domenica, aprile 30, 2006

Teorema

Il Teorema delle Partenze.
Data una certa partenza X verso una destinazione Y e una certa persona Z in partenza per Y elencare il corretto cerimoniale di commiato risultante da essa.

TESI (a,b,c)
- stilare una delirante lista di ciò che occorre a Z; suddividerla in categorie discutibili come “Cucina” “Tecnologia e Fuffa Varia”, “Utilità”.
- procurarsi scatoloni atti all’inscatolamento di oggetti e di se stessi in una cerimonia di lucida follia. Elemosinarli da parenti e amici e pure raccattarli per strada all’occorrenza.
- disporre gli oggetti nelle apposite scatole dapprima secondo un’impeccabile logica che coniughi sagacemente spazio e praticità d’estrazione; in seguito ammassarli in preda al più informe dei disordini costringendo alla resa le straripanti confezioni con abbondante utilizzo di nastro adesivo;

RISOLUZIONE (a /\ b /\ c)
- diramare la notizia della propria partenza, anche a coloro cui non potrebbe fregar di meno. Organizzare incontri, the, caffè, cene, passeggiate, e applicarsi nel dedicare a ciascuno la propria attenzione. Accorgersi di non esserne in grado. Innervosirsi
- provare malinconia per la propria stanza, perdere tempo del tentativo di creare La Perfetta Tracklist Di Commiato (litigare con Jane Birkin, preferirle Ornella Vanoni) , sviluppare sindromi ossessivo-compulsive alla ricerca della Perfetta Lettura Di Commiato (rimpiangere di avere già letto Il Gioco del mondo)
- crogiolarsi in malinconici pensieri e brillanti speranze, alternare euforia a disillusione, energia a tremendi sonni comatosi sul divano dopo pranzo;

RISULTANTE (a+b+c)
-partire martedì mattina presto, navigare in un costante stato confusionale, ascoltare Laura Veirs a manetta, fumare troppo, dormire poco, aspettare di scrivere un post al di là dei monti.


*La figura a lato è del tutto fittizia ma atta solamente a conferire un aspetto di veridicità
geometrica alle affermazioni di seguito

domenica, aprile 23, 2006

*philosopher



Mi and L’Au pubblicano il loro album omonimo nell’ottobre 2005.
Ma allora per me non è il momento giusto e me ne perdo l’uscita, così come a volte si perdono eventi e cambiamenti intorno a noi, per semplice noncuranza oppure, appunto, perché il momento non è quello giusto. Allo stesso modo accade che questa strampalata coppia di amanti-autori la cui pubblicazione mi era passata attraverso come una folata di vento ritorni oggi a farsi ascoltare nelle mie cuffie. E allora è l’Incontro finalmente, perché adesso sono pronta a rimanere ipnotizzata dall’alchimia di suoni e voci che sembrano ricami di ghiaccio sui vetri dopo una notte di neve profonda e silenziosa. Sembra poco casuale che i due fiancés abbiano composto il loro lavoro rinchiusi in una baita finlandese mentre fuori imperversavano le prime avvisaglie dell’inverno; scelta che li ha condotti lungo un delizioso sentiero naif, di romanticismo hand-made, di fragilità profondissime e lunghi sospiri tra un silenzio e l’altro.
Così riesce sempre più semplice capire come, nell’ottobre 2005, un ascolto distratto di una traccia di Mi and l’Au non avesse sortito nessun effetto sulla sottoscritta; era un periodo alla Flaming Lips, era uno stato mentale all’estremo opposto rispetto alla malinconia leggera di ragnatele melodiose come Older, How, They Marry.
Mentre oggi, alla vigilia della mia partenza, a una settimana appena dalla fatidica transumanza della sottoscritta al di là delle montagne, questo disco è Il Disco Del Momento. Perché da ottobre 2005 le cose sono cambiate e se allora avevo bisogno di alimentare una certa ribellione interiore, quello di oggi è desiderio di assecondare il delicato moto dei miei spiriti interiori impegnati in una lenta oscillazione tra la curiosità del nuovo e la malinconia per il vecchio.
Ascoltare Mi and l’Au è ascoltare alcune piccole cose di se stessi, accomiatarsi con dolcezza da quella parte di sé che resterà qui e vedrà arrivare l’estate, e le zanzare e il caldo appiccicoso, i motorini, gli aerei che ronzano, l’odore di cloro e di crema solare.
Così accade sei mesi dopo che una canzone come Philosopher sia la migliore cosa che potesse impigliarsi nelle tue orecchie. Perché è bello, prima di partire e incontrare un mondo diverso, chiudersi in una baita finlandese all’inizio dell’inverno ed abbandonarsi al proprio respiro dando fiato unicamente al cuore.

mercoledì, aprile 19, 2006

Stasera sono un po' malinconica.
Capita a volte, spesso quando non si ha sonno per niente e si cerca una scusa buona per restare svegli, un libro, un film, un cd, qualcuno con cui scambiare due parole su messenger. Mi piacerebbe potermi infilare in una provetta e farmi analizzare da un laboratorio per capire cosa mi fa sentire la maggior parte delle volte sintonizzata su un'altra frequenza. Problema a cui ho imparato ad ovviare attraverso una complicata cerimonia di distacco a comando che mi permette di allontanarmi da persone e discorsi quando mi accorgo che la frequenza non è quella giusta, che quelle onde finirebbero per ferirmi o infastidirmi. Finisce che chiudo i miei veri occhi e lascio aperte due palpebre vuote, da rettile quasi, che stanno lì e si contraggono dando l'impressione di un'attenzione vera. E da qui nasce la mia malinconia credo. Perchè finisce che faccio dei paragoni tra quello che ero e quello che sono e mi ritrovo più cinica e io non voglio che crescere significhi per me una progressiva perdita di fiducia e speranza. Boh. Magari mi ci vorrebbe più capacità di adattamento a frequenze dissimili, magari mi ci vorrebbe di conoscere ancora qualcuno in grado di dimostrarmi il contrario.
Ha tuonato qui, adesso, credo una di quelle grandi nuvole che oggi non sapeva bene dove andare.
Il primo temporale della primavera.

lunedì, aprile 17, 2006

*another sunny day

Un giorno che dura quattro giorni.
Doveva piovere invece è stata una piacevole giornata di nuvole e sole pallido.
Sono stata tranquilla, senza bisogno di nient'altro, di nessun'altro, come quella poesia di Neruda che chiede di lasciarlo essere felice anche se non è successo niente di particolare.
Finite le vacanze, da domani ricomincia la predisposizione alla partenza, le croci di fianco alla lista delle cose da fare e da comprare. Magari sono un po' stronza ma fosse per me andrei via senza dirlo praticamente a nessuno, dal momento che reputo quel lasso di tempo troppo breve per potersi accorgere della mia assenza. Eh sì. Ci penso spesso a quanto mi mancheranno certe persone e quante invece diventeranno finalmente pensabili solo in virtù di una certa distanza. Sarà ancora il vino in circolo credo, ammazzammo una Falanghina del Sannio oggi, che a sua volta ci uccise costringendoci a un pesante sonno alcolico. Mi viene da ridere, ecco perchè mi sveglio ancora leggermente ubriaca e mi ricordo che sono giovane e che ci sono cose da giovani che posso ancora fare, tipo godermi una pasquetta di totale relax e trasgredire quel tanto che basta a non rendermi troppo inquadrata. Rifuggo gli estremi sempre più. Di ogni tipo, di ogni genere, io proprio non sono nata per gli estremi. Adoro le vie di mezzo, il dialogo, il confronto, l'andare avanti e indietro come le onde del mare e soppesare sempre tutto. Che poi è proprio un grandissimo casino vivere con una propensione di questo genere. Però ecco, ne vale la pena alla fine.
Mi viene da ridere perchè volevo scrivere un post su altre cose e poi invece non ho resistito al fascino di tutto quello che stava in mezzo.

domenica, aprile 16, 2006



Giornata di primavera, la barbera che martella la testa, tum tum tum mentre discendo questa collina quasi di corsa, perchè lascio che siano i piedi a portarmi verso la macchina, perchè ho deciso che, dopo una mattinata che definire orribile ed emotivamente pesante sarebbe profondamente limitativo, avevo bisogno di spazi aperti, campi, risaie allagate e non, desiderio fisico di paesaggi e camminare e non pensare proprio a un tubo di niente. Così c'era questa fiera monferrina e fanculo ai sei euro di ingresso ci sono entrata e solo la vista dei bambini che facevano le bolle di sapone giganti valeva la cifra. Mangiare un panino al salame d'asino, distesa su un prato di erba proprio nuova, con il vino e i bicchieri di plastica e gli aerei che disegnano croci nel cielo colorato coi pastelli azzurri e blu. Era quello che mi ci voleva per andare oltre. Canticchiare a mezza voce Damien Rice sulla via del ritorno. E poi chiudermi a guscio sullo schermo di questo portatile nuovo che ancora devo in qualche modo addomesticare. Menomale che è primavera, davvero. Davvero.

sabato, aprile 15, 2006

pensieri franscesi

Ho trovato casa. Che poi più che una casa, è una stanza in una residènce étudiante dove c'è un mucchio di liceali francesi alle prese con cartoni di pizza e turni per usare la lavatrice e il forno microonde. Ecco, questa cosa del forno a microonde mi ha divertito parecchio: il pensiero che se scolo la pasta e qualcuno mi telefona, per scaldarla devo prendere l'ascensore e scendere di tre piani. La ricerca di un tetto sopra la testa è stata più dura del previsto. Nelle agences immobilières non affittavano niente per meno di dieci mesi, tutti a ripetermi che -Non, c'est ne pas possible mademoiselle-. Solo un brizzolato con gli occhi azzuri mi ha promesso che se mai avesse avuto un appartamento me l'avrebbe affittato anche solo per tre mesi. Ma era stato ingannato dal mio occhiale vintage e probabilmente dal mio francese di chi non parla francese da settembre. Con alcune amiche. Francesi. Di cui si parlava molto spesso di vino e barzellette volgari. Comunque, dopo un'intera giornata trascorsa a peregrinare per Chambéry, quando ormai stavo alla frutta e anche più in là telefono a un numero appeso nella bacheca di una residenza universitaria. La conversazione è parecchio divertente; il tizio ascolta le mie richieste e poi mi domanda cortesemente se mi è possibile recarmi lì in loco. Gli rispondo che sono proprio di fronte a lui oltre il vetro.
Credo proprio che questo soggiorno mi regalerà momenti memorabili.
Ci sarebbero altre cose da raccontare. La strana sensazione di trovarsi in un posto straniero e ascoltarsi parlare una lingua diversa e tradurre tutto ma proprio tutto quello che mi capita a tiro. Le casette di Chambéry che sembra un paesino delle fiabe, i posticini all'aperto su cui già sogno di accoccolarmi con i miei amati libri, l'aria pulita, le montagne viste dalla parte opposta rispetto a quella consueta. Ascoltare The Ringleader Of Tormentors nella sua infinità bellezza sonora mentre le luci del Fréjus scandiscono il ritmo dei battiti del cuore. Sentire questa partenza vicina, sentire che cambierà molte cose.
Sentire che un viaggio è tutto quello di cui avevo bisogno ora.

mercoledì, aprile 12, 2006

Post Pippa (Relativismo)

Magari.
Soffiare via quella patina sottile di nonsoche e malinconia forse o forse solo stanchezza.
O forse è solo che sto iniziando a pensare seriamente al mio salto nelle montagne francesi, a cosa significherà essere lì, sola, in un paesaggio diverso, con persone diverse e una lingua diversa.
Se sarà difficile ambientarmi o meno, se riuscirò a lasciare sempre uno spiraglio aperto o finirò per chiudermi a riccio. Sono tre mesi poi si torna e c'è il futuro, quello che è ancora nebuloso come non mai, altro che patina sottile, è una tenda spessa che non permette di sbirciare niente. Mi sento precaria.
Mi girano in testa tante cose.
Sto facendo l'inventario prima di chiudere baracca per un po'. Sistemo le cose sugli scaffali e ci metto un'etichetta sopra "felicità" "ideali" "fastidi" "scemenze". Cose così, mica enormi grattacapi filosofici.
Vorrei avere almeno una grande certezza assoluta. Non so se capite cosa intendo. Avere una specie di punto calcato più volte con la matita sul foglio, qualcosa che non si muove e non va da nessuna parte, resta sempre fermo dov'è, fa da bussola per il resto, assolutizza l'enorme mare del relativo tutto intorno. Una certezza su di me forse. Anche piccola.
Qualcosa tipo che gli asini non voleranno mai.
Che poi, a pensarci bene, potrebbe anche darsi se si attaccassero loro ali meccaniche e telecomandate e allora bisognerebbe risistemare tutto da capo: mettere quello che era su in alto, un pochino più in basso, spostare a destra, a sinistra, riorganizzare. No, no. La certezza assoluta che non richiede traslochi io voglio. Quella che ti bacia sulla fronte la sera prima di addormentarti e ti risveglia la mattina con un sorriso interiore.
Può darsi che io sia stufa del mio eccessivo relativismo.
Può anche darsi che avere saltato la cena mi inducesse quasi obbligatoriamente alla stesura di un tale pippone. Non me ne abbiate.

lunedì, aprile 10, 2006

elezioni (II)

Ed infine se ne è andata anche questa.
Cinque ore di scrutinio mi hanno restituito alla realtà quotidiana con un forte desiderio di doccia e un paio di occhiaie da fare invidia a Benicio del Toro.
Però guardiamo ai lati positivi, mica pochi a dire il vero.
Per prima cosa il vil denaro che m’arriverà proprio nel momento in cui ne avrò più bisogno, là, in terra di Francia, alle prese con una vita che ancora non riesco a immaginare totalmente.
Numero due, aver incontrato persone con cui chiacchierare e chiacchierarsi, di quei rapporti semplici che dopo due giorni vissuti insieme sin dalle prime ore del mattino le saluti con l’ombrello in mano dubitando fortemente di rivederle da qualche parte. Ci si è divertiti, si è stati bene. Un po’ quello che si dice per i colpi di fulmini esauriti con una luce forte e uno schiocco a terra.
Punto terzo: a casa con questa pioggia avrei finito per abbruttirmi davanti al computer e perseguire la mia ormai nefanda abitudine di dormire tutti i giorni dopo pranzo almeno un’ora. Quindi punto quarto: il mio metabolismo sembra essersi risvegliato dal letargo invernale e forse adesso sono davvero pronta per la primavera.
Punto quinto: la varia umanità, le piccole cose che ogni piccola esperienza può insegnarti se ci stai attento. Persone che sfilano una dopo l’altra, persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese, persone che fanno fatica ad arrivare alla cabina senza barcollare, giovani con i piercing e il cappellino da baseball, giovani con la ventiquatt’ore di pelle, vecchi, ragazzini, down, mamme con i bambini in braccio, stranieri, signore con in braccio borsetta e marito.
Tanti occhi tutti uguali, tanti occhi in fila che compiono un gesto identico per tutti, per tutti ugualmente importante, per tutti ugualmente accessibile.
E a me questa cosa, ingenuamente, fa commuovere un pochino e ci sento un senso profondo di giustizia e penso che magari allora non è proprio tutto perso e sepolto.

elezioni

Elezioni.
C'è chi le vive da protagonista, sta in casa attorniato da consulenti, familiari, consiglieri politici, consiglieri d'immagine e sfoglia carte e consulta dati e chissà se sente un tremolio alla pancia o soltanto un enorme stress e si è pure dimenticato perchè cosa.
Poi c'è la gente che va a votare e che nel mio seggio è più vecchia che più vecchia non si può, ma detto in senso buono, ci sono adorabili nonni del '18 che dondolano sulle loro gambe e chissà cos'hanno visto, cos'hanno vissuto e cosa pensano dopo quello che hanno visto e vissuto. Hanno le pellicce infeltrite e quell'educazione proprio da altri tempi, salutano sempre prima di uscire, augurano buona giornata e buon lavoro.
Poi c'è chi come me sta lì a perdere ore a contare voti su voti e firmare centinaia di schede che neanche Ben Harper alla fine di un concerto live. E ogni tanto fa strano. Stare lì seduta, 14 ore di fila a vedere quella sfilata di gente, che poi è come vedere la Storia che cammina ed esserci proprio dentro nel momento in cui sta facendo un passo.
Si vedrà poi in che direzione.

mercoledì, aprile 05, 2006

Pluvia

Piove insomma.
Inizio poco a poco a diramare la notizia della partenza, poche e-mail, qualche telefonata, qualcuno che aspetto a chiamare per trovare le parole giuste.
C'è una piccola parte di me che ancora si sta abituando all'idea e una parte di me che stampa valanghe di indirizzi per trovare una qualche sorta di logement per i prossimi mesi.
Piove insomma. Io sto bene, sto in attesa, sto in punta di piedi e altre parole non ce ne sono tante così finisce che riempio tutto con la musica, molta musica fin dalla mattina presto:

Frida Hyvonen N.Y
Belle & Sebastian Dressed Up In You
Rosanne Cash The world unseen
Dinosaur Jr Seemed like the thing to do
Adem Spirals
Iron & Wine Cinders And Smoke
Rilo Kiley I never
Rocky Votolato Holding onto water
The Incredible Moses Leroy Fuzzy


che poi probabilmente dovrei linkare gli emmepitrè, ma non so come si fa, quindi finchè qualcuno non mi illumina godeteveli solo a livello di spunti sonori.
Piove insomma. E da quando ho comprato la webcam sono sempre vestita bene per metà, maglia elegante + pantaloni della tuta, camicia e golfino + pigiama.
Il demodé tra le quattro pareti di casa è terribilmente fashion. Oppure no.

lunedì, aprile 03, 2006

*transatlanticism

le cose più incredibili che accadono nel modo più semplice.
come se il destino avesse disegnato con forza negli ultimi mesi un'enorme freccia rossa che indica l'Uscita. da una città piccola, dai miei 22 anni di vita qui, da problemi che a forza di navigarci dentro diventa difficile risolvere con obiettività. tre mesi al Consolato Italiano, tre mesi di persone che parlano un'altra lingua, in una città piccola e francese che è un ricordo pallido e verde nella mia mente, di quando ci sono stata, sei sette otto anni fa. c'è una fontana con delle tartarughe gigantesche a Chambery. c'è la casa di Rousseau, una chiesa molto bella, ci sono le montagne. Non mi ricordo altro.
c'è la telefonata di oggi: dicono che mi hanno preso, che sono io, che è arrivato il momento della fuga. La Fuga. una cosa che aspetto da un tempo inquantificabile e che mi lascia talmente spiazzata. io dico sì e penso che ho meno di un mese per mettere via il necessario. mi viene voglia di fare un elenco di cose da fare prima di andare via, di persone da vedere, mostre, concerti, film, gite in ogni dove. (mica vado in america. mica vado via per sempre). mi viene anche un po' da piangere senza motivo a dire il vero, o forse solo perchè so che non ci sarà nessuno strappo futuro e che lo strappo vero è stato quello di oggi, la mia voce che diceva sì, quello era il vero strappo a quella tela intessuta con tanta pazienza sempre nella stessa direzione. mi vengono un po' gli occhi lucidi anche se non vado in america. anche se non vado via per sempre. penso che avrò una stanza nuova che non sarà la mia, da cui non si vedranno le stesse luci e le montagne che a quest'ora sono silhouette ritagliate col cartone all'orizzonte. le montagne che mi hanno sempre separato dal Resto. e ora ci vado verso il resto, ed è un vero transatlanticism per me. buttarmi in un oceano travolta da una giusta corrente che mi chiama col sorriso, con la sicurezza che quello che è importante davvero ormai l'ho capito da un pezzo.
è tutto strano adesso.

(*I need you so much closer..)

domenica, aprile 02, 2006

Potere (essereingradodi/averelapossibilità)

I am walking through Rome
With my heart on a string
Dear God, please help me
And I am so very tired
Of doing the right thing
Dear God, please help me

Una vita che è diventata costante contemplazione del mio ombelico e di poche altre piccole cose e di qualche meraviglioso sentimento; mi riesce difficile parlare e descrivere ciascuna di queste categorie per senso del pudore o semplicemente perchè sono ancora molto intenta a sistemare le carte del castello una sull'altra, senza alcuna intenzione di farle crollare al primo vento.
Posso dire che è ufficialmente primavera per via delle mie prime maniche corte dell'anno nuovo e delle solite lentiggini sulle guance; posso anche dire di essere molto innamorata e contemporaneamente di non essere ancora riuscita ad abituarmi all'idea di avere trovato esattamente Quello/e/Chi cercavo.
Posso ammettere di avere compreso bene la differenza tra l'Amicizia e l' amicizia (che è un tenersi per i mignoli mantenendo una distanza costante da dove si fanno i giochi veri, dal cuore);
posso confessare che Dear God Please Help me mi commuove parecchio e ogni volta che la ascolto cerco di immaginare Morrissey mentre cammina per le strade di Roma e pensa di scrivere questa canzone così bella da entrare subito in circolo e brillare nel sangue, toccare punti nevralgici; finalmente posso permettermi il lusso di tirare i remi in barca quando ne sento la necessità, starmene un po' per i fatti miei, distesa lunga su una zattera che non c'è a galleggiare in un mare di pensieri nuovi e vecchi.
...the heart feels free

venerdì, marzo 31, 2006

.::memorandum::.(propositi per la primavera)

volare sempre il più in alto possibile

martedì, marzo 28, 2006

Jack's and Eko's homecoming


L'estate scorsa ero di passaggio a Verona. Camminando per le vie della città in mezzo ai turisti sono inciampata con lo sguardo in un manifesto che pubblicizzava l'esposizione della collezione fotografica della Fnac.
L'estate scorsa era un periodo fotografico e il manifesto rappresentava per me un segno ineludibile. Così ci sono andata, nella speranza di non incappare nella solita triste esposizione di una dozzina di foto male illuminate. Si entrava in un palazzo vecchio, fatto di lunghi corridoi senza finestre con tanti piccoli faretti che illuminavano tantissime fotografie appese alle pareti. Talmente bello che all'uscita i piedi mi hanno riportato indietro a dare un'ultima occhiata alle immagini più significative. E lì sono di nuovo inciampata con lo sguardo in una fotografia particolare, di Machiel Botman, che mi ha letteralmente spezzato il cuore, Jack's and Eko's homecoming. Roba che avrei potuto restare lì davanti per anni con gli occhi lucidi senza più rendermi conto di niente, ascoltando soltanto ciò che quell'immagine raccontava "suonando" nella mia testa una fragilissima melodia fatta di quella magia particolare che è l'infanzia.
Strano il modo che abbiamo di considerare le età umane come una sorta di passaggio in cui un'età finisce sempre per superare ed escludere la precedente, considerando come comportamenti deviati quelli di coloro che conservano tracce consistenti dell'età precedente. Quel brutto modo di definire la parte bambina che ancora c'è nel profondo del nostro cuore come sindrome di Peter Pan, come quando si parla di crisi di mezza età per definire gli slanci di entusiasmo adolescenziale in persone già adulte.
Machiel Botman prende la macchina fotografica e decide di rovesciare questo genere di convenzioni. Forse non lo fa consapevolmente, ma giocando con la lanterna magica dei ricordi ci costringe a riflettere su quanto di ciò che siamo oggi dipenda e sia diverso da com'eravamo ieri.
L'immagine è semplice, due bambini sdraiati a guardare il cielo in una calda notte d'estate, le schiene umide appoggiate alla pietra fredda del cortile, i piedi nudi. Dietro di loro una porta di casa che è piena di luce e li investe come a proteggere quel loro momento di magia. Si sentono al sicuro, sentono di avere il diritto di restarsene lì ancora un po' a cullare giochi e sogni di giochi prima che una voce conosciuta li chiami per nome con dolcezza e li inviti ad andare a letto.
Una composizione semplice, nonostante tutto, un soggetto domestico. Ma c'è di più. C'è che i due bambini non hanno nessuna paura. C'è che vivono ancora nella magia dell'infanzia, quando lo spazio della fantasia predomina ancora sul senso della realtà e permette alla mente voli pindarici che crescendo diventeranno sempre più goffi saltelli da una responsabilità all'altra.
E allora, forse, è proprio questo che mi ha spezzato il cuore.
Riconoscere dentro di me, dietro alle mie malinconie da quasi adulta, dietro alle mie incazzature adolescenziali, una virgola dorata di quel periodo meraviglioso che è stata la mia infanzia, una virgola sospesa tra la mia foto a tre anni in canottiera e braghette e il diploma di laurea fotocopiato in un cassetto.

lunedì, marzo 27, 2006

Da oggi ho 23 anni.
Probabilmente la gente per strada continuerà a fermarmi e chiedermi cosa voglio fare dopo la maturità ma io sogghignerò nel profondo,
pensando alle cifre 2 e 3 insieme.

mercoledì, marzo 22, 2006

C'è un parco dietro alla stazione e questo parco ha una magia.
Sembrerò pazza se vi dico che nei pomeriggi di primavera come oggi, se è quasi il tramonto e ci si sceglie una panchina al sole da cui sbirciare gli alberi che diventano silhouettes, il parco diventa un luogo senza suoni esterni, soltanto uccelli che cantano e la ruota di una bimba in bicicletta che pizzica il selciato e mi sorride.
Sopra l'erba sono cresciuti fili di ragnatela che brillano e oscillano al vento che è poco, non dà fastidio, porta al naso un buon profumo di terra; alcuni degli alberi più belli della città in questo parco, che da piccola alle elementari ci portavano ad abbracciarli per vedere quant'erano grandi. Sono alberi anziani che dall'alto delle loro cime hanno visto passare tutti i treni della stazione con rami lunghissimi che si intrecciano e giocano a fare cornici di cielo e di nuvole, si sfiorano senza toccarsi.
Tu dormi con la testa appoggiata alle mie ginocchia e la pelle pallida dell'inverno che ha preso il treno l'altro ieri.
Io non so chiedere altro e quasi mi aspetterei di rimanere qui per sempre, quasi lo potrei desiderare.

martedì, marzo 21, 2006

* un crescente mattutino

Mornington Crescent
I think of you
Rain in the southeast
Men feeling blue
Men with their bowlers
Kids with their spats
Ladies with chauffeurs
Dogs wearing hats and jackets
Rich apartments
Old punk posters
Tartan garmentsI
love the exquisite array
I love the camp as camp parade
The possibilities suggest themselves to me
I'm feeling free
(Belle & Sebastian)
Primo giorno di primavera.
Mi sono svegliata che pioveva luce, il cielo era bianco ed erano bianche anche le gocce sui vetri.
Piove ma la primavera è iniziata comunque.
Si è schiusa nel cuore in quella commozione sottile per le cose nuove.
Un vero mornington crescent.

sabato, marzo 18, 2006

sono un post monotematico e parlo di SL



"I'm Sondre Lerche, I come from Norway"
Post esclusivamente a lui dedicato
(a coloro che stanno storcendo il naso non è consigliabile di proseguire la lettura, ricordiamoci che per la musica il de gustibus vale più che mai)

Poc'anzi fece la sua uscita nel mondo musicale il nuovo lavoro di Sondre Lerche, dal titolo Duper Sessions, la cui unica traccia da me fin'ora ascoltata (Minor Detail) mi ha riportato alla mente atmosfere alla Cole Porter e Chet Baker, con locali pieni di fumo e una piccola orchestra illuminata da un occhio di bue; d'altro canto, la copertina del disco su cui campeggia il Nostro, di bianco colletto e nera giacca vestito, non lascia spazio ad altri dubbi.
Sarà un tuffo retrò,vedremo.
La notizia che Sondre si fosse cimentato in un nuovo lavoro ha gettato la sottoscritta in una profondissima nostalgia da primo ascolto, costringendola ad abbandonarsi ai ricordi della lontana estate 2002, calda e torrida come non mai: boccheggiante su un divano bollente a guardare il Festivalbar aspettando di uscire con gli amici e farci collettivamente sbranare dalle zanzare.
Nel pieno della manifestazione televisiva delle canzoncine da bar in piscina e radioline in spiaggia, tra mezze celebrità di vario genere comparve anche lui, la proposta straniera emergente:
Sondre Valuar Lerche, classe 1983 (la mia), frangia bionda da una parte e sguardo da bimbo impacciato. Sembrava il fratellino minore di Mark Owen dei Take That (era Mark Owen vero?).
Poi imbracciò la chitarra con la sua tracolla a stelline e iniziò a scatenarsi con una foga che nemmeno un adolescente nel suo garage.
La canzone (Sleep On Needles) era carina, ma la vera magia stava tutta lì, in quel suo modo appassionato di suonarla, come fosse stata una pietra miliare destinata a cambiare il corso degli ascolti futuri dell'umanità; inutile dire che l'album Faces Down divenne uno dei miei leit-motiv estivi, per quella sua grazia delicata da primo lavoro di pancia e di cuore, per quel calore che mai ti saresti aspettato da una musica così vicina al Polo.
Autunno, inverno, primavera 2003.
I miei ascolti vanno diversificandosi e poco alla volta il ricordo del giovane norvegese diventa il ricordo di un'estate, com'è nella naturale inclinazione delle cose.
Passa un anno intero e siamo alla primavera del 2004, quando un'amica si presenta a casa mia con svariati dischi tra cui anche Two Way Monologue:
- Questo tipo è proprio bravo, dovresti ascoltarlo-
- Ah sì, lo conosco, l'anno scorso me ne ero quasi innamorata-
Incredula rigiro l'album tra le mani e mi ci applico in un ascolto ossessivo che dura per settimane; qualunque viaggio, passeggio o cazzeggio ha come colonna sonora una canzone di S.L.. Le più gettonate diventano Stupid Memory (una canzone tutta rosa), Two Way Monologue (un fotogramma nitido e preciso di quello che mi sta accadendo in quel periodo) e la qui già citata Things You Called Fate (la sensazione di volersene andare senza avere alle spalle la minima organizzazione -il che tradisce il fatto di non volersene andare veramente).
L'amore finisce nel più probabile dei modi.
Aprendo la custodia del portacd mi accorgo di avere perso l'onnipresente disco e lo interpreto come un inequivocabile segno del destino; urge una disintossicazione da parentesi nordica e una riapertura al mondo musicale su altri fronti. Che poi a dire il vero Two Way Monologue mi manca fisicamente e quando mi capita una domenica pomeriggio libera, spulcio sempre cassetti e scatoloni nella speranza che mi ricapiti tra le mani.
Tutto questo ci riporta a oggi, alle soglie di un nuovo album che, in caso di delusione, potrebbe gettarmi nello sconforto più cupo: perchè credere che esiste un artista capace di non deluderti mai, in nessuna occasione, è un'utopia difficile da scacciare dalla propria mente.
E forse il segreto di una canzone non sta nel fatto che possa obiettivamente cambiare la storia della musica, ma che possa, semplicemente, cambiare la storia di chi la sta ascoltando e ci legge dentro una parte di sè.

mercoledì, marzo 15, 2006

-marzo-


Marzo è il mese dei compleanni, delle lauree, delle partenze.
Sembra quasi che la gente si accorga all'improvviso che l'anno è già iniziato da tre mesi ed è ora di darsi da fare. Mattinata trascorsa a cucinare la torta di cui sopra, domani è il compleanno di mio padre che se la mangia subito, decidendo di invecchiare con un giorno di anticipo. Il pezzo di braccio in alto a destra è il suo.

Marzo è il mese dei cambiamenti. Anche se quest'anno fa freddo, c'è già chi ha riposto il cappotto nell'armadio fino a novembre dell'anno prossimo, chi lecca timidamente un gelato seduto su una panchina incurante del vento polare. E' un mese che per me, essendoci nata, ha sempre avuto un significato particolare. Prima di tutto perchè ci si rende conto di come il mutamento sia qualcosa di profondamente legato alla vita umana; di come siamo entità destinate a cambiare costantemente nel tempo, decidendo in modo autonomo se evolverci o regredire. A marzo nessuna giornata è uguale alla precedente; non si guarda mai due volte lo stesso cielo, lo stesso tramonto fiammante si ripropone in innumerevoli varianti di fuoco. Nell'aria il ricordo dell'inverno che sta andando via, che ritira lentamente le sue lunghe braccia e lascia spazio ai primi timidi segni di una stagione tiepida che arriverà (ma di cui comunque non si ha certezza). E' l'inizio di un cammino incostante che porterà cose nuove e ne disseppelirà di vecchie.

marzo è freddo ma sorride, un po' come me oggi mentre mescolo la panna montata e le fragole canticchiando qualche canzone senza importanza.

lunedì, marzo 13, 2006

*notte di provincia

Le cose che forse si mettono a posto.
Non del tutto, per carità, ma un pochino si sistemano l'una accanto all'altra, senza urtarsi di continuo. Una bella sensazione.
Come il tramonto, in un parcheggio deserto e i profili delle montagne che disegnano il confine tra la terra e il cielo. La luna quasi piena brilla nello specchietto retrovisore.
Un filo di musica appena, una canzone che ascoltavo più di un anno fa, mi parla ancora di speranza.

Sono stata arrabbiata in questi giorni, nervosa, con i pugni serrati, con il groppo alla gola.
Qualcuno ha detto che non sono capace di coltivare amarezza.
Niente di più veritiero.
Non divento mai davvero cinica, quando mi avvicino al limite ultimo, e succede spesso ultimamente, c'è sempre qualcosa che mi trattiene per il lembo della manica. Così che alla fine mi assale una certa tristezza inspiegabile che è più una nebbia che un temporale vero e proprio, destinata a dissolversi. Ed è uguale a tutte quelle nebbie già scese e passate negli anni, quei periodi strani in cui non sei più sicuro di osservare il mondo nel modo giusto, tutto sembra relativo, sfuggente, caotico.
Poi mi ricordo che sono fortunata.
Perchè ho certe cose, perchè ne vedo e ne sento altre.
Perchè ho la grande fortuna di potermi arrabbiare quando so che quello che succede non corrisponde a ciò che voglio dalla mia vita.

*"...la notte è azzurra sopra i tetti e le finestre sono addormentate tutto quanto è proprio a posto e in fondo non va così male..."