Ieri sera prima di andare a dormire ho letto una poesia che si intitolava –Ultimo dell’anno- e diceva:
“Lato di case dall’autostrada. Un bosco alto e veloce
più vero nel retrovisore
con la musica piena, il bagliore.
Tutto si perde nella scia dei chilometri
via via che i paesi giocattolo sghembano sorpassando
con le altre immagini”
(Gian Mario Villalta)
E mi è venuto in mente che sì, quest’anno è stato come un lungo viaggio in auto senza tregua, pieno di musica, di fatica, di osservazioni incessanti, di discorsi, di partenze, di incontri, di addii.
Mi piace l’idea che il bosco diventi più vero nel riflesso di uno specchio e nel bagliore di una musica “piena”. E’ così, almeno per me.
Che certe canzoni me le sono bevute tutta d’un fiato e ho continuato ad ascoltarle perché ad ogni ascolto mi sembrava di vedere la mia verità di quel momento più da vicino.
48 ore alla fine dell’anno.
Di cose da dire, di verità da raccontare ce ne sarebbero talmente tante che ci vorrebbe un anno nuovo per elencarle tutte. Allora forse mi viene più semplice ricordare le canzoni.
Dei Lucksmiths, i cui angoli caldi mi hanno tenuto compagnia per un’estate intera, fatta di poesie semplici, di quotidiano, dell’arte di cucinare in due, di chi la sera preferisce restare a casa perché non ha voglia di uscire, della musica che è la porta a cui bussare sempre e comunque.
Ancora. Le melodie degli adorabili, buffissimi Architecture in Helsinki, la sensazione che la loro “It’s almost a trap” avesse per me qualcosa di profetico, mesi bui di tentativi falliti e poi la speranza nascosta tra le note bislacche, l’allegria mascherata, suoni intrecciati l’uno con l’altro come corone di margherite raccolte per caso in un prato, per caso.
E i due uomini che mi hanno cambiato la vita, Lou Barlow e Micah P. Hinson. Le loro voci spezzate che si presero la mia vita, la passarono al setaccio, me la restituirono con sfumature diverse. Dischi che sono soprattutto percorsi che mi suonano dentro e sanno di pianoforti e chitarre e nuvole, cime di alberi con le foglie lucide che sventolano sul cielo troppo blu di agosto, sole che filtra dalle palpebre socchiuse, abituarsi alla forma magica di una silhouette adorabile da spiare al mio fianco.
Qualche lacrima a volte, anche, sì.
I Sambassadeur, che per me avrebbero anche potuto scrivere soltanto Still Life Ahead e mi sarebbe bastata comunque come inno personale, per tutti i mesi a seguire. Settembrini, crepuscolari, svedesi. Gente che il sole lo vede poco e lo vede pallido. Un po’ come succede a noi qui in pianura. Gente che si sente parecchio vicina per affinità geografico-elettive.
E Bright Eyes, la colonna sonora ideale per qualsiasi tipo di dopo sbronza (emotiva/alcolica), i Death Cab For Cutie (la loro dolce dolce I will follow you into the dark). E Frida Hyvonen, Jens Lekman, Maths and Physics Club, Okkervil River, Lucknow Pact, Belle & Sebastian, Spinto Band, Lisa Germano, Cat Power, Laura Veirs, The Boy Least Likely To, Broken Social Scene, Gravenhurst, Clap Your Hands Say Yeah, Babyshambles, Arab Strap e tanti, tantissimi altri.
Forse ti accorgi di quanto un anno è stato lungo anche dal numero di canzoni che hai ascoltato.
Per me il 2005 è stato un anno lunghissimo di musica e Altro.
venerdì, dicembre 30, 2005
Cose di fine anno (parte I^)
giovedì, dicembre 22, 2005
*maybe that's my -winter song-
Forse è arrivato quel momento.
Quello del lungo post malinconico-natalizio sull'anno che finisce, sui bilanci, sulle considerazioni notturne. Non so, non ne sono sicura, ma stasera tra un pacchetto e l'altro, tra il tubetto del vinavil che mi esplode tra le mani e una lunga conversazione telefonica sui miei personali valori dell'amicizia ribaltati ancora una volta dall'anno in corso, mi è presa la voglia di scrivere qui.
Non so cosa di preciso, non ne sono sicura, ma era quello di avevo bisogno, musica in cuffia e dita che battono la tastiera e odore di colla sparsa dappertutto.
Di come alla fine questo fatto della colla esplosa abbia un che di metaforico.
Io che negli ultimi mesi sono stata un po' la colla esplosa su tanti pezzi che non stavano insieme. Ho detto cose che avrei giurato non mi sarebbero mai uscite dalla bocca nella vita intera.
Discorsi sull'accontentarsi, sul giustificare, sul ponderare il proprio livello di coinvolgimento emotivo nei rapporti umani. Io non posso essere diventata così davvero.
Io sono e sono sempre stata una persona emotiva.
Una che, se anche magari non lo dà a vedere, si emoziona per qualunque minuscolo insignificante particolare, una che se le sorridi la prima volta che la incontri è difficile che non finisca per credere che diventerai uno dei miei migliori amici.
Una che si commuove spesso e cerca di non farsi accorgere.
Una che la vita la ama fortemente e ama fortemente le persone, le loro complicanze, i loro sorrisi, la luce che c'è in ciascuna di loro.
Finisco spesso delusa, certo, ma fa parte del gioco, chi punta tutto quello che ha corre un rischio e lo sa e lo corre lo stesso e aspetta con gli occhi chiusi e le dita incrociate che la pallina danzante atterri proprio sul suo numero.
Preferisco stare male forse.
Soffrire in continuazione per le delusioni grandi e piccole che quella pallina incontrollabile mi dà, schizzando da un numero all'altro a suo piacimento, dimenticandosi di baciarmi sulla fronte e regalarmi una vittoria dopo l'altra.
Sarebbe scontato, sarebbe banale.
Non ci sarebbero grandi rapporti e piccoli rapporti, soltanto un unico piatto, superficiale legame interpersonale. E io che sono una giocatrice d'azzardo non posso certo accontentarmi di un'innocente mano di briscola. Ho bisogno del brivido, di occhi ardenti, di mani tese e pugni chiusi, di invidie, di affetti, di odio e di amore. Perchè mi fa sentire viva e non una sopravvissuta, perchè è l'unico modo che ho di essere me fino in fondo.
Quindi non lo so, non lo so davvero.
Cosa mi abbia portato fin qui, e se ci sarà qualcosa che mi porterà indietro.
Ecco, solo molta confusione forse, gli ultimi mesi passati a scrivere e riscrivere la stessa frase mille volte diverse e adesso.
Adesso è tornata la vita e non sono sicura di sapere se la mia vecchia presa sia ancora valida.
Ci sarebbe bisogno di tempo.
Ci sarebbe.
mercoledì, dicembre 21, 2005
..down in albion..

Probabilmente è stupido.
Innamorarsi di una canzone così, su due piedi, ascoltarla almeno ottanta volte al giorno, finire per identificarla con precisi momenti della propria giornata.
Camminare ovunque con quella canzone in testa, arrivare a perdersi dentro le sue note, scomparire proprio, diventare quella canzone. Soprattutto se si è consapevoli che quella canzone non diventerà un classico, perchè è nella sua natura, di restare soltanto un motivo orecchiabile della tua soundtrack personale. Perchè sai che quella canzone non cambierà il mondo. Perchè sai che chi l'ha scritta è uno dei peggiori venditori di fuffa musicale del 2005, un ragazzo drogato che si spaccia per nuova icona rock, uno spiantato in canottiera e bombetta che a vederlo sui giornali ti sta anche parecchio antipatico. Uno che prima di diventare un tossico vinceva premi di poesia e se magari avesse continuato a fare il poeta e non il tossico sarebbe diventata una persona migliore. Una persona normale, senza successo, senza copertine. Che poi magari se ne rende anche conto quando non è impegnato a fumarsi o bersi qualcosa o entrambi. Allora ti sembra quasi di sentirci una nota di malinconia leggerissima in quella canzone e magari ritieni anche possibile che la tua sensazione sia solo il frutto di una colossale presa per il culo, ma se non lo fosse, se quella malinconia di gin dentro a tazze da the e foglie secche sul pavimento fosse vera, allora sarebbe quello il vero motivo per cui questa canzone ti piace davvero tanto. Perchè ci senti un gusto che non è troppo estraneo, una tristezza leggera da anno che finisce, la stessa sensazione che si prova ad una festa quando all'improvviso guardi tutti intorno e ti sembrano sul punto di essere spazzati via da un'ondata di tristezza gigantesca e finisci per commuoverti per qualunque cosa, per i mozziconi dentro alle lattine di birra, per qualcuno che sta dormendo sul divano, per i piatti di plastica abbandonati dappertutto, per lo sforzo immane di ciascuno dei presenti di mostrare la versione più gradevole di sè.
Allora forse Albion è la canzone migliore da ascoltare alla fine di qualcosa, di una festa come di un periodo della vita, senza bisogno di alzare il volume, lasciarla in sottofondo, come una nota a piè di pagina, come una parentesi invisibile che racchiude le cose e le racconta.
lunedì, dicembre 19, 2005
Weekends away
Weekends away.
Le definirei così tutte quelle coppie di sabato+domenica che mi sono lasciata alle spalle quest'anno.
Una voglia terribile di dare libero sfogo all'impellente desiderio di un lunghissimo post malinconico sull'anno che se ne va. Ma non è il momento stasera, ho qualche linea di febbre e finalmente un po' di tempo a disposizione per scrivere due righe sugli ultimi folli giorni.
Laurea, festa di laurea, io vestita da babbo natale che trucco bambini nel centro città.
-Cosa non si farebbe per cento euro- lo dice Diana, che stasera dovevo chiamare, ma perdonami ho la voce da puffo brontolone e una sensazione di galleggiamento corporeo che mi impedisce di intrattenere anche una normale conversazione. Ascolto indie-compilation natalizie scaricate in rete, bevo spremuta di mandarini. Se poi dovessi davvero mettermi a raccontarlo quel milione di cose ci vorrebbero ore, giorni E ancora una volta non mi sento di fare altro che ringraziare.
Tutte le splendide persone che alla mia festa hanno dato il meglio del loro affetto innaffiandosi e innaffiandomi senza pietà di cuba libre hand-made e birra a fiumi.
Grazie a Diana, che offrendomi in sacrificio la sua tavernetta ha dimostrato un eccezionale e sconfinato affetto nei confronti della sottoscritta, ospitandola inoltre a riposare nella sua magione per le successive quattro ore post festa in attesa che andassi al lavoro. Meravigliosa creatura.
Grazie a Simone, al quale avevo fatto promettere di non farmi ubriacare e il quale non ha mantenuto la promessa provvedendo però ad adagiarmi su un divano e coprire con il suo caldo cappotto le mie quattro ossa collassate e sonnolente. L'uomo dei miei sogni.
Grazie a Claudio, perchè col passare degli anni è diventato una specie di insostituibile cornice delle mie giornate, che senza la sua ironia pungente e la sua impressionante somiglianza con orlando bloom mi sembrano sempre un po' vuote, un po' manchevoli. L'amico migliore.
Grazie ad Amanda, che non ha detto niente nemmeno quando dopo avere cantato a squarciagola "Sarà perchè ti amo" e avere letto una serie di irripetibili volgarità dagli amici trascritte le ho confessato di non essere molto in me. Sorella che ne ha viste tante.
E poi ci sarebbero gli altri trenta grazie da elargire ai partecipanti, ognuno per un motivo diverso.
Ma forse è meglio che vada a dormire presto e mi riposi un po', il weekend vestita da babbo natale mi ha provato parecchio.
mercoledì, dicembre 14, 2005
Avrei da scrivere più o meno un milione di cose...ma per il momento ne scrivo una soltanto. Grazie. A quelli che c'erano fisicamente, a quelli che c'erano con il pensiero, a quelli che hanno acceso ceri in chiesa per me, a chi ha pregato, a chi si è sorbito tutte le mie lamentele dal vivo o via web, a quelli che hanno ascoltato, a quelli che hanno letto, a quelli che hanno telefonato, a quelli dei fiori, a quelli dei paraorecchie a forma di renna, a quelli delle foto, a quelli delle parole strappalacrime, a quelli che se non ci fossero stati non ci sarei stata nemmeno io lì in piedi.
Grazie
lunedì, dicembre 12, 2005
Due giorni e la qui presente sarà una semi-dottoressa in filosofia.
Suona buffo, come il cappello arancione con i fiori che ho comprato alla fiera dell'artigianato a milano, come mia sorella in treno che mi manda messaggi sul cellulare che mi fanno crepare dalle risate. Poi ci sono i finestrini e fuori è tutto buio, e ci vedi riflesse le persone dall'altro lato, qualcuno dorme, quasi tutti a dire la verità, il signore di fianco a me deve essere medico e legge un libro su strani macchinari per operazioni chirurgiche.
Io sottolineo un po' la tesi e un po' mi perdo a cercare la luna che sta in alto, sotto la scritta
-vietato gettare oggetti fuori dal finestrino- chissà chi l'ha buttata la luna là sopra.
Piove di nuovo e nevica anche, il tempo sembra indeciso sul da farsi. Io ho come una calma improvvisa e inquietante che mi scorre nelle vene, anche quando ripeto a sfinimento concetti vari e sottolineo e penso che proprio tutto non lo saprò mai.
E penso anche che tra due giorni, laurea a parte, tutte le persone a cui voglio bene saranno lì con me e saranno lì per me. Ci saranno i loro occhi brillanti e le loro emozioni.
Questo pensiero mi commuove e forse riempie quella sensazione di solitudine che ogni tanto mi scava tunnel profondi nel cuore e nell'anima. Mi dispiace solo di non sentire arrivare il Natale, di avere perso quell'incanto dell'attesa, della neve, del freddo, della cura per le persone.
L'impressione di non avere mai avuto abbastanza tempo quest'anno.
Come fosse stato un anno monco, scontato di un quantitativo di ore sufficiente a lasciare che le cose si arrotolassero a valanga.
Ascolto quel drogato di Pete Doherty, mi piace Albion dei Babyshambles, ho l'impressione che diventerà un po' l'inno di quest'ultimo periodo.
E poi niente, ripasso, domani vado dal parrucchiere, faccio la spesa per la festa di venerdì, mi addormenti sul divano dopo pranzo.
venerdì, dicembre 09, 2005
E' dicembre e all'improvviso ti ricordi che qualche anno fa ascoltavi questa canzone e oggi ti senti esattamente come allora, se non con qualche anno in più sulle spalle.
Coincidenze,no?
lunedì, dicembre 05, 2005
C'è la tesi stampata, finita, le tre copie una sopra l'altra sulla scrivania.
Ci sono i libri di Derrida, una cartellina di plastica rossa trasparente, un'altra piena di fotocopie e appunti. C'è la luce spenta.
Ci sei tu seduta lì davanti alla scrivania, in pigiama, a guardare nel buio quelle cose.
Dormono tutti, sono le tre del mattino. Ti laurei tra una settimana.
E non puoi dormire perchè hai bisogno di silenzio.
Perchè se chiudi gli occhi senti il rumore assordante di posate e piatti e bicchieri da riempire d'acqua e da bere mentre ceni con la testa bassa.
Ed è un rumore che conosci bene e che ti fa paura, ha il profumo di cose che non si riescono a perdonare.
Pensi che se nel mondo tutti di colpo smettessero di parlare il silenzio sarebbe talmente insopportabile che la gente finirebbe per portarsi le mani alle orecchie all'istante.
Una settimana alla tesi, tre anni di università passati in un soffio davvero.
In quelle quaranta pagine una parte di te, nascosta da parole difficili, pensieri complessi, citazioni. Ciò che non si dice è importante quanto ciò che si dice.
Mentre sei seduta nel buio e hai un po' di freddo senti che vicino a te passa qualcosa e ti sfiora, come un fantasma.
E' tardi, dormono tutti ma il bene delle persone importanti è ancora sveglio per fortuna.
Fuori per strada c'è la neve ammassata ai lati del marciapiede.
Un gatto sotto un lampione si lecca una zampa e le luci della stazione brillano gialle nella nebbia.
Torni a letto e ti addormenti. Il rumore di posate non si sente quasi più.
sabato, dicembre 03, 2005
Poi giuro che mi metto sul serio a concludere la tesi.
Però stanotte ha nevicato e dovevo celebrare l'evento in qualche modo.
W la neve, yu-hu!
mercoledì, novembre 30, 2005
Sentire il bisogno di certezze calde, da avere sempre a portata di mano.
L’inverno è anche questo, oltre al freddo, oltre alle luci per le strade, oltre alle giornate che iniziano quando stai ancora dormendo.
Stavolta lo posso dire con certezza che mi laureo tra poco, due settimane appena al giorno in cui il mio folle amore per la filosofia si prenderà una pausa per interrogarsi sulla sua ragion d’essere ma soprattutto sulla sua ragione di andare avanti. Ci siamo, ci sono. Mi avvicino al punto a capo con sentimenti altalenanti che vanno dall’euforia di chi ha davvero bisogno di una pausa alla consapevolezza che un altro ciclo sta per concludersi.
Ci sono certi momenti della giornata in cui vorrei avere davanti tutte le persone a cui voglio bene e abbracciarle, ognuna per un motivo diverso. L’inverno è anche questo, oltre ai vetri appannati la mattina presto, i fiati disegnati dei passanti, le labbra screpolate.
Non mi era mai successo di avvicinarmi alla fine di qualcosa e puntare i piedi per non scivolare in quella direzione.
Come se avessi bisogno ancora un po’ di tempo a disposizione per essere sicura di riuscire a tenere a mente tutte le cose importanti.
Come se non fossi sicura che ancora una volta ricorderò tutto nei dettagli perché la mia testa funziona così, a immagini, a fotografie, a sensazione collezionate con una precisione e una vividezza incredibile.
Come se la vita fosse un quadro cui mi avvicino giorno dopo giorno, passo dopo passo, scoprendo dettagli, sfumature, significati insospettati, nell’assurdo tentativo di comprendere.
sabato, novembre 26, 2005
Ho fatto cose, ho visto gente
- Ho scritto il mio primo curriculum ed è stata un’esperienza orribile. Non si possono riassumere 22 anni della propria vita in una paginetta e mezza di Word; io a cinque anni ho rotto la televisione e per punizione ho trascorso un pomeriggio intero a piangere seduta sulla mia mini-poltrona di pelo rosso. Quel giorno mi sono scontrata con la realtà delle cose che hanno un prezzo e che se non le hai comprate tu e poi le rompi vai incontro a terribili conseguenze. Ma non ho potuto scriverlo ovviamente.
- Ho visto l’ultimo episodio di Harry Potter e mi sono francamente rotta le palle dall’inizio alla fine; non c'erano animali carini, non c'era magia e suspence ma solo tempeste ormonali, balli della scuola ed erbe magiche. Harry nudo nella vasca da bagno viene insidiato dal fantasma-cozza di Mirtilla che cerca a tutti i costi di sbirciare proprio là, Ralph Fiennes sembra un gamberetto surgelato dimenticato nel freezer per quindici anni (davvero orribile), Agrid ci prova con una stallona alta un metro e novanta, Ermione si lascia sedurre dal Costantino di turno, Ron vorrebbe dare sfogo alla sua virilità ma non riesce a mettere a segno nessun colpo...ma non doveva essere un film per bambini? Da quando Gianni Sperti ha vinto la Talpa il mondo non è più lo stesso, nemmeno quello delle fiabe.
- Continuo a litigare con Word, con indici e sommari, Word è veramente un programma fetido e infingardo, con le sue inspiegabili formattazioni; io la tesina la consegno stampata su un rotolo di telex come On the road di Jack Kerouac; e magari mi presento alla laurea vestita da Jack Kerouac con la camicia da boscaiolo, il crocefisso al collo e una fiaschetta di whisky nella tasca della giacca.
- Ci vado o no a Genova? Non so se mandare il curriculum anche se a Genova ci sono 1) il mare 2) la focaccia ligure, validi motivi che potrebbero motivare un mio repentino trasferimento.
Ho quasi rinunciato a orientarmi nell’infinita galassia dei master, non capisco quali siano le differenze tra quelli universitari e non, non capisco quale sia il trucco per scoprire se c'è la sorpresa o meno. Ho sempre il terrore che finiscano per vendermi pentole, enciclopedie o portarmi in gita ad Arenzano.
- Siamo quasi a dicembre e la moleskine cè agli sgocciolo; quest’anno mi sembra più vuota del solito, un po’ anonima, un po’ troppo professionale, un po’ fredda. E forse riflette il mio sentirmi, il mio essere frà in versione fine 2005. On verra.
lunedì, novembre 21, 2005
[Hope]
Oh sì.
Oh-davvero-sì.
Se fosse la volta buona dico, se fosse la volta per chiudere questo schermo del computer che mi sta acceso davanti alla faccia da due mesi a questa parte risucchiando buona parte delle mie energie e del mio buonumore.
Se fosse la volta buona per poter uscire il pomeriggio e fare finalmente un miliardo di fotografie al ritrovato mondo esterno.
Se fosse la volta buona per alzarsi la mattina e non avere nient’altro da fare che annusare nell’aria l’odore del caffè.
Se fosse la volta buona per recuperare angoli della bocca sollevati e occhi brillanti e pensieri felici e cura per le persone che amo.
Se fosse la volta buona per tornare ad ascoltare musica tutto il santo giorno e dare fondo a tutti i miei risparmi in libri.
Se fosse la volta buona per tornare a dormire come si deve e tornare e sognare cose belle.
Se fosse la volta buona per chiudere questa porta e aprirne un’altra e tuffarmici dentro dalla testa ai piedi.
[I hope]
mercoledì, novembre 16, 2005
PiPpApOsT
In questo periodo sono talmente stanca che spesso la sera ho l’impressione che il mondo si ripieghi su di me come una scatola.
Una scatola che ha un profumo tutto uguale, di cartone, di legno e allora mi domando dove siano finite le sfumature, i colori, i profumi.
[là fuori]
Il problema è che io sono qui dentro, seduta sul fondo e non faccio niente per uscire.
Ho scritto delle cose, pensieri di poche righe, sul crescere, su cosa significhi per me, sui vestiti che si ammucchiano sopra la sedia della mia stanza, su una certa mancanza di abbracci che c'erano.
Se mi sono davvero liberata da tutti i miei sensi di colpa.
Se riscoprirmi più fragile di quanto potessi immaginare sia un bene o un male.
.stanca.
Di studiare, di tenere acceso il cervello su pensieri difficili, di osservare provette di filosofia per ore e ore fino a perdermici dentro, di mettermi in provetta, di scrivere, di parlare anche.
Penso che fuori è davvero tutto molto difficile e complicato, e che mi capita di non avere la più pallida idea di come comportarmi, di come affrontare, superare e proseguire.
Non mi piace sentirmi così vulnerabile, non ci sono abituata.
Preferisco chiudermi in una scatola e aspettare che ritorni il vento e mi sollevi ancora.
lunedì, novembre 14, 2005
Any where out of the world
C’è una persona con cui da tre anni a questa parte non mi è mai riuscito di litigare come si deve. Non intendo quel genere di litigi in cui ti strappi i capelli e urli atroci cose che vorresti rimangiarti esattamente nel momento in cui le senti rimbombare intorno a te.
Piuttosto mi riferisco a una sana discussione, discutere di cose che vengono chiamate con il loro nome e non con una serie di sinonimi che possano renderle più affabili e gradevoli.
E io con lei non ho mai discusso davvero.
Clic.
giovedì, novembre 10, 2005
Un bel po'che non scrivo nulla.
Due i motivi principali: sto donando la maggior parte del mio tempo alla mia tesi che riguarda un libro che tratta del dono e del tempo. Poi: l'ennesimo cambio di compagnia telefonica, che comporta l'ennesimo disagio di connessione inesistente o lentissima nel migliore dei casi.
Così mi ritrovo costretta a scrivere e a postare quando le congiunzioni astrali mi sono favorevoli.
Oggi è il dieci novembre e fuori fa un freddo boia.
Qua a Seattle è arrivata la nebbia, caduta all'improvviso sulla pianura come una coperta spessa e impenetrabile, succede che se vai fuori città ti sembra di guidare dentro un'enorme bolla di vapore. Succede anche che rischi di fare degli incidenti se non fai attenzione.
Ma intanto io mi muovo ben poco, abbarbicata alla mia postazione tesi, con una gamba su e una giù dalla sedia, con il tavolo cosparso di fogli e libri e fotocopie e correzione e altri libri e una mezza minerale che è lì da quando ho incominciato la tesi, ovvero marzo 2005.
Faccio schifo.
Fisicamente dico. Ho sviluppato un festival di malattie psicosomatiche, giro per casa avvolta in maglioni di lana di quattro taglie in più e pantaloni della tuta macchiati di dentifricio; ho recuperato anche un'infinita serie di orribili cerchietti delle elementari che hanno la funzione di domare la mia sempre più ribelle chioma leonina.
Ieri mattina mi sono svegliata canticchiando Altrove di Morgan, [ho deciso di perdermi nel mondo...anche se sprofondo...lascio che le cose mi portino altrove...non importa dove] e ho capito che il mio inconscio stava disperatamente cercando di lanciarmi un messaggio di aiuto.
Altrimenti come si spiegherebbe il successivo ascolto di Someday soon dei Wilco (quello che vorrei rispondere a chi mi chiede quando finirò la tesi) o di It's not going to stop di Aimee Mann (quello che rispondo di solito) o ancora di I'm on standby dei Grandaddy (dichiarazione di intenti che più chiara di così non si può)?
Ci sono dentro fino al collo, ma Even after all cerco di surfare la stanchezza meglio che posso; e allora giù di Spinto Band a far ballare sulle note di Did I tell You il mio nuovo peluche Donato, gentilmente regalatomi come supporto e come supporter per la tesi. L'unico problema è che non riesco a capire se è una pecora o un coniglio.
Per il resto lo trovo decisamente carino e dispensatore di felicità.
lunedì, ottobre 31, 2005
Dai fiato Miles.
C'è la nebbia fuori, oltre le porte della città, in quella zona dai contorni indefiniti che è la campagna, in quello spazio buio senza abitanti, senza padroni.
Diventa sera.
Ed è magico come diventi sera ogni volta e come, chiudendo gli occhi mentre ascolti miles davis, di colpo ti ritrovi in mezzo a una viale alberato d'autunno, tra un balletto di foglie e una folata di vento.
Cammini, prendi a calci un giornale, tiri su il bavero della giacca e pensi che l'inverno è quasi arrivato.
Ci pensi con calma, lo chiedi a Miles e lui soffia divinamente la sua poesia di musica nell'aria, forma una piccola nuvola di vapore che scompare nel freddo.
Proseguite lungo la strada vicini, sbirciando dalle finestre persone che si mettono a tavola, bambini, una ragazza in pigiama davanti alla tivù.
Il mondo è meraviglioso nella sua povertà, nella sua manchevolezza, nei suoi contrasti che stridono come i freni di un tram che cigola verso il centro.
Ci sono colonne sonore universali.
Canzoni che non sentiamo se non prestando loro la dovuta attenzione.
Destinate a ripetersi per sempre, un loop infinito che accompagna l'universo nelle sue infinite rivoluzioni.
Ogni tanto un grande musicista si sveglia di colpo, nel cuore della notte, e il suo grande orecchio riesce a percepire una di quelle canzoni.
Allora la scrive, ci lavora, la ascolta ancora, la perfeziona e poi la suona.
E lascia tutti a bocca aperta.
Perchè si accorgono che è sempre stata lì, sepolta da qualche parte nella loro testa, a suonare le sue note silenziose.
Vorrebbero poter dire che non è mai entrata nella loro mente prima di allora, ma sanno che non è così.
domenica, ottobre 30, 2005
Tonio Cartonio è morto di overdose (?)
Mi è presa la voglia di solitudine stasera.
A un certo punto, così, su due piedi e non so nemmeno bene perché.
Ed era una bella serata, di quelle in cui si ride molto, in cui le cose tornano tutte al loro posto, due persone che non si parlavano da tanto tempo sono lì che camminano vicine e mi fanno sentire il cuore caldo ed è un piacere.
E’ tornata anche laLaura, con le foto delle sue vacanze fuori stagione e il suo carnet di pazzia, as usual. Già friggiamo per mettere in atto la movie-marathon “Il Padrino”. Poi.
Ho comprato regali di compleanno ad amanda attingendo soldi dal conto che piange sempre di più. Ho comprato anche l’almanacco Guanda, dall’illuminante titolo “La musica che abbiamo attraversato” (Ma era un libro di Lalla Romano no? La penombra che abbiamo attraversato o giù di lì…).
Mi piace, ha il gusto di un libro che va bene per me, ora.
Quindi tutto a posto.
Niente che mi preoccupi particolarmente, non il pranzo di famiglia domani mattina, non la tesi che ogni tanto si impianta davanti a un professore che dice sì e no, mercoledì scopro se a dicembre la mia università finisce davvero o devo restarci intrappolata un altro po’.
Ma non ha grossa importanza al momento, davvero.
Ci sono altri pensieri, pensieri sulla vita in generale, sulle persone che si guadagnano un pezzo di te e rimangono sempre lì al loro posto in qualche modo.
A volte capita che io mi guardi con tenerezza.
Forse è successo anche stasera.
Perché il mio desiderio di solitudine era quello di chi, ad un certo punto della festa, prende il suo bicchiere e si allontana un po’, giusto per vedere la festa da lontano.
Vedere che effetto fa.
La serata la concludo così.
On the bus mall in cuffia, l’almanacco Guanda sul comodino, la luce che prima sfrigola e poi fa clic e diventa tutto buio.
venerdì, ottobre 28, 2005
Consigli per gli ascolti
Nel caso non sapeste che ascoltare ,o per supplire al panico da monotonia mp3, alcuni suggerimenti, buoni o meno giudicatelo voi.
Ho trovato una canzone che mi piace, solletica le corde giuste e ha un bel ritmo.
Si intitola “A few drinks, a few laughs” -Lucknow Pact-. [Sto iniziando a pensare che mi piacciano tutti i gruppi che iniziano con la parola “luck” (vedi Lucksmiths)]
Altre cose che suonano carine:
“Oh Mandy” -Spinto Band-, note come foglie colorate spazzate dal vento in un cielo sempre più freddo. Da dedicare alla sorella (amanda) che fa anni diciannove anni la domenica che viene e ancora non le ho trovato un regalo decente.
“It’s alright baby” –Komeda-. Ecco, io proprio li adoro, trovo che siano completamente fuori di testa, mi ricordano un po’ Beck, un po’ i Cornershop dei bei tempi. Provare per credere. (ascoltatevi anche Bonjour tristesse)
“Do you want to” -Franz Ferdinand-. Più il tempo passa e più diventa innegabile che mi stia prendendo una discreta cotta per Alexander Kapranos.E poi il video di questa canzone è semplicemente superlativo per la presenza numerosa di magliette a righe,l’atmosfera da factory e una buona dose di auto-ironia.
Ed infine questa canzonetta leggera leggera riesumata ieri per via delle attitudini flirtarecce dell’amica Patty “L’amore pensato” -Max Gazzè-, che una volta lo apprezzavo e adesso boh.
Direi che è tutto e torno alla tesi.
A risentirci.
giovedì, ottobre 27, 2005
Amarcord -La crisi-
Ok, io alle superiori ho anche ascoltato i Bluvertigo.
Morgan, Andy, quella gente lì, truccata, underground, che stava sulle balle quasi a tutti.
Inutile nascondere l’evidenza.
Perché c’era questa canzone che era diventata una sorta di manifesto personale della mia adolescenza intellettuale e rigorosamente contro (a che cosa non mi è chiaro tutt’ora)
[N.d.R. Un secondo manifesto. Perché la prima canzone era Creep dei Radiohead e ha continuato ad esserlo per molto tempo ancora].
Si intitolava “La Crisi” e si adattava a tutto, al periodo post-Depeche-Mode–Ultra-, alle notti un po’ alcoliche (…e una crisi c’è sempre ogni volta che qualcosa non va), alla solitudine (…una crisi è nell’aria ogni volta che mi sento solo), al senso di emarginazione (…quindi rimarrò altrettanto distante), alle taglie (…so che rimarrò un po’ assente da scuola), alla trasgressione (…quando inizia una crisi è un po’ tutto concesso, quasi come a carnevale), agli amori così (cosa penso di me cosa voglio da te), alle domande esistenziali (dove sono cosa sono e perché)
Io a sedici anni ero così, vittima delle malinconie peggiori e delle più banali sensazioni di inadeguatezza al mondo circostante, e le parole di questa canzone me le sentivo bruciare dentro lo stomaco, come l’intro di chitarra che profumava di lampioni sfuocati dai postumi di una sbronza e di sedili di auto nuove di amici neopatentati.
La ascoltavo tornando a casa, prima che i miei si attaccassero al telefono per avere mie notizie.
La ascoltavo con la mia amica dell’epoca M., a cui ultimamente penso spesso.
Sta a Torino adesso, ma alle superiori si passava davvero molto tempo insieme, a leggere poesie della beat-generation, a criticare ogni essere vivente presente nelle nostre vite, in uno scantinato che puzzava di vecchio, con le candele infilate nelle lattine di birra, dove tiravamo su le sigarette col tabacco per sentirci più grandi.
Poi siamo cresciute.
Abbiamo litigato.
Ci siamo riviste una volta per caso, abbiamo scambiato due parole.
Poi non ci siamo viste più.
Dire che quel periodo non mi manca per niente sarebbe una bugia.
Quel periodo che era una crisi con la C maiuscola, un continuo piangere e incazzarsi con una violenza incredibile, un vivere sotto l’effetto di “un eccesso di lucidità” , camminando sempre




