siamo soliti perderci non solo in discorsi lunghissimi ma anche fisicamente in paesi della periferia torinese dal nome impronunciabile), chilometri di macchina verso Milano (per assistere a uno dei concerti più deludenti della mia vita, anzi al concerto più deludente perchè in fondo in quinta elementare Eros Ramazzotti per mano a mia zia non era poi stato troppo male) e poi ancora chilometri di macchina verso Vercelli (sbagliando strada a Rho e giungendo al mio giaciglio in stato confusionale). Saranno poi altri chilometri di treno a riportarmi tra le braccia della France e delle sue casette del playmobil con i tetti grigi sempre lucidi di pioggia perchè piove sempre.
Bella la Francia, le baguettes, i convenevoli, le viennoiseries, ma a chambéry il tempo è proprio una merda fatemelo dire, non per essere volgare, ma proprio per sottolineare il fatto che tra pioggia, vento gelido, umidità, nuvole che appaiono all'improvviso nella più miracolosa giornata di sole, l'estate sembra essere in coda al tunnel del Frejus.
Tra le cose di cui mi dispiaccio nel momento:
essere giunta a casa fisicamente stanchissima e poco reattiva nei confronti del mondo sociale; avere speso uno sproposito per un vestito con cui potrei andare a consegnare un oscar a george clooney e la gente chiederebbe "chi è quel ragazzo vicino alla Frà?";
avere assistito al concerto dei Belle and Sebastian ed essermi annoiata da morire;
non avere chiesto alla mia vicina di treno come facesse ad avere il Monde del giorno dopo;
Poi non so.
Ho una sensazione addosso che in realtà è un desiderio di trovare finalmente un posto in cui stare nascosta e non pensare almeno per due settinane, seriamente, al mio futuro, alle voci che dicono di studiare ancora, alle voci che dicono di non lasciarsi sfuggire occasioni d'oro.
La mattina mi sveglio e guardo quella pianura enorme tutt'intorno e mi domando se quell'assenza di confini non mi abbia condizionato nel profondo.
Ma poi è già tempo di fare lo zaino e macinare altri chilometri al contrario.
Homethoughts from abroad
Nella borsa di paglia, insieme al biglietto del treno, al cellulare, al lettore mp3 e a un buono sconto per il Monoprix locale, c’è il mio primo mese all’estero, stipato in fretta stamattina appena sveglia, nella confusione di occhi ancora chiusi che si preparano la colazione inciampando in mobili e cuscini. Stasera ritorno in patria per qualche giorno e spero in un po’ di sole che qui si vede davvero poco tanto da essermi ormai convinta che Chambéry sia la città più piovosa di Francia. Il mio primo mese in cui ho fatto di tutto, la cameriera , la centralinista, l’interprete, la fotografa, l’organizzatrice di eventi, la casalinga. Beh, se non altro si puo’ dire che possiedo uno spiccato spirito di adattamento. Che la stanza che occupo non sono più quattro pareti ma la mia piccola casa estera con la finestra da cui si vede il castello, il letto scomodo, i cuori di carta appesi alle pareti e il portacenere sul davanzale che guardo pensosa sperando di poterlo lasciare vuoto prima o poi.
Ho il treno alle sei meno un quarto e ho messo la gonna nuova sfidando le onnipresenti nuvole nel cielo. Perché fondamentalmente la cosa che mi manca di più è l’estate e per il resto penso alle persone cui voglio bene con affetto, più sicura che stiano andando avanti come al solito, in queel modo coraggioso che mi piace tanto. Allora quasi non ho bisogno di sentirle per telefono o di vederle perché osservarle da lontano è un gesto pieno di tenerezza.
Le distanze cancellano i particolari stupidi e danno una meravigliosa visione di insieme.
Le distanze permettono a certi pensieri di allungarsi come ombre che partono dalla punta dei piedi e arrivano fino all’orizzonte.
E, a volte, vanno oltre.
lunedì, maggio 15, 2006
Avrei pronto un post di almeno cinque pagine, ma che resterà gelosamente conservato nel mio ordinateur à la maison dato che ho dimenticato di scaricare tutto sulla penna usb.
Due settimane qui e qualche problema di relazione sociale con alcuni conterranei mi hanno posto di fronte ad alcune interessanti riflessioni sulla mia sbandierata socialità, se presunta o meno.
Il tempo é sempre un po' terribile, qui le nuvole finiscono catturate dalle montagne e attendono che sia il sole a scioglierle. La mattina fa freschino quando vado al consolato a piedi e c'é sempre un intenso profumo di fiori bagnati ed erba. L'aria é pulita.
Qui ormai mi sono abituata al frigo che a detta di tutti i miei ospiti produce un rumore infernale.
E anche al riscaldamento rotto e all'armadio che bisogna aprire sollevando da terra una delle ante e alle maledette piastre elettriche che cucinarci é impresa da non sottovalutare.
Abituarsi non é poi troppo male. Ci si rende conto di quanta dolcezza possano assumere gesti quotidiani che altrimenti passerebbero inosservati.
lunedì, maggio 08, 2006
Pluie
Piove. Una pioggia fitta che cancella il paesaggio e le montagne intorno.
Ieri mattina un po' di sole e una passeggiata meravigliosa in mezzo a boschi e casette da fiaba fino alla Maison Rousseau che da brava filosofa proprio non potevo lasciarmi sfuggire.
Davvero incredibile come, posando i piedi nello stesso posto in cui ha abitato Monsieur R. giusto quei trecento anni prima, diventi facile capire molte cose, prima tra tutte la necessità di isolarsi in un posto cosi' fuori dal mondo per potersi concentrare meglio sulle proprie idee.
Talmente tanto verde da non poter essere arrabbiati con nessuno, mai e per nessun motivo. Appena mi ritaglio un attimo di tempo mi compro le benedette Confessions in francese, che detengo per il momento in una versione italiana economica scritta in caratteri lillipuziani.
Ci sono ancora tante cose da sistemare, una nuova strana forma di solitudine da addomesticare con dolcezza, da assecondare facendo in modo che non si trasformi in malinconia.
Qualcosa di nuovo da affrontare che non c'é stato mai prima di oggi.
Prendersi cura di me.
mercoledì, maggio 03, 2006
(ici)
Ici c’est Chambery.
Si sentono le rondini. La stanza è ancora un po’ spoglia, qualche foto sulla parete, Amanda prima di andare mi ha scarabocchiato delle cose divertenti e le ha lasciate sul tavolo, così ho appeso anche quelle. Sono sola, nel senso fisico e psicologico della parola, e tutto è incredibilmente silenzioso per il momento. Il fedele lettore i-pod bennet che Qualcuno gentilmente mi prestò sta lentamente scaricando la musica su questo computer che sarà il mio stereo e il mio lettore dvd, e per stasera anche l’unica presenza pulsante in questa chambre studentesca che non vedo l’ora di rendere casa. Bisogno impellente di trasferire qualcosa di me a queste pareti.
L’orario di lavoro sembra buono, si inizia la mattina alle nove e si finisce alle quattro, al consolato sono tutti molto gentili e gioviali, l’italianità ha tra i suoi aspetti positivi un indubbio calore fisico e umano. Ho una scrivania di legno da cui posso sbirciare l’indefinibile varietà di verde del parco di fronte. Ho una pausa pranzo e una passeggiata da fare tutti i giorni per andare al lavoro. Ho una bicicletta vintage che mio padre teme fortemente possa venirmi sottratta nottetempo.Stamattina sveglia presto, per tutto il viaggio alla ricerca di una colonna sonora che mi cullasse in qualche modo un chilometro dopo l’altro e infine, niente, a dire la verità ho dormito più o meno per tutto il tempo, dando ogni tanto un’occhiata fuori dal finestrino per capire dov’ero e quindi c’è da dire che il viaggio è stato molto meno malinconico del previsto, forse perché era proprio il momento di andare. Andare e sentirsi stranieri da qualche parte, senza legami apparenti con nessun volto incrociato per strada o via imboccata perdendosi alla ricerca di un supermercato. La verità è che sono in attesa di capire a cosa porterà questo. Se sarà semplicemente da considerarsi come una pausa o come un cambio di direzione o come una sorta di limbo momentaneo. Se sarà bello, faticoso, utile, se sarà decisivo. Se sarà Qualcosa o sarà semplicemente qualcosa in mezzo al resto. E per il momento mi fa strano pensare di essere qui, di essere io, di avere atteso tanto un’esperienza del genere e di metabolizzarla un poco alla volta. A partire da me, prima che da tutto il resto.
domenica, aprile 30, 2006
Teorema
Il Teorema delle Partenze.
Data una certa partenza X verso una destinazione Y e una certa persona Z in partenza per Y elencare il corretto cerimoniale di commiato risultante da essa.
TESI (a,b,c)
- stilare una delirante lista di ciò che occorre a Z; suddividerla in categorie discutibili come “Cucina” “Tecnologia e Fuffa Varia”, “Utilità”.
- procurarsi scatoloni atti all’inscatolamento di oggetti e di se stessi in una cerimonia di lucida follia. Elemosinarli da parenti e amici e pure raccattarli per strada all’occorrenza.
- disporre gli oggetti nelle apposite scatole dapprima secondo un’impeccabile logica che coniughi sagacemente spazio e praticità d’estrazione; in seguito ammassarli in preda al più informe dei disordini costringendo alla resa le straripanti confezioni con abbondante utilizzo di nastro adesivo;
RISOLUZIONE (a /\ b /\ c)
- diramare la notizia della propria partenza, anche a coloro cui non potrebbe fregar di meno. Organizzare incontri, the, caffè, cene, passeggiate, e applicarsi nel dedicare a ciascuno la propria attenzione. Accorgersi di non esserne in grado. Innervosirsi
- provare malinconia per la propria stanza, perdere tempo del tentativo di creare La Perfetta Tracklist Di Commiato (litigare con Jane Birkin, preferirle Ornella Vanoni) , sviluppare sindromi ossessivo-compulsive alla ricerca della Perfetta Lettura Di Commiato (rimpiangere di avere già letto Il Gioco del mondo)
- crogiolarsi in malinconici pensieri e brillanti speranze, alternare euforia a disillusione, energia a tremendi sonni comatosi sul divano dopo pranzo;
RISULTANTE (a+b+c)
-partire martedì mattina presto, navigare in un costante stato confusionale, ascoltare Laura Veirs a manetta, fumare troppo, dormire poco, aspettare di scrivere un post al di là dei monti.
domenica, aprile 23, 2006
*philosopher

Mi and L’Au pubblicano il loro album omonimo nell’ottobre 2005.
Ma allora per me non è il momento giusto e me ne perdo l’uscita, così come a volte si perdono eventi e cambiamenti intorno a noi, per semplice noncuranza oppure, appunto, perché il momento non è quello giusto. Allo stesso modo accade che questa strampalata coppia di amanti-autori la cui pubblicazione mi era passata attraverso come una folata di vento ritorni oggi a farsi ascoltare nelle mie cuffie. E allora è l’Incontro finalmente, perché adesso sono pronta a rimanere ipnotizzata dall’alchimia di suoni e voci che sembrano ricami di ghiaccio sui vetri dopo una notte di neve profonda e silenziosa. Sembra poco casuale che i due fiancés abbiano composto il loro lavoro rinchiusi in una baita finlandese mentre fuori imperversavano le prime avvisaglie dell’inverno; scelta che li ha condotti lungo un delizioso sentiero naif, di romanticismo hand-made, di fragilità profondissime e lunghi sospiri tra un silenzio e l’altro.
Così riesce sempre più semplice capire come, nell’ottobre 2005, un ascolto distratto di una traccia di Mi and l’Au non avesse sortito nessun effetto sulla sottoscritta; era un periodo alla Flaming Lips, era uno stato mentale all’estremo opposto rispetto alla malinconia leggera di ragnatele melodiose come Older, How, They Marry.
Mentre oggi, alla vigilia della mia partenza, a una settimana appena dalla fatidica transumanza della sottoscritta al di là delle montagne, questo disco è Il Disco Del Momento. Perché da ottobre 2005 le cose sono cambiate e se allora avevo bisogno di alimentare una certa ribellione interiore, quello di oggi è desiderio di assecondare il delicato moto dei miei spiriti interiori impegnati in una lenta oscillazione tra la curiosità del nuovo e la malinconia per il vecchio.
Ascoltare Mi and l’Au è ascoltare alcune piccole cose di se stessi, accomiatarsi con dolcezza da quella parte di sé che resterà qui e vedrà arrivare l’estate, e le zanzare e il caldo appiccicoso, i motorini, gli aerei che ronzano, l’odore di cloro e di crema solare.
Così accade sei mesi dopo che una canzone come Philosopher sia la migliore cosa che potesse impigliarsi nelle tue orecchie. Perché è bello, prima di partire e incontrare un mondo diverso, chiudersi in una baita finlandese all’inizio dell’inverno ed abbandonarsi al proprio respiro dando fiato unicamente al cuore.
mercoledì, aprile 19, 2006
Stasera sono un po' malinconica.
Capita a volte, spesso quando non si ha sonno per niente e si cerca una scusa buona per restare svegli, un libro, un film, un cd, qualcuno con cui scambiare due parole su messenger. Mi piacerebbe potermi infilare in una provetta e farmi analizzare da un laboratorio per capire cosa mi fa sentire la maggior parte delle volte sintonizzata su un'altra frequenza. Problema a cui ho imparato ad ovviare attraverso una complicata cerimonia di distacco a comando che mi permette di allontanarmi da persone e discorsi quando mi accorgo che la frequenza non è quella giusta, che quelle onde finirebbero per ferirmi o infastidirmi. Finisce che chiudo i miei veri occhi e lascio aperte due palpebre vuote, da rettile quasi, che stanno lì e si contraggono dando l'impressione di un'attenzione vera. E da qui nasce la mia malinconia credo. Perchè finisce che faccio dei paragoni tra quello che ero e quello che sono e mi ritrovo più cinica e io non voglio che crescere significhi per me una progressiva perdita di fiducia e speranza. Boh. Magari mi ci vorrebbe più capacità di adattamento a frequenze dissimili, magari mi ci vorrebbe di conoscere ancora qualcuno in grado di dimostrarmi il contrario.
Ha tuonato qui, adesso, credo una di quelle grandi nuvole che oggi non sapeva bene dove andare.
Il primo temporale della primavera.
lunedì, aprile 17, 2006
*another sunny day
Un giorno che dura quattro giorni.
Doveva piovere invece è stata una piacevole giornata di nuvole e sole pallido.
Sono stata tranquilla, senza bisogno di nient'altro, di nessun'altro, come quella poesia di Neruda che chiede di lasciarlo essere felice anche se non è successo niente di particolare.
Finite le vacanze, da domani ricomincia la predisposizione alla partenza, le croci di fianco alla lista delle cose da fare e da comprare. Magari sono un po' stronza ma fosse per me andrei via senza dirlo praticamente a nessuno, dal momento che reputo quel lasso di tempo troppo breve per potersi accorgere della mia assenza. Eh sì. Ci penso spesso a quanto mi mancheranno certe persone e quante invece diventeranno finalmente pensabili solo in virtù di una certa distanza. Sarà ancora il vino in circolo credo, ammazzammo una Falanghina del Sannio oggi, che a sua volta ci uccise costringendoci a un pesante sonno alcolico. Mi viene da ridere, ecco perchè mi sveglio ancora leggermente ubriaca e mi ricordo che sono giovane e che ci sono cose da giovani che posso ancora fare, tipo godermi una pasquetta di totale relax e trasgredire quel tanto che basta a non rendermi troppo inquadrata. Rifuggo gli estremi sempre più. Di ogni tipo, di ogni genere, io proprio non sono nata per gli estremi. Adoro le vie di mezzo, il dialogo, il confronto, l'andare avanti e indietro come le onde del mare e soppesare sempre tutto. Che poi è proprio un grandissimo casino vivere con una propensione di questo genere. Però ecco, ne vale la pena alla fine.
Mi viene da ridere perchè volevo scrivere un post su altre cose e poi invece non ho resistito al fascino di tutto quello che stava in mezzo.
domenica, aprile 16, 2006
Giornata di primavera, la barbera che martella la testa, tum tum tum mentre discendo questa collina quasi di corsa, perchè lascio che siano i piedi a portarmi verso la macchina, perchè ho deciso che, dopo una mattinata che definire orribile ed emotivamente pesante sarebbe profondamente limitativo, avevo bisogno di spazi aperti, campi, risaie allagate e non, desiderio fisico di paesaggi e camminare e non pensare proprio a un tubo di niente. Così c'era questa fiera monferrina e fanculo ai sei euro di ingresso ci sono entrata e solo la vista dei bambini che facevano le bolle di sapone giganti valeva la cifra. Mangiare un panino al salame d'asino, distesa su un prato di erba proprio nuova, con il vino e i bicchieri di plastica e gli aerei che disegnano croci nel cielo colorato coi pastelli azzurri e blu. Era quello che mi ci voleva per andare oltre. Canticchiare a mezza voce Damien Rice sulla via del ritorno. E poi chiudermi a guscio sullo schermo di questo portatile nuovo che ancora devo in qualche modo addomesticare. Menomale che è primavera, davvero. Davvero.
sabato, aprile 15, 2006
pensieri franscesi
Ho trovato casa. Che poi più che una casa, è una stanza in una residènce étudiante dove c'è un mucchio di liceali francesi alle prese con cartoni di pizza e turni per usare la lavatrice e il forno microonde. Ecco, questa cosa del forno a microonde mi ha divertito parecchio: il pensiero che se scolo la pasta e qualcuno mi telefona, per scaldarla devo prendere l'ascensore e scendere di tre piani. La ricerca di un tetto sopra la testa è stata più dura del previsto. Nelle agences immobilières non affittavano niente per meno di dieci mesi, tutti a ripetermi che -Non, c'est ne pas possible mademoiselle-. Solo un brizzolato con gli occhi azzuri mi ha promesso che se mai avesse avuto un appartamento me l'avrebbe affittato anche solo per tre mesi. Ma era stato ingannato dal mio occhiale vintage e probabilmente dal mio francese di chi non parla francese da settembre. Con alcune amiche. Francesi. Di cui si parlava molto spesso di vino e barzellette volgari. Comunque, dopo un'intera giornata trascorsa a peregrinare per Chambéry, quando ormai stavo alla frutta e anche più in là telefono a un numero appeso nella bacheca di una residenza universitaria. La conversazione è parecchio divertente; il tizio ascolta le mie richieste e poi mi domanda cortesemente se mi è possibile recarmi lì in loco. Gli rispondo che sono proprio di fronte a lui oltre il vetro.
Credo proprio che questo soggiorno mi regalerà momenti memorabili.
Ci sarebbero altre cose da raccontare. La strana sensazione di trovarsi in un posto straniero e ascoltarsi parlare una lingua diversa e tradurre tutto ma proprio tutto quello che mi capita a tiro. Le casette di Chambéry che sembra un paesino delle fiabe, i posticini all'aperto su cui già sogno di accoccolarmi con i miei amati libri, l'aria pulita, le montagne viste dalla parte opposta rispetto a quella consueta. Ascoltare The Ringleader Of Tormentors nella sua infinità bellezza sonora mentre le luci del Fréjus scandiscono il ritmo dei battiti del cuore. Sentire questa partenza vicina, sentire che cambierà molte cose.
Sentire che un viaggio è tutto quello di cui avevo bisogno ora.
mercoledì, aprile 12, 2006
Post Pippa (Relativismo)
Magari.
Soffiare via quella patina sottile di nonsoche e malinconia forse o forse solo stanchezza.
O forse è solo che sto iniziando a pensare seriamente al mio salto nelle montagne francesi, a cosa significherà essere lì, sola, in un paesaggio diverso, con persone diverse e una lingua diversa.
Se sarà difficile ambientarmi o meno, se riuscirò a lasciare sempre uno spiraglio aperto o finirò per chiudermi a riccio. Sono tre mesi poi si torna e c'è il futuro, quello che è ancora nebuloso come non mai, altro che patina sottile, è una tenda spessa che non permette di sbirciare niente. Mi sento precaria.
Mi girano in testa tante cose.
Sto facendo l'inventario prima di chiudere baracca per un po'. Sistemo le cose sugli scaffali e ci metto un'etichetta sopra "felicità" "ideali" "fastidi" "scemenze". Cose così, mica enormi grattacapi filosofici.
Vorrei avere almeno una grande certezza assoluta. Non so se capite cosa intendo. Avere una specie di punto calcato più volte con la matita sul foglio, qualcosa che non si muove e non va da nessuna parte, resta sempre fermo dov'è, fa da bussola per il resto, assolutizza l'enorme mare del relativo tutto intorno. Una certezza su di me forse. Anche piccola.
Qualcosa tipo che gli asini non voleranno mai.
Che poi, a pensarci bene, potrebbe anche darsi se si attaccassero loro ali meccaniche e telecomandate e allora bisognerebbe risistemare tutto da capo: mettere quello che era su in alto, un pochino più in basso, spostare a destra, a sinistra, riorganizzare. No, no. La certezza assoluta che non richiede traslochi io voglio. Quella che ti bacia sulla fronte la sera prima di addormentarti e ti risveglia la mattina con un sorriso interiore.
Può darsi che io sia stufa del mio eccessivo relativismo.
Può anche darsi che avere saltato la cena mi inducesse quasi obbligatoriamente alla stesura di un tale pippone. Non me ne abbiate.
lunedì, aprile 10, 2006
elezioni (II)
Ed infine se ne è andata anche questa.
Cinque ore di scrutinio mi hanno restituito alla realtà quotidiana con un forte desiderio di doccia e un paio di occhiaie da fare invidia a Benicio del Toro.
Però guardiamo ai lati positivi, mica pochi a dire il vero.
Per prima cosa il vil denaro che m’arriverà proprio nel momento in cui ne avrò più bisogno, là, in terra di Francia, alle prese con una vita che ancora non riesco a immaginare totalmente.
Numero due, aver incontrato persone con cui chiacchierare e chiacchierarsi, di quei rapporti semplici che dopo due giorni vissuti insieme sin dalle prime ore del mattino le saluti con l’ombrello in mano dubitando fortemente di rivederle da qualche parte. Ci si è divertiti, si è stati bene. Un po’ quello che si dice per i colpi di fulmini esauriti con una luce forte e uno schiocco a terra.
Punto terzo: a casa con questa pioggia avrei finito per abbruttirmi davanti al computer e perseguire la mia ormai nefanda abitudine di dormire tutti i giorni dopo pranzo almeno un’ora. Quindi punto quarto: il mio metabolismo sembra essersi risvegliato dal letargo invernale e forse adesso sono davvero pronta per la primavera.
Punto quinto: la varia umanità, le piccole cose che ogni piccola esperienza può insegnarti se ci stai attento. Persone che sfilano una dopo l’altra, persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese, persone che fanno fatica ad arrivare alla cabina senza barcollare, giovani con i piercing e il cappellino da baseball, giovani con la ventiquatt’ore di pelle, vecchi, ragazzini, down, mamme con i bambini in braccio, stranieri, signore con in braccio borsetta e marito.
Tanti occhi tutti uguali, tanti occhi in fila che compiono un gesto identico per tutti, per tutti ugualmente importante, per tutti ugualmente accessibile.
E a me questa cosa, ingenuamente, fa commuovere un pochino e ci sento un senso profondo di giustizia e penso che magari allora non è proprio tutto perso e sepolto.

