
Fine settimana volato in un soffio, domenica sera a casa. Cerco di mascherare nervosismo e angoscia sotto la facciata di una spessa apatia che mi tiene a distanza da cose e persone.
Vorrei un treno che non mi portasse da nessuna parte ma, solo, mi facesse girare qualche tempo, in mezzo a paesaggi familiari o meno, a perdermi in divagazioni cosmiche sul movimento e sulla precarietà e poi mi riportasse a casa un poco più leggera.
E piove per di più. Ha iniziato oggi verso le sette, una pioggia calda leggera e piacevole, da lasciare che imperli il parabrezza prima di cancellarla con un rapido gesto di tergicristalli, domani è lunedì ed è presumibilmente meglio non pensarci.
Consumo un numero spropositato di chewingum che ho deciso di sostituire alle sigarette, almeno per il momento. La realtà è che avrei una gran voglia di spararmi una fumatina notturna, a inseguire i miei piedi in mezzo a Seattle umida e improvvisamente autunnale. Ci sono molti ordini di problemi: sono stanca, manco di favella, non vedo al di là della colazione di domani mattina, mi girano anche un po' le balle. Non ho voglia di parlare, non ho voglia di ascoltare, riesco giusto ad avere qualche scambio di pari frequenza. It's raining in Baltimore ed è meglio così, se a ottobre avesse continuato a fare estate e io stavo di nuovo lavorando ecco, mi sarei leggermente incazzata credo. Navigo, brancolo, mi esaspero. Non ho la certezza assoluta di cosa sarebbe meglio per il mio ego: ritagliarsi razionalmente 24/48 ore in cui riflettere con calma e dolcezza sul da farsi, indossare la t-shirt dell'invisibilità, farmi consigliare da una chiromante, scegliere a caso un foglio tra i mille che affollano la mia cartellina
-masterdavalutareoltrecheunapartedeltuoprossimofuturosonoanchesoldiricordatelo-
Non se ne esce.
It's raining in Baltimore.
I need a phone-call
I need a raincoat
domenica, ottobre 01, 2006
Raining in Seattle
venerdì, settembre 29, 2006
*The White Trash Period Of My Life
sabato, settembre 23, 2006
autumn 06
Non è che sia sparita.
E' che sono stata travolta dall'autunno e da un lavoro nuovo che mi piace e mi avvicina ancora una volta alle parole.
Da analizzare, da soppesare, da correggere, da tradurre, a cui trovare il posto giusto.
Talmente tante parole che poi mi viene difficile scrivere nel modo cui mi sono abituata, quello della musica e della tastiera su cui ticchettare pensieri.
Cercare l'equilibrio in mezzo alla vertigine.
venerdì, settembre 15, 2006
Il Mese delle Rivelazioni
Piove, una pioggia fitta e dura che picchia forte sul parabrezza delle macchine. Le risaie sono gialle e il cielo è nero. Questo è uno di quei classici momenti in cui vorrei avere con me la mia macchina fotografica. Ma l'apparecchio è a casa sopra la scrivania perchè sono troppo pigra. Oppure no. In giro dalla mattina alla sera, dopo una splendida notte insonne a rigirarmi nel letto senza motivo, niente peperonata serale ammazza sogni, niente preoccupazioni. Oppure sì. Perchè settembre finisce, l'estate finisce e inizia ottobre e ottobre sarà il Mese delle Decisioni così come Maggio era stato il Mese delle Partenze e Gennaio il Mese della Depressione Post-Tesi. So che domani inviando la prima di una lunga serie di raccomandate per master e non master dovrò convincermi definitivamente che si ricomincia e che è ora di affrontare nuovi ordini di preoccupazioni e pensieri, ma soprattutto di trovarne il tempo dato che ottobre presenterà numerose Settimane di Lavoro e Impegno Psico-fisico. Sono talmente cotta che nemmeno il tempo fa più differenza. Dico che oggi era una di quelle giornate che in diverse condizioni non mi avrebbe fatto schiodare dal letto e dalla divisa pigiama fino a tarda ora. E invece stamattina, in piedi con il mio ombrellino a fiori sotto il Diluvio Universale cominciavo una nuova giornata con l'innocenza di un agnellino implume (che però all'occasione può sfoderare unghie da leone).
martedì, settembre 12, 2006
L'estate sta finendo e io sono tornata da un po'.
E sono ovunque, sono spalmata su trecento giorni e non riesco a capire dove inizio e dove andrò a finire. Talmente tante cose tutte insieme. non ho avuto tempo di immalinconirmi come davo per scontato che fosse. Ogni tanto penso di avere messo me stessa dentro una valigia che non ho più aperto, dimenticata su un treno, in una stanza da cui ora si affaccerà qualcuno che non sono io al balcone e magari non penserà che i profili delle case a punta al tramonto sono un paesaggio buffo e fantastico. Ma lo dico senza nostalgia davvero, davvero come se quella parte di me rimasta in valigia fosse stata un taglio netto di quelli ordinati, come quando una tazza cade e si rompe a metà e unendo le parti della ceramica combaciano perfettamente.
Ricevo qualche e-mail e penso con affetto a tutte le persone francesi e non conosciute in quella città dal nome tanto musicale. E rispondo con calma, senza ansie angosce, se, ma, forse. Ora sono qui e mi godo settembre, the one I love. Perchè settembre è meraviglioso, lo amo, lo adoro, sarei dovuta nascere a settembre forse.
il momento in cui le cose sembrano spegnersi e poi si illuminano di colore, meravigliosamente intrise di parole e ricordi.
You know it really wont surprise me If you're a wreck by the age of fourteen The way you look The way you look is fine So often colour coordinated your sister she's an Eighties fan But that's alright Have I told you so is mine You say your life will be the death of you Tell me, do you wash your hair in honey dew? And long for all of them to fall in love with you But they never do Drinking vodka on the fly Your mother has a watchful eye So look out kid She's onto you this time Run away to a bed and breakfast Console yourself with the Reader's Digest Ringing the Yellow Pages all alone You say your life will be the death of you Tell me, do you wash your hair in honey dew? And long for all of them to fall in love with you But they never do No they never do I'm gonna tell you something good about yourself I'll say it now and I'll never say it about no one else I'm gonna tell you something good about yourself I'll say it now and I'll never say it about no one else About no one else
giovedì, settembre 07, 2006
*welcome home
Forse anche casa aveva voglia di riavermi qui.
La mia città dico, per intero.
Ritrovare persone, per intero, iniziare progetti. Almeno un paio in cui credo molto e spero. E da brava scaramantica non ne parlo, perchè la fortuna non ama essere incensata e se così accade scompare in un soffio. Non pensavo, no, non pensavo davvero di tornare ed essere contenta. Soddisfatta, stanca per una giornata iniziata alle otto del mattino e che si conclude ora, dopo aver visto tante persone e parlato con tutte per intero, dopo una lunga chiacchierata sul balcone con la luce di una candela alla citronella per scacciare le ultime zanzare dell'estate e i lampi di un temporale che si avvicina e allenta la morsa dell'afa.
Sono serena e non mi sembra vero. Di avere guadagnato in 4 mesi di lavorolavorolavoro e di enorme devastante sorprendente solitudine questa specie di baricentro immobile dentro di me.
Una voce saggia che mi segue in tutto quello che faccio.
C'è che forse il posto in cui nasci è qualcosa a cui sarai legato sempre anche se senti di non appartenerci, appunto, per intero.
C'è che qui ci sono tanti ricordi e a volte, ancora, cose da scrivere per il presente. E per il futuro.
martedì, settembre 05, 2006
*arrangements of shapes and space

Sono solo stanca, avrei bisogno di una pausa forse.
C’è un mondo qui che mi gira intorno molto lentamente, e io mi sento come schizzata da una galassia lontana a osservarlo. Sono un satellite. Sto bene, sto male non saprei dire. Posso dire che sono tranquilla al di là dei miei stati d’animo, dev’essere la sindrome di quelli che tornano da qualcosa. Si sentono tranquilli, la vogliono prima di tutto questa tranquillità. Settembre è meraviglioso. Quella sensazione dell’estate sulla pelle che scivola via come una coperta, anche se un’estate vera e propria non c’è stata la sento ugualmente allontanarsi. E’ come la terra che scompare all’orizzonte, e di nuovo è solo mare, acqua, distese di acqua infinite tutt’intorno. Io sono ferma, in piedi sulla mia zattera di quattro legni e non trovo niente di meglio da fare che intrecciare le alghe e farmi trascinare dalla corrente per un po’ di tempo prima di ricominciare a remarci contro.
E’ tutto lento, l’ho detto prima. Il mondo come una fotografia immobile.
Voglio essere felice. Lo voglio contro il resto, contro la precarietà del lavoro, dell’esistenza, delle persone, del futuro.
Voglio essere felice più di ogni altra cosa, della ricchezza, del successo, della gloria, della fama. Lasciatemi essere felice. Non è successo niente di particolare. Come in quella poesia di Neruda. Sentire tutti i piccoli pezzi che compongono il mio cuore che brillano di felicità.
Vivere per quel momento.
E sono incazzata. Perché so quanto sia difficile e so quanto col tempo ciascuno si perda a suo modo nella ricerca di ricchezza, successo, gloria, fama e le scambi per la felicità. La felicità viene da dentro, è qualcosa che solo noi possiamo regalare a noi stessi.
Scusa se ogni tanto mi incazzo anche con te. Ma è la rabbia che esce da qualche parte, non la trattengo più. Perché mi sbatto, mi sbatto come un mulo per cercare, per trovare e per gli altri sembra sempre tutto così semplice…e per me no, un paio di scalini sono sempre montagne, altezze così reali per me che sono nata per raggiungerle ma non amo la mondanità. Ho visto tante cose e ho ancora ho paura ma conservo meraviglia del mondo.
Sarà colpa della sindrome di quelli che tornano da qualcosa. Poi passa, si arriva fino a dove non si credeva possibile e di nuovo ci si guarda alle spalle.
P.s. qui qualche prima foto del mio periodo francese: http://www.flickr.com/photos/mo_fran_cesca/
giovedì, agosto 31, 2006
au revoir
Che sia l’ultimo post francese questo è certo.
Che sia l’ultimo post di questo blog è probabile.
Chambéry che è una piccola città playmobil.
Le signore arabe che alle cinque del pomeriggio si siedono su una panchina vicino alla mia residence e restao nell’ombra a chiacchierare con i veli colorati e le facce rugose.
Il rottweiller del mio vicino di casa che mi ha rotto l’anima in più di un’occasione ma poi una volta, mentre gettavo l’immondizia, si è avvicinato all’improvviso e si è fatto accarezzare come un coniglio bianco.
I codici per tutto: il bancomat, le schede telefoniche, l’ingresso al consolato, l’ingresso alla residenza, l’ingresso alle e-mail di chi non riesce a leggerle. Li ho imparati a memoria, non so come.
La passeggiata sempre la stessa e sempre identica tutte le mattine cadenzate al ritmo di musiche pressoché invariate tali poi da costituire la colonna sonora di questo andata e ritorno rituale.
La vetrina del Dauphiné Libéré in cui specchiarsi per controllare di essere sufficientemente pettinata (n.d.r. una mattina mi ci sono vista specchiata con una specie di rasta in mezzo alla testa)
Il maledetto multicolore e multicaro Monoprix con i suoi infingardi yogurt che occhieggiando dalle loro brillanti confezioni reclamavano di essere mangiati.
LA CREPE di AIX LES BAINS. La CREPE.
L’ossessione continua per i soldi: ne avrò abbastanza? E se finisco la scheda e mi tocca di nuovo chiamare dalla cabina piena di falene e zanzare?
Il colore del cielo. Che in Francia è diverso e mi rendo conto si possa non essere d’accordo ma se Van Gogh e Cezanne e compagnia briscola hanno scelto di dipingerlo un motivo ci sarà.
Le farfalle, per la strada. Una cosa che nella Seattle del Piemonte mai mi è successa, di vederne così tante volare dappertutto come piccole piume alate alla Forrest Gump.
Sapere se pioverà o meno in base all’odore di caffè (n.d.r. non si tratta di una branca minore delle arti divinatorie ma c’è una torrefazione vicino al Consolato e se gira il vento e porta l’odore di caffè pioverà nelle seguenti dodici ore. Comprovato)
Non ricordarsi più cos’è la televisione e ricominciare un rapporto totalizzante ed erotico con la lettura. Il piacere di leggere, come quello di mangiare una tartiflette ben fatta in una serata di pioggia.
Le cortesie, le gentilezze millantate, i je vous en prie, i desolée.
Quella certa silhouette delle montagne dalla mia finestra, una specie di righello nel cielo dorato delle sette di sera.
Sentirmi stanca ma, nonostante tutto, soddisfatta.
Celia che dice orgiiia credendo significhi casino.
Alexandra che parla a raffica e non se ne rende conto. E che fa l’insalata di lenticchie fredde buona.
Suzie con cui non ci si riesce mai a mettere d’accordo per vedersi ma poi alla fine ci si vuole un gran bene.
Emilie così timida e riservata che all’inizio avevo paura di romperla con la mia veemenza.
Il Console che forse dopo 4 mesi ha capito. Che sono una persona seria solo per metà e che pur essendo ariete se mi si maneggia con delicatezza mi rovescio corna all’aria.
I cereali mangiati a manciate di nascosto nei momenti no. Che sono i momenti in cui ti chiedi se è rimasto qualcosa in frigo, lo apri e ti rispondi “No”.
Guardare quattro film di fila, alzarsi dal letto e non capire più niente.
Accorgersi che i bei tempi in cui non bastavano quattro bicchieri di rum a farmi ondeggiare sono passati. E che oggi dopo mezzo bicchiere di vino sono ubriaca.
Place Saint Léger con i caffè e la fontana e i negozietti quelli in cui porteresti a casa tutto. Maledetto Pier Import.
La Frite Dorée. La patatina dorata. Che non è il nome di una pornostar ma di un luogo di conforto per stomaci affamati e portafogli anoressici. Dieci euro di carne e patatine a volontà.
Il Pastis che mi fa schifo.
Il Kyr Cassis che è tutta vita.
I vini di Savoia che mi piacciono da morire e mi fanno ubriacare vedi sopra
Il lago di Acquabellina (Aiguebellette) con le paperelle e le barche a remi e un gruppo di russi che si esibisce in un tremendo spettacolo kitsch con tanto di matrioske (ici poupées russes)
Il Buisson Rond. Un parco bello, che la prima volta che ci sono stata mi stavano per violentare però un attimo prima avevo pensato che gli alberi erano proprio stupendi.
Essere sopravvissuta alla mia quasi-coinquilina. Che più mi sforzo e più non riesco tutt’oggi a trovare un episodio simpatico che la veda protagonista. Grazie di avermi dimostrato che il mio vaso prima di traboccare ha la stessa capienza di una petroliera.
La direttrice pedagogica che mi ha insegnato un sacco di parole e volgarissimi detti popolari in abruzzese. E che è stata un’ancora felice nei primi tempi in cui ancora dovevo imparare ad allacciarmi le scarpe e a rispondere Merci.
Leggere in francese e finalmente CAPIRE. Considerando che sono partita dalle confezioni dei Choco Pops.
Accorgersi che la lavanderia ha chiuso alle sei e che tu avevi tutte le coperte in lavatrice.
Guardare tramonti senza dire una parola.
Aprire gli occhi la mattina e stupirsi della perfetta razionalità del mio orologio biologico che mi preserva dall’infarto miocardico dettato dalla mia insopportabile sveglia sottoprezzo.
L’aria fresca che di solito è una cosa che si legge solo nei romanzi del dopoguerra e nei discorsi tra vecchi di paese. Ma qui uscire e prendere un po’ di aria fresca è meraviglioso.
Finestre aperte per la maggior parte del tempo.
Misurare distanze, vuoti e presenze.
Il disordine sempre e comunque alternato a momenti di ordine compulsivo e folle ripiegamento di vestiti e lenzuola.
La sera in cui traduco ai miei amici francofoni tutte le canzoni in dialetto vercellese e scopro che in molti casi le rime più scurrili restano tali.
Lacrime.
La prima volta che al telefono ho detto che avrei cercato una foglia invece che un foglio.
La prima volta che una signora alla stazione mi ha detto che non aveva capito che ero italiana.
La prima volta che ho dato indicazioni stradali e mi sono sentita un po’ meno ospite e un po’ più di qui.
Il mio vecchio ordinateur portatile che scricchiola e borbotta sempre di più ma che mi ha permesso l’ascolto pressochè ininterrotto di miliardi di canzoni.
Il passaggio di consegne alle ragazze italiane che verranno a prendere il mio posto; capisci che sei stato un po’ di tempo da qualche parte quando impari a snocciolare nomi di posti e vie con una precisione scientifica.
I viaggi in treno, imparare a memoria i profili delle montagne.
Sentirsi spesso sospesi, come in un elastico salto al rallentatore con le braccia protese in avanti e i piedi che volano sul vuoto.
Annecy che mi piace sempre e comunque.
Lione che mi ha rapito il cuore e che mi ha chiamato per nome.
Arles e il giardino dell’ospedale di Van Gogh pieno di fiori che ti strappano il cuore.
Il mare freddo e meraviglioso.
Paesaggi-cartolina nella testa, qualcosa di cui non parlerò a nessuno probabilmente.
L’ultimo sabato pomeriggio trascorso a leggere, dormicchiare e cercare di non abbandonarsi a facilissime malinconie.
L’ultima domenica sera a preparare una cena casalinga e a osservare stupita il primo tramonto dai colori autunnali.
Settembre che mi riporta a casa,
ed è già passata l’estate.
giovedì, agosto 17, 2006
*Quello che non c'é (l'estate, ad esempio)
Sentirsi scivolare sotto i piedi questi ultimi giorni francesi, un tapis -roulant di mesi che sta arrivando al nodo finale, al suo estremo e si prepara a dichiararsi fuori servizio come tutte le cose di cui rimane solo una piccola parte, a dispetto delle altre che si cancellano nell'economia generale dei ricordi.
La strada che hai percorso tutti i giorni, le orme invisibili dei tuoi piedi che solo tu puoi riconoscere, sempre nella stessa direzione, avanti e indietro per una città che non si ricorderà di te e che non hai amato con la testa e col cuore ma che ringrazi profondamente per averti permesso una delle liberà più grandi, quella di prenderti in considerazione, di pensare a te stessa spesso, durante ogni giornata, davanti allo specchio o a una finestra, o al supermercato.
Non sei più abituata agli addii o forse, tout simplement, non ci credi più, per quella cosa di sopra, perché di tutto resta una parte e di tutti, e continua a viverti dentro finché diventa talmente tua che non la percepisci più come estranea, esterna.
Ed é bello vivere per poter raccontare, per poter diventare scatole piene di storie proprie e altrui ed é necessario affrontare con passione il mondo, anche se straniero, anche se lontano e diverso, perché é l'unico modo di farsi erodere dal torrente degli avvenimenti e diventare più sensibili e sentimentali, senza inaridirsi mai.
martedì, agosto 08, 2006
Torno subito
L'estate 2006 passerà alla storia come un periodo infinito e indefinito, forse perché l'ho passata a lavorare, in un posto fuori da tutto quello che di solito é estate per me, Seattle che suda, Seattle che fa un tuffo in piscina, Seattle che cerca invano un nuovo spray antizanzara che faccia il suo effetto.
Svegliarsi la domenica mattina e non sentire niente di niente, solo il fischio di qualche treno e la televisione a volume spropositato del vecchio pensionato di fronte, che la guarda sul balcone, per prendere fresco.
Queste cose sono forse mancate ma ce ne sono state altre.
La mattina presto gli alberi che ondeggiano, innumerevoli foglie che si sfiorano e producono lo stesso rumore di una pioggia strana e magica. Per dirne solo una, che non é ancora momento di bilanci.
E.
Chambéry é The Truman Show e un po' anche Mullholland Drive.
L'estate 2006 é un po' anche autunno, prima del previsto.
giovedì, agosto 03, 2006
I pomposi poeti che ti fregano quando meno te lo aspetti
Non ho mai avuto grande simpatia per Gabriele D'Annunzio.
Ho il ricordo terribile di una gita scolastica al Vittoriale, quella casa piena zeppa di soprammobili di ogni foggia possibile e noi poveri studenti che ci aggiravamo per stretti passaggi con i nostri enormi zaini, come elefanti in un labirinto di cristallo.
Al termine della visita ero giunta alla conclusione che il D'Annunzio fosse una sorta di Renzo Arbore del passato, con uno smodato gusto per il kitsch e un'ossessione totalizzante per il suo ego smisurato.
Potrei qui generalizzare dicendo che solitamente non nutro molta simpatia per le persone di ego smisurato, che in Francia chiamano i signori Moi-Je, dimostrando quanto i francesi sappiano essere sottili nel demolire chiunque con il più assoluto charme e senza possibilità di replica.
E quindi preferisco gli sfigati talentuosi, quelli che dopo morti tutti si accorgono del loro enorme potenziale e scrivono libri e raccolgono interviste e domandano e chiedono e soprattutto si domandano perché non se ne sono resi conto quando ancora questi poveri tizi stavano in vita. Ma il successo e il talento sono canali che non sempre si incrociano, e spesso molti geni rimangono nel più totale anonimato continuando a rosicare i loro problemi di sempre, l'alcool, la droga, le donne, la povertà, gli squilibri psicologici, madri invadenti e padri rompipalle.
E diventano affascinantissimi per quella loro strana indole che li porta a creare opere meravigliose rimanendo profondamente umani e forse più umani degli altri, senza sentire la necessità di farsi incensare dalla stampa o essere accolti nelle cerchie degli intellettuali più in.
Poi pero' oggi piove.
E, a tradimento, sul più bello di una silenziosa e modesta osservazione degli alberi del parco che attraverso la mattina per venire a lavoro, per tuffarmi nel mio brodo tranquillo, nella mia pîù profonda umanità, sento la voce di quell'omino piccolo e baffuto e borioso che sussurra:
- Francesca. Ascolta. Piove dalle nuvole sparse -
E non posso che ammettere che, a dispetto dei miei principi e dei miei generalismi, non c'é niente da fare, Gabriele d'Annunzio mi ha fregato ancora una volta.
mercoledì, agosto 02, 2006
Volevo essere sincera
Il mondo é dei più furbi.
Punto e basta.
Tutti i cinici, gli opinionisti, le nonne, i nonni, i genitori già inaciditi dal mondo del lavoro hanno ragione.
Il mondo é dei più furbi, di quelli che l'importante é apparire e schiamazzare, di quelli che la prima cosa la mattina sono loro e la seconda pure, di chi non chiede per favore per prendere ma prende e basta, di chi parla solo dei fatti suoi e non ascolta quelli degli altri, di chi l'importante é guadagnarci sempre e comunque.
Fiera da sempre di non appartenere al mondo dei furbi oggi mi ritrovo a pensare che tutto il mio costante e pervicace lavoro silenzioso per rimanere sottotono, per fare le cose che devo senza avere la pretesa che siano gesta mitiche e irrinunciabili é una perdita di tempo e un errore.
O meglio; non é affatto un errore ma lo é l'assurda speranza che i furbi si ritrovino di fronte a qualcosa di diverso e ci pensino un po' sopra.
Perché i furbi vanno come carriarmati e l'unico augurio che mi sento di far loro dal profondo del cuore e di non doversi ritrovare mai, per nessun motivo, nei panni di chi furbo non é, e mastica amarezza e la mescola con la consapevolezza di fare del bene, sperando di migliorarne il sapore.
giovedì, luglio 27, 2006
delibere
Ho un nuovo cellulare che in realtà è un riciclo di un cellulare dismesso e che nitrisce tutte le volte che qualcuno chiama.
Lotto contro la tentazione di abbandonarmi al malumore derivante da un’insostenibile stanchezza fisica strettamente correlato a una progressiva diminuzione di stabilità psicologica. La mia strategia del –per qualche giorno recupero il fiato poi ricomincio- ha dato pessimi frutti nella fattispecie una stanza che sembra essere stata messa a soqquadro da quattro squadre della Cia.
Cumuli di vestiti mi parlano.
La sera mi viene voglia di scattare fotografie ma essendo già distesa sul letto in assetto da riposo finisco per immortalarmi semi-dormiente e pensierosa.
Sono pensierosa nel profondo del mio dna, da sempre, ma qui è tutto amplificato e mi sono abituata alla solitudine di rincasare all’una e mezza e leggere libri a voce alta, riempire la stanza di parole.
Essenzialmente ritengo che il mio ultimo mese qui sarà più che decisivo.
Se sopravvivo a tutto, compresa me stessa prendero’ parte a nuove regate senza troppi indugi. La verità è che se un giorno sono convinta di una cosa il giorno dopo lo sono meno e poi penso che si debba analizzare.
E analizzo come uno scienziato pazzo, scompongo, suddivido, raccolgo, sottraggo, moltiplico per ottenere la versione dei fatti che mi risulti più obiettiva possibile.
Non mi incazzo quasi più, non mi lamento.
Mi faccio paura certe volte, mi domando dove sono finita o se la persona di prima era una specie di pilota automatico e io sono davvero cosi’.
Tranquilla, di una tranquillità disarmante, una specie di tronco che galleggia senza troppe pretese e aspetta di vedere dove lo sta portando la corrente.
Salto il pranzo, non mi riposo mai davvero.
Forse una volta tornata a casa non faro’ altro che dormire per 15 giorni.
Poi mi svegliero’ una mattina, berro’ finalmente del caffè che sia caffè e non sappia di chinotto, liquerizia, salmone e anticalcare e prendero’ le mie nuove decisioni.
La mia vita funziona a delibere.
A fascicoli, gli stessi che impilo ogni giorno e soflgio e cerco di capire dove sia l’inizio e dove sia la fine.
mercoledì, luglio 26, 2006
venerdì, luglio 21, 2006
Random = a caz**!
Perché tanto cercare di mettere in piedi tre pensieri con un nesso logico dopo quasi due settimane di ore 3 di sonno per notte é impresa impossibile.
Cosi' prima di seppellirmi nelle catacombe degli archivi tra ragnatele e polvere che manco Indiana Jones e i Predatori dell'Arca Perduta scrivo due righe. Non sia mai che spostando il fascicolo sbagliato si apra una botola che mi faccia precipitare in una tomba egizia piena di serpenti.
Caldo.
Qui la chiamano canicule, io l'ho ribattezzata "la caldazza" ovvero una terribile afa che ti martella la testa cancellando i tuoi tratti di essere umano e trasformandoti in una sorta di invertebrato privo di connessioni cerebriformi funzionanti. Anche il solo pensiero di scollarsi dalla sedia e andare a bere un bicchiere d'acqua costa fatica.
E io dovrei tra le altre cose finire entro settimana prossima un rapporto sull'insegnamento della lingua italiana in questo dipartimento, io che ho sostituito la lingua italiana con una serie efficacissima di grugniti e gesti allusivi.
I miei 22 metri quadri di stanza sono random = a caz**! e da lunedi' dovremo viverci in tre, perché mi raggiunge laamanda con la sua bestfriend e allora rinuncero' a dormire definitivamente e passero' le notti in bianco a terminare la lettura di questo spassosissimo libro sulla grammatica francese dal titolo La grammatica per i nulli, e io sono tra costoro.
Mi hanno detto di chiedere le ferie e io me ne vergogno, da buona figlia della mia generazione che non alza mai la voce ma crede fortissimamente crede nel potere dell'educazione altrui.
Sono tendenzialmente utopica ma finiro' per compiere questo gesto, che sono due mesi che lavoro senza beccare una lira, manco i soldi dell'università che mi si dovevano per la laurea, a settembre mi tocca fare (ancora) economia.
E magari studiare.
Vorrei affogarmi in un bicchiere di acqua freschissima e sentire la testa che si libera e la smette di martellare tum tum tum.
Mi è anche capitato di fare sogni sonori e temo siano un primo segno manifestod i allucinazioni da caldazza. Sogni in cui i personaggi parlano come in un film, ci sono veri e propri dialoghi con diversi toni di voce.
E poi un mucchio di déjà-vu, una cosa da far venire i brividi, persone che dicono cose che mi mostrano fogli, che fanno una determinata considerazione e io -cielo questa l'ho già sentita, già stata sottolineata e in grassetto-.
Mica vorrà significare che pure in un'altra vita facevo la stagista all'estero?
Che sculo.
giovedì, luglio 20, 2006
L'Epitaffio Pop dei CasaMartini

Ho trovato la mia canzone dell'estate, scritta da questi strambi tipi qui di fianco, che io considero assolutamente geniali nonché unico gruppo veramente pop prima che il pop diventasse affare di boyband, girlband, zoccole e zoccoli di vario genere. E' una canzone estiva da ascoltare con sottofondo di rondini e piatti nel lavandino, o in macchina o in treno o distesi sul letto a tormentare il soffitto con un mucchio di domande esistenziali. Perché comunica un certo senso di pace di cui si ha bisogno mentre si vive qualcosa di cui si intravede la fine. Perché l'estate é allegria, é ombrellini colorati nei bicchieri, é l'afa delle due del mattino, é sole enorme e caldo sulla pelle ma anche quell'inevitabile malinconia di non perdere quel tempo dolce destinato a passare troppo in fretta.
Build parla di una casa che viene costruita pezzo dopo pezzo e già ci si immagina come sarà una volta finita, come ci si potrà vivere, come ci si ambienterà tra quelle pareti. Build parla di un futuro dorato che a ben ascoltare si rivela poi un epitaffio del presente che fugge, e ne riassume con intensità ogni istante con passione per non dimenticarlo una volta cha sarà appoggiato anche l'ultimo mattone.
lunedì, luglio 17, 2006
Mi manca il mare.
Le mie estati al mare da bébé, da bambina, da adolescente.
La pelle che tira per il sale, gli occhi che bruciano, i capelli sfibrati. La spiaggia quando tramonta il sole e resta soltanto chi il mare lo ama davvero. Camminare con una maglia di cotone sul bagnasciuga e seguire con attenzione impronte scomparse. Gli occhi aperti sott'acqua e quella luce azzurrina che disegna un mondo onirico fatto di ombre e sfumature. Conchiglie e pezzi di vetro levigati. Il mare che spero di poter vivere da vicino a gennaio, a dicembre, chi lo sa. Sto accumulando una stanchezza incredibile a rimanere qui. Una stanchezza che sa di vuoto e di gambe stanche la mattina e la sera tardi a scrivere, a leggere, a pensare. Una stanchezza tranquilla a dire il vero. La stessa di un lungo bagno a galleggiare con la pancia all'aria e aspettarsi da un momento all'altro che ti inghiotta il cielo. Sto attraversando un'altra linea d'ombra ecco tutto, e questa volta ne ho la consapevolezza piena e tengo il timone stretto tra le mani e continuo a navigare con certe forze che credevo non mi appartenessero più. Dopo un anno lunghissimo, l'anno più strano della mia vita sorrido al pensiero di non avere avuto un attimo di riposo e della distanza che sta tra il mio corpo piccolo e la mie mente che non si ferma mai e vorrebbe andare ovunque. E confesso che mi manca il mare, di lasciarlo parlare di poter restare soltanto in ascolto e non dire niente.
sabato, luglio 15, 2006
D'estate a Vercelli uscire la sera è come galleggiare dentro un budino di umidità che ti avvolge e liquefa i contorni delle cose, dei discorsi. Ci sono le zanzare a Vercelli, a miliardi, certe volte uno ha l'impressione che finiranno per portarsi via i lampioni e tutte le luci e la città resterà nel buio più totale a farsi inghiottire dall'afa. Sono meravigliose le zanzare, se non pungessero eh, se non producessero quel rumore fastidioso nel cuore della notte per cui tu sai che è solo questione di tempo e che poi inizierai a scorticarti selvaggiamente la pelle con le unghie. Hanno un corpo fragilissimo, un pungiglione lungo e più sottile di un filo, vivono pochi giorni, forse uno soltanto. Beh allora, tanto vale che si bevano un po' del mio sangue. Sto diventando edonista per certi versi. Sto diventando che preferisco non andare a cercarmi i problemi, vivere galleggiando morbidamente cercando di lasciare da una parte gli ostacoli più evidenti. Mi piace essere tornata per qualche giorno. Il pensiero che comunque e dovunque sarò oggi, domani, tra un anno, a rimettere piede qui ci sarà sempre qualcosa che mi ricorderà qualcos'altro, perchè 22 anni nello stesso posto significa avere un ricordo di tutto, perfino delle scritte sui muri e dei cancello arrugginiti, perfino delle telecamere di sorveglianza e delle cabine telefoniche. E poi il resto, la gente che coltiva rancore, la gente lasciata alle spalle, è diverso non appartiene al contesto, è stata soltanto un momento transitorio come ce n'è tanti. Allora è bello uscire d'estate la sera a Vercelli e camminare avanti e indietro per quelle luci rosse e gialle e pensare che ci sono ancora altri 60 giorni francesi e chissà se quattro mesi sono abbastanza per avere dei ricordi di lassù.
giovedì, luglio 06, 2006
arrière-pensée
Dentro un frullatore e fuori piove.
La mia sensazione del momento é grossomodo questa.
C'é che la mattina quando vado al lavoro e mi ascolto i miei dieci minuti di musica, che sono poi due o tre canzoni, é l'unico momento in cui il frullatore si ferma e tutto diventa lentissimo e mi sembra di camminare senza muovermi, forse per via delle ombre che ho legate ai piedi, come Peter Pan.
C'é che il pavimento della stanza é disseminato di libri cominciati per metà e film visti per i primi dieci minuti e panni asciutti e mai stesi. C'é disordine anche li' e nella pioggia che cade un po' obliqua e un po' dritta e io non so come vestirmi, ho messo i calzoni da bambino delle elementari e me ne sto tutta raggrinzita sulla poltroncina del mio ufficio a scrivere e tradurre lettere di cortesia. Mi ricopro di frasi fatte, di formule di politesse, di formattazioni e simboli, firme e cariche onorifiche. E ogni tanto do' uno sguardo fuori alla pioggia incasinata in cui ieri ho camminato per i dieci minuti del ritorno e sono arrivata a casa zuppa dalla testa ai piedi. Il mio modo di farmi entrare un po' di estate dentro. Che quando la mia voce assume un certo tono, una certa inclinazione é meglio non parlare, é brutto perfino ascoltarsi.
Allora si lascia parlare qualcun'altro, due, tre canzoni per dieci minuti la mattina e dieci minuti la sera quando si torna a casa a vedere un'altra partita dei mondiali con le amiche e ci si fuma via su un balcone che ha un tappeto di erba sintetica e sembra un favoloso mondo kitsch ancora più in disordine del mio.
mercoledì, luglio 05, 2006
*chez pas
Giorni strani, che sembrano un po' una lenta canzone dei Concretes e contemporaneamente un pezzaccio di Jesus and Mary Chain, (ho dimenticato a seattle PsychoCandy mannaggialadra).
Le casse del computer perennemente accese paiono aver tirato le cuoia, voglio dire che qualunque suono passino sembra una cover di Bonnie Prince Billie.
Ho comprato un ventilatore che mi fa venire i reumatismi pero' fa anche un'aria magnifica, una brezza potente che caccia con veemenza l'afa dalla mia sempre più straripante camera; 22 metri quadri sono davvero pochi per contenere il mio ego in continua espansione, alle pareti ho già attaccato di tutto e ammasso roba su roba in ogni angolo; la prossima volta che mi toccherà cercare una stanza dovro' chiederne esplicitamente una per megalomani. Poi. La partita. Che ancora devo capire perché tutte le volte che me ne sto in Francia si finisce sempre a uno scontro Francia Italia. C'é ancora il Portogallo ehi. Ma io lo so, lo premonisco, che mi toccherà cammuffare il mio accento italiano nei prossimi giorni.
Alla fine dormo anche nonostante il tripudio di clacson dopo una sera trascorsa a chiacchierare in francese con una ragazza di Glasgow a proposito della musica di Glasgow. Cioè mi ha detto che i Franz Ferdinand erano suoi vicini di casa prima di diventare famosi. Io a Vercelli vivo in un condominio in cui l'età media é ben oltre i settanta e non corro questo rischio celebrità.
Posso dire quasi di essermi abituata a chy, alla sua poca ma brava gente, ai francesi che un minuto ti conoscono e il minuto dopo ti hanno già regalato e offerto tutto quello che é a loro disposizione.
Sarà una lunga calda e intensa estate.
Sarà difficile non farsi trasportare da certi pensieri e mantenere il controllo delle proprie quattro pareti mentali. Forse é vero che resto qui per vedere quanto ci metto a scoppiare. Di sbadigli al lavoro, di stanchezza diffusa la mattina quando suona la sveglia, di freddo gelido dell'aria condizionata dei treni, di sete nel cuore della notte alle tre alle qiattro alle cinque...
Ma più vado avanti più so che é giusto restare, vedere fin dove si arriva, che cosa si raggiunge.



