giovedì, ottobre 26, 2006

Generazione Nothing


*Liberamente ispirato a una conversazione realmente avvenuta nelle precedenti ore

-Pensaci, non so se te l'ho già detto, ma in fondo noi siamo la generazione inesistente. Nel senso che per la società di oggi non esistiamo: non siamo più studenti, non siamo disoccupati perchè a vent'anni è troppo presto dirlo, non siamo occupati e se lo siamo è perché lavoriamo in nero. Non siamo niente di indicabile-
-Dev'essere per quello che quando cammino per strada ho la chiara sensazione di essere fuori da me stessa e guardare il mio corpo vivere come in un film. Io non esisto, c'è solo una scialba immagine di me che si muove nel mondo. E ci aggiungerei anche un altro fatto; se prima ero fermamente convinta di poter rendere l'intorno un posto migliore con il mio modus vivendi e non avevo paura di sognare cose grandi e belle e sacrificare/rmi per averle, adesso ho paura che sia arrivato il momento x. Quello in cui la generazione da x diventa inesistente, quello in cui ancora non sono diventata cinica ma mi ci sto avvicinando a una velocità impressionante.
Ogni volta che metti un paio di scarpe col tacco perché così fai bella impressione, ogni volta che sorridi mentre per la gola ti scende l'ennesimo boccone amaro, ogni volta che ti ritrovi di fronte alla totale e spaesante inutilità del tuo entusiasmo-

-Già. Sarà per questo che mi sento vecchia a vent'anni? E' davvero tutto molto complicato, non si da che parte cercare una soluzione e se poi questa soluzione esista. L'abbiamo risolta con la moda del partire, del "fare esperienze". Si va lontani, si conoscono persone nuove, si imparano cose e poi quando si torna qui non è cambiato nulla. Tutti partono ma io ti confesso che se riuscissi a trovare quello che mi piace dove sono ora, se riuscissi a essere un po' più felice, non andrei proprio da nessuna parte-

-Sarà che sono l'unica cretina che è andata all'estero a spaccarsi la schiena. Però insomma, lo ammetto là si respira un'aria diversa. Magari è la solita illusione o magari invece c'è ancora qualche barlume di civiltà. Il mio problema nelle partenze è il ritorno. Che non è mai scontato, anzi. Cioè se proprio devo finire ad acidume e superficialità meglio provarci un'ultima volta in grande stile-

-Facciamo qualcosa? Mettiamo su un'attività, non so, qualunque cosa, siamo intelligenti, siamo spigliate, siamo brave e di buona volontà-

-Ma abbiamo studiato filosofia-

-Ca***-

martedì, ottobre 24, 2006

*strange form of life


Io non so se Mercurio mi è ancora avverso.
A giudicare dagli avvenimenti che si sono susseguiti negli ultimi giorni si direbbe di sì.
E non so che farci.
Per cui troppo stanca probabilmente per combattere le mie battaglie con il solito savoir-faire e quell' innata capacità di razionalizzare anche l'irrazionale sono di nuovo scivolata nel mio guscio, che è un pigiama la mattina con cui mi aggiro per la casa, l'ascolto prolungato di the letting go di bonnie prince billy, la lettura svogliata di una grammatica francese dei tempi estivi, che è languire davanti ai paesaggi grigi che si proiettano fuori dalla finestra.
(e cerco di non ascoltare quella vocina sottile sottile che dentro la pancia mi suggerisce di partire di nuovo)

lunedì, ottobre 16, 2006

*Cryin Wont' Help You Now

Essere molto stanchi a volte dà la stessa sensazione di quando si è ubriachi, leggermente brilli.
I contorni si confondono, gli equilibri si incrinano e ci vuole un'enorme forza di volontà per tenere tutto sotto controllo. Peccato che oggi pomeriggio, nonostante un vagone di buoni propositi e un carro-merci di cose da fare, io abbia dormito per ben quattro ore di fila, un sonno profondissimo da cui ogni tanto mi giungevano lontani i commenti di qualcuno che aprendo la porta mi sbriciava semi-svenuta sul divano.
Il problema è che dormendo si riposa solo una parte fisica di noi, mentre quella psicologica resta lì con i suoi nodi e le sue complicazioni e rosica rosica rosica.
Chiusa questa parentesi pippa volevo dire che.
Il concerto di ieri è stato stupendo, una cosa che dopo che è finito non mi riusciva di scendere dalla nuvoletta sopra tutto e tutti su cui ho ballato ossessivamente per un paio d'ore.
Mah, è difficile da descrivere, bisognerebbe avere un gergo più appropriato che non sembrasse lo sfogo post-adolescenziali di una ragazzina di fronte al suo idolo di sempre.
Solo che qui non è questione di orsetti e reggiseni lanciati sul palco, qui si tratta di cuore bell'e buono.

domenica, ottobre 15, 2006

I believe in a better way

Stasera Datch Forum ore 21.00 c'è Ben Harper e, nella folla, da qualche parte, ci sono anch'io.
Fuckin' good!

mercoledì, ottobre 11, 2006

How to fight loneliness (just smile all the time)

Qualcuno mi ha rubato settembre.
Cioè settembre non c'è proprio stato, più ci penso più non riesco a ricordarmi niente, una giornata, un evento, una telefonata.
Sarà perchè ero appena tornata dalle terre franche, sarà semplicemente perchè alla fine di un'estate-non estate ero parecchio svarionata, ormai sono più che convinta che settembre non ci sia stato, me lo abbiano rubato.
Indi rivorrei cortesemente 30 giorni da trascorrere in amene attività quali iniziare i nuovi succosi libri di misconosciuti filosofi rumeni che mi scalpitano sul comodino in attesa che finisca questo volumetto di narrativa russa contemporanea (contemporanea si fa per dire, l'ho comprato al mercatino dell'usato e vi si parla degli anni del dopo stalin) assolutamente strafichissimo, o dedicarmi con serietà professionale allo spettacolo di teatro teatrale che sto allestendo con le mie amiche. Ebbene sì mi sono gettata anche in quest'avventura e so già che a breve tra lavoro, scazzi, mazzi, prove, intoppi, ricerca master, faccende domestiche, la caf francese che ancora mi deve dei soldi, varie, eventuali mi verrà un attacco psicosomatico di quelli incisivi con le squame in tutto il corpo, i capelli verdi e la lingua sputafuoco.
Si cerca di buttarla sul ridere via, anche quando da ridere ci sarebbe ben poco.
Ma in fondo, più vado avanti, più che mi convinco che, per come sono montati i miei mattoncini dna, per me vale sempre la regola di dare il giusto peso a tutto, accorgersi che una cazz**** è tale, prendere atto che ci sono malinconie leggerissime da non sottovalutare mai e cercare sempre e comunque un motivo per fare un sorriso, anche striminzito.
E dire che alle elementari Pollyanna mi stava sulle balle.

lunedì, ottobre 09, 2006

c'era un ragazzo che come me amava i Beirut e i Rolling Stones














Un disco per ottobre. Un film per ottobre. Per il resto è tutto un grande, enorme, vorticoso casino che mi lascia esanime e anche un po' rincoglionita.
Quindi nuovi post a data da destinarsi.

mercoledì, ottobre 04, 2006

*never back down o forse sì


Ieri rileggevo il vecchio blog con un po' di commozione, come quando si sfoglia un album o si ritrova il diario delle elementari dove c'erano scritte le prime cotte, i voti delle maestre e i pomeriggi passati in cortile a giocare a calcio o ad ammaccarsi gli stinchi in un nascondino all'ultimo sangue. Davvero sembra incredibile tutto il tempo che ho già passato a scrivere sul web, da quel lontano giorno in cui su un'altra piattaforma (e in un altro mondo quasi, direi) ho fatto capolino con poche righe. La casa di Suzie dove la prima a mettere piede è stata la "lobby dei siciliani", Vicio, Albs, Rob, Sergio, Vassily, Juppy, Paueroso con l'infiltrato Boy from Ipanema. Poi sono arrivati un po' di autoctoni Ale, Gabel, Iso, Unpirlaqualsiasi,Randomplayer aka Mirkus, Henry e poi Zippy, Akih, Flyaway,Ernestito, Alla.finestra, Tamai e tanti altri. Ho riletto, spesso mi sono ritrovata a ridacchiare, altre volte semplicemente a ricordare ma sempre col sorriso sulle labbra. Gironzolando per il web alla ricerca di vecchi nick ho trovato parecchi blog chiusi definitivamente o trasferiti su altre galassie. Ho trovato storie diverse ed evolute rispetto a tre blog-anni fa. Quindi sarà patetico, assolutamente sentimentale e demodé ma proprio non mi è riuscito di cancellare quel museo di passi e chiacchiere lontane, meravigliose e, a modo loro, romantiche. Sarà perchè ci sento profumo di cameretta e risate. Sarà perchè eravamo tutti all'inizio di qualcosa e adesso, crescendo, quel qualcosa è diventato difficile da mantenere e bisogna difenderlo con le unghie e coi denti.


p.s. ma dico sei anni di blog non saranno troppi? non voglio diventare la woody allen dei blog

domenica, ottobre 01, 2006

Raining in Seattle














Fine settimana volato in un soffio, domenica sera a casa. Cerco di mascherare nervosismo e angoscia sotto la facciata di una spessa apatia che mi tiene a distanza da cose e persone.
Vorrei un treno che non mi portasse da nessuna parte ma, solo, mi facesse girare qualche tempo, in mezzo a paesaggi familiari o meno, a perdermi in divagazioni cosmiche sul movimento e sulla precarietà e poi mi riportasse a casa un poco più leggera.
E piove per di più. Ha iniziato oggi verso le sette, una pioggia calda leggera e piacevole, da lasciare che imperli il parabrezza prima di cancellarla con un rapido gesto di tergicristalli, domani è lunedì ed è presumibilmente meglio non pensarci.
Consumo un numero spropositato di chewingum che ho deciso di sostituire alle sigarette, almeno per il momento. La realtà è che avrei una gran voglia di spararmi una fumatina notturna, a inseguire i miei piedi in mezzo a Seattle umida e improvvisamente autunnale. Ci sono molti ordini di problemi: sono stanca, manco di favella, non vedo al di là della colazione di domani mattina, mi girano anche un po' le balle. Non ho voglia di parlare, non ho voglia di ascoltare, riesco giusto ad avere qualche scambio di pari frequenza. It's raining in Baltimore ed è meglio così, se a ottobre avesse continuato a fare estate e io stavo di nuovo lavorando ecco, mi sarei leggermente incazzata credo. Navigo, brancolo, mi esaspero. Non ho la certezza assoluta di cosa sarebbe meglio per il mio ego: ritagliarsi razionalmente 24/48 ore in cui riflettere con calma e dolcezza sul da farsi, indossare la t-shirt dell'invisibilità, farmi consigliare da una chiromante, scegliere a caso un foglio tra i mille che affollano la mia cartellina
-masterdavalutareoltrecheunapartedeltuoprossimofuturosonoanchesoldiricordatelo-
Non se ne esce.

It's raining in Baltimore.
I need a phone-call
I need a raincoat

venerdì, settembre 29, 2006

*The White Trash Period Of My Life




Ovvero quando non ci sono parole provo a usare la musica per dirlo.
Un leggero paesaggio autunnale sbirciato di sbieco dal finestrino mentre torno a casa su autostrade grigio pastello e schiaccio il piede sull'acceleratore perchè ho voglia di cose semplici, una doccia, l'asciugamano legato in testa e qualche voce amica.
Sono qui che lavoro da maggio e ancora non sono riuscita a mettere da parte niente, qualche soldo, qualche chance, qualche prospettiva in più.
A sentirmi dire tutto il giorno che ho una bella testa e a sentirmela sempre più pesante sulle spalle. E mantenere il buonumore con tutte le forze rimaste e lunghe, lunghissime passeggiate nella notte di Seattle con i suoi viali appena sfumati di foglie e ancora i dehors dei bar e la gente seduta che beve e racconta.

sabato, settembre 23, 2006

autumn 06

Non è che sia sparita.
E' che sono stata travolta dall'autunno e da un lavoro nuovo che mi piace e mi avvicina ancora una volta alle parole.
Da analizzare, da soppesare, da correggere, da tradurre, a cui trovare il posto giusto.
Talmente tante parole che poi mi viene difficile scrivere nel modo cui mi sono abituata, quello della musica e della tastiera su cui ticchettare pensieri.
Cercare l'equilibrio in mezzo alla vertigine.

venerdì, settembre 15, 2006

Il Mese delle Rivelazioni



Piove, una pioggia fitta e dura che picchia forte sul parabrezza delle macchine. Le risaie sono gialle e il cielo è nero. Questo è uno di quei classici momenti in cui vorrei avere con me la mia macchina fotografica. Ma l'apparecchio è a casa sopra la scrivania perchè sono troppo pigra. Oppure no. In giro dalla mattina alla sera, dopo una splendida notte insonne a rigirarmi nel letto senza motivo, niente peperonata serale ammazza sogni, niente preoccupazioni. Oppure sì. Perchè settembre finisce, l'estate finisce e inizia ottobre e ottobre sarà il Mese delle Decisioni così come Maggio era stato il Mese delle Partenze e Gennaio il Mese della Depressione Post-Tesi. So che domani inviando la prima di una lunga serie di raccomandate per master e non master dovrò convincermi definitivamente che si ricomincia e che è ora di affrontare nuovi ordini di preoccupazioni e pensieri, ma soprattutto di trovarne il tempo dato che ottobre presenterà numerose Settimane di Lavoro e Impegno Psico-fisico. Sono talmente cotta che nemmeno il tempo fa più differenza. Dico che oggi era una di quelle giornate che in diverse condizioni non mi avrebbe fatto schiodare dal letto e dalla divisa pigiama fino a tarda ora. E invece stamattina, in piedi con il mio ombrellino a fiori sotto il Diluvio Universale cominciavo una nuova giornata con l'innocenza di un agnellino implume (che però all'occasione può sfoderare unghie da leone).

martedì, settembre 12, 2006

L'estate sta finendo e io sono tornata da un po'.
E sono ovunque, sono spalmata su trecento giorni e non riesco a capire dove inizio e dove andrò a finire. Talmente tante cose tutte insieme. non ho avuto tempo di immalinconirmi come davo per scontato che fosse. Ogni tanto penso di avere messo me stessa dentro una valigia che non ho più aperto, dimenticata su un treno, in una stanza da cui ora si affaccerà qualcuno che non sono io al balcone e magari non penserà che i profili delle case a punta al tramonto sono un paesaggio buffo e fantastico. Ma lo dico senza nostalgia davvero, davvero come se quella parte di me rimasta in valigia fosse stata un taglio netto di quelli ordinati, come quando una tazza cade e si rompe a metà e unendo le parti della ceramica combaciano perfettamente.
Ricevo qualche e-mail e penso con affetto a tutte le persone francesi e non conosciute in quella città dal nome tanto musicale. E rispondo con calma, senza ansie angosce, se, ma, forse. Ora sono qui e mi godo settembre, the one I love. Perchè settembre è meraviglioso, lo amo, lo adoro, sarei dovuta nascere a settembre forse.
il momento in cui le cose sembrano spegnersi e poi si illuminano di colore, meravigliosamente intrise di parole e ricordi.



You know it really wont surprise me If you're a wreck by the age of fourteen The way you look The way you look is fine So often colour coordinated your sister she's an Eighties fan But that's alright Have I told you so is mine You say your life will be the death of you Tell me, do you wash your hair in honey dew? And long for all of them to fall in love with you But they never do Drinking vodka on the fly Your mother has a watchful eye So look out kid She's onto you this time Run away to a bed and breakfast Console yourself with the Reader's Digest Ringing the Yellow Pages all alone You say your life will be the death of you Tell me, do you wash your hair in honey dew? And long for all of them to fall in love with you But they never do No they never do I'm gonna tell you something good about yourself I'll say it now and I'll never say it about no one else I'm gonna tell you something good about yourself I'll say it now and I'll never say it about no one else About no one else

giovedì, settembre 07, 2006

*welcome home

Forse anche casa aveva voglia di riavermi qui.
La mia città dico, per intero.
Ritrovare persone, per intero, iniziare progetti. Almeno un paio in cui credo molto e spero. E da brava scaramantica non ne parlo, perchè la fortuna non ama essere incensata e se così accade scompare in un soffio. Non pensavo, no, non pensavo davvero di tornare ed essere contenta. Soddisfatta, stanca per una giornata iniziata alle otto del mattino e che si conclude ora, dopo aver visto tante persone e parlato con tutte per intero, dopo una lunga chiacchierata sul balcone con la luce di una candela alla citronella per scacciare le ultime zanzare dell'estate e i lampi di un temporale che si avvicina e allenta la morsa dell'afa.
Sono serena e non mi sembra vero. Di avere guadagnato in 4 mesi di lavorolavorolavoro e di enorme devastante sorprendente solitudine questa specie di baricentro immobile dentro di me.
Una voce saggia che mi segue in tutto quello che faccio.
C'è che forse il posto in cui nasci è qualcosa a cui sarai legato sempre anche se senti di non appartenerci, appunto, per intero.
C'è che qui ci sono tanti ricordi e a volte, ancora, cose da scrivere per il presente. E per il futuro.

martedì, settembre 05, 2006

*arrangements of shapes and space



Sono solo stanca, avrei bisogno di una pausa forse.
C’è un mondo qui che mi gira intorno molto lentamente, e io mi sento come schizzata da una galassia lontana a osservarlo. Sono un satellite. Sto bene, sto male non saprei dire. Posso dire che sono tranquilla al di là dei miei stati d’animo, dev’essere la sindrome di quelli che tornano da qualcosa. Si sentono tranquilli, la vogliono prima di tutto questa tranquillità. Settembre è meraviglioso. Quella sensazione dell’estate sulla pelle che scivola via come una coperta, anche se un’estate vera e propria non c’è stata la sento ugualmente allontanarsi. E’ come la terra che scompare all’orizzonte, e di nuovo è solo mare, acqua, distese di acqua infinite tutt’intorno. Io sono ferma, in piedi sulla mia zattera di quattro legni e non trovo niente di meglio da fare che intrecciare le alghe e farmi trascinare dalla corrente per un po’ di tempo prima di ricominciare a remarci contro.
E’ tutto lento, l’ho detto prima. Il mondo come una fotografia immobile.
Voglio essere felice. Lo voglio contro il resto, contro la precarietà del lavoro, dell’esistenza, delle persone, del futuro.
Voglio essere felice più di ogni altra cosa, della ricchezza, del successo, della gloria, della fama. Lasciatemi essere felice. Non è successo niente di particolare. Come in quella poesia di Neruda. Sentire tutti i piccoli pezzi che compongono il mio cuore che brillano di felicità.
Vivere per quel momento.
E sono incazzata. Perché so quanto sia difficile e so quanto col tempo ciascuno si perda a suo modo nella ricerca di ricchezza, successo, gloria, fama e le scambi per la felicità. La felicità viene da dentro, è qualcosa che solo noi possiamo regalare a noi stessi.
Scusa se ogni tanto mi incazzo anche con te. Ma è la rabbia che esce da qualche parte, non la trattengo più. Perché mi sbatto, mi sbatto come un mulo per cercare, per trovare e per gli altri sembra sempre tutto così semplice…e per me no, un paio di scalini sono sempre montagne, altezze così reali per me che sono nata per raggiungerle ma non amo la mondanità. Ho visto tante cose e ho ancora ho paura ma conservo meraviglia del mondo.
Sarà colpa della sindrome di quelli che tornano da qualcosa. Poi passa, si arriva fino a dove non si credeva possibile e di nuovo ci si guarda alle spalle.

P.s. qui qualche prima foto del mio periodo francese: http://www.flickr.com/photos/mo_fran_cesca/

giovedì, agosto 31, 2006

au revoir


Che sia l’ultimo post francese questo è certo.
Che sia l’ultimo post di questo blog è probabile.

Chambéry che è una piccola città playmobil.
Le signore arabe che alle cinque del pomeriggio si siedono su una panchina vicino alla mia residence e restao nell’ombra a chiacchierare con i veli colorati e le facce rugose.
Il rottweiller del mio vicino di casa che mi ha rotto l’anima in più di un’occasione ma poi una volta, mentre gettavo l’immondizia, si è avvicinato all’improvviso e si è fatto accarezzare come un coniglio bianco.
I codici per tutto: il bancomat, le schede telefoniche, l’ingresso al consolato, l’ingresso alla residenza, l’ingresso alle e-mail di chi non riesce a leggerle. Li ho imparati a memoria, non so come.
La passeggiata sempre la stessa e sempre identica tutte le mattine cadenzate al ritmo di musiche pressoché invariate tali poi da costituire la colonna sonora di questo andata e ritorno rituale.
La vetrina del Dauphiné Libéré in cui specchiarsi per controllare di essere sufficientemente pettinata (n.d.r. una mattina mi ci sono vista specchiata con una specie di rasta in mezzo alla testa)
Il maledetto multicolore e multicaro Monoprix con i suoi infingardi yogurt che occhieggiando dalle loro brillanti confezioni reclamavano di essere mangiati.
LA CREPE di AIX LES BAINS. La CREPE.
L’ossessione continua per i soldi: ne avrò abbastanza? E se finisco la scheda e mi tocca di nuovo chiamare dalla cabina piena di falene e zanzare?
Il colore del cielo. Che in Francia è diverso e mi rendo conto si possa non essere d’accordo ma se Van Gogh e Cezanne e compagnia briscola hanno scelto di dipingerlo un motivo ci sarà.
Le farfalle, per la strada. Una cosa che nella Seattle del Piemonte mai mi è successa, di vederne così tante volare dappertutto come piccole piume alate alla Forrest Gump.
Sapere se pioverà o meno in base all’odore di caffè (n.d.r. non si tratta di una branca minore delle arti divinatorie ma c’è una torrefazione vicino al Consolato e se gira il vento e porta l’odore di caffè pioverà nelle seguenti dodici ore. Comprovato)
Non ricordarsi più cos’è la televisione e ricominciare un rapporto totalizzante ed erotico con la lettura. Il piacere di leggere, come quello di mangiare una tartiflette ben fatta in una serata di pioggia.
Le cortesie, le gentilezze millantate, i je vous en prie, i desolée.
Quella certa silhouette delle montagne dalla mia finestra, una specie di righello nel cielo dorato delle sette di sera.
Sentirmi stanca ma, nonostante tutto, soddisfatta.
Celia che dice orgiiia credendo significhi casino.
Alexandra che parla a raffica e non se ne rende conto. E che fa l’insalata di lenticchie fredde buona.
Suzie con cui non ci si riesce mai a mettere d’accordo per vedersi ma poi alla fine ci si vuole un gran bene.
Emilie così timida e riservata che all’inizio avevo paura di romperla con la mia veemenza.
Il Console che forse dopo 4 mesi ha capito. Che sono una persona seria solo per metà e che pur essendo ariete se mi si maneggia con delicatezza mi rovescio corna all’aria.
I cereali mangiati a manciate di nascosto nei momenti no. Che sono i momenti in cui ti chiedi se è rimasto qualcosa in frigo, lo apri e ti rispondi “No”.
Guardare quattro film di fila, alzarsi dal letto e non capire più niente.
Accorgersi che i bei tempi in cui non bastavano quattro bicchieri di rum a farmi ondeggiare sono passati. E che oggi dopo mezzo bicchiere di vino sono ubriaca.
Place Saint Léger con i caffè e la fontana e i negozietti quelli in cui porteresti a casa tutto. Maledetto Pier Import.
La Frite Dorée. La patatina dorata. Che non è il nome di una pornostar ma di un luogo di conforto per stomaci affamati e portafogli anoressici. Dieci euro di carne e patatine a volontà.
Il Pastis che mi fa schifo.
Il Kyr Cassis che è tutta vita.
I vini di Savoia che mi piacciono da morire e mi fanno ubriacare vedi sopra
Il lago di Acquabellina (Aiguebellette) con le paperelle e le barche a remi e un gruppo di russi che si esibisce in un tremendo spettacolo kitsch con tanto di matrioske (ici poupées russes)
Il Buisson Rond. Un parco bello, che la prima volta che ci sono stata mi stavano per violentare però un attimo prima avevo pensato che gli alberi erano proprio stupendi.
Essere sopravvissuta alla mia quasi-coinquilina. Che più mi sforzo e più non riesco tutt’oggi a trovare un episodio simpatico che la veda protagonista. Grazie di avermi dimostrato che il mio vaso prima di traboccare ha la stessa capienza di una petroliera.
La direttrice pedagogica che mi ha insegnato un sacco di parole e volgarissimi detti popolari in abruzzese. E che è stata un’ancora felice nei primi tempi in cui ancora dovevo imparare ad allacciarmi le scarpe e a rispondere Merci.
Leggere in francese e finalmente CAPIRE. Considerando che sono partita dalle confezioni dei Choco Pops.
Accorgersi che la lavanderia ha chiuso alle sei e che tu avevi tutte le coperte in lavatrice.
Guardare tramonti senza dire una parola.
Aprire gli occhi la mattina e stupirsi della perfetta razionalità del mio orologio biologico che mi preserva dall’infarto miocardico dettato dalla mia insopportabile sveglia sottoprezzo.
L’aria fresca che di solito è una cosa che si legge solo nei romanzi del dopoguerra e nei discorsi tra vecchi di paese. Ma qui uscire e prendere un po’ di aria fresca è meraviglioso.
Finestre aperte per la maggior parte del tempo.
Misurare distanze, vuoti e presenze.
Il disordine sempre e comunque alternato a momenti di ordine compulsivo e folle ripiegamento di vestiti e lenzuola.
La sera in cui traduco ai miei amici francofoni tutte le canzoni in dialetto vercellese e scopro che in molti casi le rime più scurrili restano tali.
Lacrime.
La prima volta che al telefono ho detto che avrei cercato una foglia invece che un foglio.
La prima volta che una signora alla stazione mi ha detto che non aveva capito che ero italiana.
La prima volta che ho dato indicazioni stradali e mi sono sentita un po’ meno ospite e un po’ più di qui.
Il mio vecchio ordinateur portatile che scricchiola e borbotta sempre di più ma che mi ha permesso l’ascolto pressochè ininterrotto di miliardi di canzoni.
Il passaggio di consegne alle ragazze italiane che verranno a prendere il mio posto; capisci che sei stato un po’ di tempo da qualche parte quando impari a snocciolare nomi di posti e vie con una precisione scientifica.
I viaggi in treno, imparare a memoria i profili delle montagne.
Sentirsi spesso sospesi, come in un elastico salto al rallentatore con le braccia protese in avanti e i piedi che volano sul vuoto.
Annecy che mi piace sempre e comunque.
Lione che mi ha rapito il cuore e che mi ha chiamato per nome.
Arles e il giardino dell’ospedale di Van Gogh pieno di fiori che ti strappano il cuore.
Il mare freddo e meraviglioso.
Paesaggi-cartolina nella testa, qualcosa di cui non parlerò a nessuno probabilmente.
L’ultimo sabato pomeriggio trascorso a leggere, dormicchiare e cercare di non abbandonarsi a facilissime malinconie.
L’ultima domenica sera a preparare una cena casalinga e a osservare stupita il primo tramonto dai colori autunnali.
Settembre che mi riporta a casa,
ed è già passata l’estate.

giovedì, agosto 17, 2006

*Quello che non c'é (l'estate, ad esempio)

Sentirsi scivolare sotto i piedi questi ultimi giorni francesi, un tapis -roulant di mesi che sta arrivando al nodo finale, al suo estremo e si prepara a dichiararsi fuori servizio come tutte le cose di cui rimane solo una piccola parte, a dispetto delle altre che si cancellano nell'economia generale dei ricordi.
La strada che hai percorso tutti i giorni, le orme invisibili dei tuoi piedi che solo tu puoi riconoscere, sempre nella stessa direzione, avanti e indietro per una città che non si ricorderà di te e che non hai amato con la testa e col cuore ma che ringrazi profondamente per averti permesso una delle liberà più grandi, quella di prenderti in considerazione, di pensare a te stessa spesso, durante ogni giornata, davanti allo specchio o a una finestra, o al supermercato.
Non sei più abituata agli addii o forse, tout simplement, non ci credi più, per quella cosa di sopra, perché di tutto resta una parte e di tutti, e continua a viverti dentro finché diventa talmente tua che non la percepisci più come estranea, esterna.
Ed é bello vivere per poter raccontare, per poter diventare scatole piene di storie proprie e altrui ed é necessario affrontare con passione il mondo, anche se straniero, anche se lontano e diverso, perché é l'unico modo di farsi erodere dal torrente degli avvenimenti e diventare più sensibili e sentimentali, senza inaridirsi mai.

martedì, agosto 08, 2006

Torno subito

L'estate 2006 passerà alla storia come un periodo infinito e indefinito, forse perché l'ho passata a lavorare, in un posto fuori da tutto quello che di solito é estate per me, Seattle che suda, Seattle che fa un tuffo in piscina, Seattle che cerca invano un nuovo spray antizanzara che faccia il suo effetto.
Svegliarsi la domenica mattina e non sentire niente di niente, solo il fischio di qualche treno e la televisione a volume spropositato del vecchio pensionato di fronte, che la guarda sul balcone, per prendere fresco.
Queste cose sono forse mancate ma ce ne sono state altre.
La mattina presto gli alberi che ondeggiano, innumerevoli foglie che si sfiorano e producono lo stesso rumore di una pioggia strana e magica. Per dirne solo una, che non é ancora momento di bilanci.
E.
Chambéry é The Truman Show e un po' anche Mullholland Drive.
L'estate 2006 é un po' anche autunno, prima del previsto.

*Questo blog abbassa le serrande fino al 16 agosto*

giovedì, agosto 03, 2006

I pomposi poeti che ti fregano quando meno te lo aspetti

Ascolta.
Piove dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici salmastre ed arse,
piove sui pini scagliosi ed irti,
piove sui mirti divini,su le ginestre fulgenti di fiori accolti,
sui ginestri folti di coccole aulenti, piove sui nostri volti silvani,
piove sulle nostre mani ignude, sui nostri vestimenti leggieri,
su i freschi pensieri che l'anima schiude novella,
su la favola bella che ieri l'illuse, che oggi m'illude, o Ermione

Non ho mai avuto grande simpatia per Gabriele D'Annunzio.
Ho il ricordo terribile di una gita scolastica al Vittoriale, quella casa piena zeppa di soprammobili di ogni foggia possibile e noi poveri studenti che ci aggiravamo per stretti passaggi con i nostri enormi zaini, come elefanti in un labirinto di cristallo.
Al termine della visita ero giunta alla conclusione che il D'Annunzio fosse una sorta di Renzo Arbore del passato, con uno smodato gusto per il kitsch e un'ossessione totalizzante per il suo ego smisurato.
Potrei qui generalizzare dicendo che solitamente non nutro molta simpatia per le persone di ego smisurato, che in Francia chiamano i signori Moi-Je, dimostrando quanto i francesi sappiano essere sottili nel demolire chiunque con il più assoluto charme e senza possibilità di replica.
E quindi preferisco gli sfigati talentuosi, quelli che dopo morti tutti si accorgono del loro enorme potenziale e scrivono libri e raccolgono interviste e domandano e chiedono e soprattutto si domandano perché non se ne sono resi conto quando ancora questi poveri tizi stavano in vita. Ma il successo e il talento sono canali che non sempre si incrociano, e spesso molti geni rimangono nel più totale anonimato continuando a rosicare i loro problemi di sempre, l'alcool, la droga, le donne, la povertà, gli squilibri psicologici, madri invadenti e padri rompipalle.
E diventano affascinantissimi per quella loro strana indole che li porta a creare opere meravigliose rimanendo profondamente umani e forse più umani degli altri, senza sentire la necessità di farsi incensare dalla stampa o essere accolti nelle cerchie degli intellettuali più in.
Poi pero' oggi piove.
E, a tradimento, sul più bello di una silenziosa e modesta osservazione degli alberi del parco che attraverso la mattina per venire a lavoro, per tuffarmi nel mio brodo tranquillo, nella mia pîù profonda umanità, sento la voce di quell'omino piccolo e baffuto e borioso che sussurra:
- Francesca. Ascolta. Piove dalle nuvole sparse -
E non posso che ammettere che, a dispetto dei miei principi e dei miei generalismi, non c'é niente da fare, Gabriele d'Annunzio mi ha fregato ancora una volta.

mercoledì, agosto 02, 2006

Volevo essere sincera

Il mondo é dei più furbi.
Punto e basta.
Tutti i cinici, gli opinionisti, le nonne, i nonni, i genitori già inaciditi dal mondo del lavoro hanno ragione.
Il mondo é dei più furbi, di quelli che l'importante é apparire e schiamazzare, di quelli che la prima cosa la mattina sono loro e la seconda pure, di chi non chiede per favore per prendere ma prende e basta, di chi parla solo dei fatti suoi e non ascolta quelli degli altri, di chi l'importante é guadagnarci sempre e comunque.
Fiera da sempre di non appartenere al mondo dei furbi oggi mi ritrovo a pensare che tutto il mio costante e pervicace lavoro silenzioso per rimanere sottotono, per fare le cose che devo senza avere la pretesa che siano gesta mitiche e irrinunciabili é una perdita di tempo e un errore.
O meglio; non é affatto un errore ma lo é l'assurda speranza che i furbi si ritrovino di fronte a qualcosa di diverso e ci pensino un po' sopra.
Perché i furbi vanno come carriarmati e l'unico augurio che mi sento di far loro dal profondo del cuore e di non doversi ritrovare mai, per nessun motivo, nei panni di chi furbo non é, e mastica amarezza e la mescola con la consapevolezza di fare del bene, sperando di migliorarne il sapore.

giovedì, luglio 27, 2006

delibere

Ho un nuovo cellulare che in realtà è un riciclo di un cellulare dismesso e che nitrisce tutte le volte che qualcuno chiama.
Lotto contro la tentazione di abbandonarmi al malumore derivante da un’insostenibile stanchezza fisica strettamente correlato a una progressiva diminuzione di stabilità psicologica. La mia strategia del –per qualche giorno recupero il fiato poi ricomincio- ha dato pessimi frutti nella fattispecie una stanza che sembra essere stata messa a soqquadro da quattro squadre della Cia.
Cumuli di vestiti mi parlano.
La sera mi viene voglia di scattare fotografie ma essendo già distesa sul letto in assetto da riposo finisco per immortalarmi semi-dormiente e pensierosa.
Sono pensierosa nel profondo del mio dna, da sempre, ma qui è tutto amplificato e mi sono abituata alla solitudine di rincasare all’una e mezza e leggere libri a voce alta, riempire la stanza di parole.
Essenzialmente ritengo che il mio ultimo mese qui sarà più che decisivo.
Se sopravvivo a tutto, compresa me stessa prendero’ parte a nuove regate senza troppi indugi. La verità è che se un giorno sono convinta di una cosa il giorno dopo lo sono meno e poi penso che si debba analizzare.
E analizzo come uno scienziato pazzo, scompongo, suddivido, raccolgo, sottraggo, moltiplico per ottenere la versione dei fatti che mi risulti più obiettiva possibile.
Non mi incazzo quasi più, non mi lamento.
Mi faccio paura certe volte, mi domando dove sono finita o se la persona di prima era una specie di pilota automatico e io sono davvero cosi’.
Tranquilla, di una tranquillità disarmante, una specie di tronco che galleggia senza troppe pretese e aspetta di vedere dove lo sta portando la corrente.
Salto il pranzo, non mi riposo mai davvero.
Forse una volta tornata a casa non faro’ altro che dormire per 15 giorni.
Poi mi svegliero’ una mattina, berro’ finalmente del caffè che sia caffè e non sappia di chinotto, liquerizia, salmone e anticalcare e prendero’ le mie nuove decisioni.
La mia vita funziona a delibere.
A fascicoli, gli stessi che impilo ogni giorno e soflgio e cerco di capire dove sia l’inizio e dove sia la fine.

mercoledì, luglio 26, 2006

cozze


"sono alle cozze"

venerdì, luglio 21, 2006

Random = a caz**!

Perché tanto cercare di mettere in piedi tre pensieri con un nesso logico dopo quasi due settimane di ore 3 di sonno per notte é impresa impossibile.
Cosi' prima di seppellirmi nelle catacombe degli archivi tra ragnatele e polvere che manco Indiana Jones e i Predatori dell'Arca Perduta scrivo due righe. Non sia mai che spostando il fascicolo sbagliato si apra una botola che mi faccia precipitare in una tomba egizia piena di serpenti.
Caldo.
Qui la chiamano canicule, io l'ho ribattezzata "la caldazza" ovvero una terribile afa che ti martella la testa cancellando i tuoi tratti di essere umano e trasformandoti in una sorta di invertebrato privo di connessioni cerebriformi funzionanti. Anche il solo pensiero di scollarsi dalla sedia e andare a bere un bicchiere d'acqua costa fatica.
E io dovrei tra le altre cose finire entro settimana prossima un rapporto sull'insegnamento della lingua italiana in questo dipartimento, io che ho sostituito la lingua italiana con una serie efficacissima di grugniti e gesti allusivi.
I miei 22 metri quadri di stanza sono random = a caz**! e da lunedi' dovremo viverci in tre, perché mi raggiunge laamanda con la sua bestfriend e allora rinuncero' a dormire definitivamente e passero' le notti in bianco a terminare la lettura di questo spassosissimo libro sulla grammatica francese dal titolo La grammatica per i nulli, e io sono tra costoro.
Mi hanno detto di chiedere le ferie e io me ne vergogno, da buona figlia della mia generazione che non alza mai la voce ma crede fortissimamente crede nel potere dell'educazione altrui.
Sono tendenzialmente utopica ma finiro' per compiere questo gesto, che sono due mesi che lavoro senza beccare una lira, manco i soldi dell'università che mi si dovevano per la laurea, a settembre mi tocca fare (ancora) economia.
E magari studiare.
Vorrei affogarmi in un bicchiere di acqua freschissima e sentire la testa che si libera e la smette di martellare tum tum tum.
Mi è anche capitato di fare sogni sonori e temo siano un primo segno manifestod i allucinazioni da caldazza. Sogni in cui i personaggi parlano come in un film, ci sono veri e propri dialoghi con diversi toni di voce.
E poi un mucchio di déjà-vu, una cosa da far venire i brividi, persone che dicono cose che mi mostrano fogli, che fanno una determinata considerazione e io -cielo questa l'ho già sentita, già stata sottolineata e in grassetto-.
Mica vorrà significare che pure in un'altra vita facevo la stagista all'estero?
Che sculo.

giovedì, luglio 20, 2006

L'Epitaffio Pop dei CasaMartini



Ho trovato la mia canzone dell'estate, scritta da questi strambi tipi qui di fianco, che io considero assolutamente geniali nonché unico gruppo veramente pop prima che il pop diventasse affare di boyband, girlband, zoccole e zoccoli di vario genere. E' una canzone estiva da ascoltare con sottofondo di rondini e piatti nel lavandino, o in macchina o in treno o distesi sul letto a tormentare il soffitto con un mucchio di domande esistenziali. Perché comunica un certo senso di pace di cui si ha bisogno mentre si vive qualcosa di cui si intravede la fine. Perché l'estate é allegria, é ombrellini colorati nei bicchieri, é l'afa delle due del mattino, é sole enorme e caldo sulla pelle ma anche quell'inevitabile malinconia di non perdere quel tempo dolce destinato a passare troppo in fretta.
Build parla di una casa che viene costruita pezzo dopo pezzo e già ci si immagina come sarà una volta finita, come ci si potrà vivere, come ci si ambienterà tra quelle pareti. Build parla di un futuro dorato che a ben ascoltare si rivela poi un epitaffio del presente che fugge, e ne riassume con intensità ogni istante con passione per non dimenticarlo una volta cha sarà appoggiato anche l'ultimo mattone.

lunedì, luglio 17, 2006



Mi manca il mare.

Le mie estati al mare da bébé, da bambina, da adolescente.

La pelle che tira per il sale, gli occhi che bruciano, i capelli sfibrati. La spiaggia quando tramonta il sole e resta soltanto chi il mare lo ama davvero. Camminare con una maglia di cotone sul bagnasciuga e seguire con attenzione impronte scomparse. Gli occhi aperti sott'acqua e quella luce azzurrina che disegna un mondo onirico fatto di ombre e sfumature. Conchiglie e pezzi di vetro levigati. Il mare che spero di poter vivere da vicino a gennaio, a dicembre, chi lo sa. Sto accumulando una stanchezza incredibile a rimanere qui. Una stanchezza che sa di vuoto e di gambe stanche la mattina e la sera tardi a scrivere, a leggere, a pensare. Una stanchezza tranquilla a dire il vero. La stessa di un lungo bagno a galleggiare con la pancia all'aria e aspettarsi da un momento all'altro che ti inghiotta il cielo. Sto attraversando un'altra linea d'ombra ecco tutto, e questa volta ne ho la consapevolezza piena e tengo il timone stretto tra le mani e continuo a navigare con certe forze che credevo non mi appartenessero più. Dopo un anno lunghissimo, l'anno più strano della mia vita sorrido al pensiero di non avere avuto un attimo di riposo e della distanza che sta tra il mio corpo piccolo e la mie mente che non si ferma mai e vorrebbe andare ovunque. E confesso che mi manca il mare, di lasciarlo parlare di poter restare soltanto in ascolto e non dire niente.

sabato, luglio 15, 2006

D'estate a Vercelli uscire la sera è come galleggiare dentro un budino di umidità che ti avvolge e liquefa i contorni delle cose, dei discorsi. Ci sono le zanzare a Vercelli, a miliardi, certe volte uno ha l'impressione che finiranno per portarsi via i lampioni e tutte le luci e la città resterà nel buio più totale a farsi inghiottire dall'afa. Sono meravigliose le zanzare, se non pungessero eh, se non producessero quel rumore fastidioso nel cuore della notte per cui tu sai che è solo questione di tempo e che poi inizierai a scorticarti selvaggiamente la pelle con le unghie. Hanno un corpo fragilissimo, un pungiglione lungo e più sottile di un filo, vivono pochi giorni, forse uno soltanto. Beh allora, tanto vale che si bevano un po' del mio sangue. Sto diventando edonista per certi versi. Sto diventando che preferisco non andare a cercarmi i problemi, vivere galleggiando morbidamente cercando di lasciare da una parte gli ostacoli più evidenti. Mi piace essere tornata per qualche giorno. Il pensiero che comunque e dovunque sarò oggi, domani, tra un anno, a rimettere piede qui ci sarà sempre qualcosa che mi ricorderà qualcos'altro, perchè 22 anni nello stesso posto significa avere un ricordo di tutto, perfino delle scritte sui muri e dei cancello arrugginiti, perfino delle telecamere di sorveglianza e delle cabine telefoniche. E poi il resto, la gente che coltiva rancore, la gente lasciata alle spalle, è diverso non appartiene al contesto, è stata soltanto un momento transitorio come ce n'è tanti. Allora è bello uscire d'estate la sera a Vercelli e camminare avanti e indietro per quelle luci rosse e gialle e pensare che ci sono ancora altri 60 giorni francesi e chissà se quattro mesi sono abbastanza per avere dei ricordi di lassù.

giovedì, luglio 06, 2006

arrière-pensée

Dentro un frullatore e fuori piove.
La mia sensazione del momento é grossomodo questa.
C'é che la mattina quando vado al lavoro e mi ascolto i miei dieci minuti di musica, che sono poi due o tre canzoni, é l'unico momento in cui il frullatore si ferma e tutto diventa lentissimo e mi sembra di camminare senza muovermi, forse per via delle ombre che ho legate ai piedi, come Peter Pan.
C'é che il pavimento della stanza é disseminato di libri cominciati per metà e film visti per i primi dieci minuti e panni asciutti e mai stesi. C'é disordine anche li' e nella pioggia che cade un po' obliqua e un po' dritta e io non so come vestirmi, ho messo i calzoni da bambino delle elementari e me ne sto tutta raggrinzita sulla poltroncina del mio ufficio a scrivere e tradurre lettere di cortesia. Mi ricopro di frasi fatte, di formule di politesse, di formattazioni e simboli, firme e cariche onorifiche. E ogni tanto do' uno sguardo fuori alla pioggia incasinata in cui ieri ho camminato per i dieci minuti del ritorno e sono arrivata a casa zuppa dalla testa ai piedi. Il mio modo di farmi entrare un po' di estate dentro. Che quando la mia voce assume un certo tono, una certa inclinazione é meglio non parlare, é brutto perfino ascoltarsi.
Allora si lascia parlare qualcun'altro, due, tre canzoni per dieci minuti la mattina e dieci minuti la sera quando si torna a casa a vedere un'altra partita dei mondiali con le amiche e ci si fuma via su un balcone che ha un tappeto di erba sintetica e sembra un favoloso mondo kitsch ancora più in disordine del mio.

mercoledì, luglio 05, 2006

*chez pas

Giorni strani, che sembrano un po' una lenta canzone dei Concretes e contemporaneamente un pezzaccio di Jesus and Mary Chain, (ho dimenticato a seattle PsychoCandy mannaggialadra).
Le casse del computer perennemente accese paiono aver tirato le cuoia, voglio dire che qualunque suono passino sembra una cover di Bonnie Prince Billie.
Ho comprato un ventilatore che mi fa venire i reumatismi pero' fa anche un'aria magnifica, una brezza potente che caccia con veemenza l'afa dalla mia sempre più straripante camera; 22 metri quadri sono davvero pochi per contenere il mio ego in continua espansione, alle pareti ho già attaccato di tutto e ammasso roba su roba in ogni angolo; la prossima volta che mi toccherà cercare una stanza dovro' chiederne esplicitamente una per megalomani. Poi. La partita. Che ancora devo capire perché tutte le volte che me ne sto in Francia si finisce sempre a uno scontro Francia Italia. C'é ancora il Portogallo ehi. Ma io lo so, lo premonisco, che mi toccherà cammuffare il mio accento italiano nei prossimi giorni.
Alla fine dormo anche nonostante il tripudio di clacson dopo una sera trascorsa a chiacchierare in francese con una ragazza di Glasgow a proposito della musica di Glasgow. Cioè mi ha detto che i Franz Ferdinand erano suoi vicini di casa prima di diventare famosi. Io a Vercelli vivo in un condominio in cui l'età media é ben oltre i settanta e non corro questo rischio celebrità.
Posso dire quasi di essermi abituata a chy, alla sua poca ma brava gente, ai francesi che un minuto ti conoscono e il minuto dopo ti hanno già regalato e offerto tutto quello che é a loro disposizione.
Sarà una lunga calda e intensa estate.
Sarà difficile non farsi trasportare da certi pensieri e mantenere il controllo delle proprie quattro pareti mentali. Forse é vero che resto qui per vedere quanto ci metto a scoppiare. Di sbadigli al lavoro, di stanchezza diffusa la mattina quando suona la sveglia, di freddo gelido dell'aria condizionata dei treni, di sete nel cuore della notte alle tre alle qiattro alle cinque...
Ma più vado avanti più so che é giusto restare, vedere fin dove si arriva, che cosa si raggiunge.

mercoledì, giugno 28, 2006

La festaccia non é qui

Ho bisogno di dormire.
Più di tre ore, almeno quattro di fila senza alzarmi nel cuore della notte con una temperatura corporea pari a quella di un forno per fissare i colori su ceramica.
Ma non pensate che mi stia dando alla pazza gioia e che le ore piccole siano l'attitudine della stagista all'estero che coglie ogni minima occasione per fare festaccia.
Ecco una serie di motivi che vi porteranno a sfatare questo mito:

a Chambéry la parola festaccia é qualcosa di intraducibile, al di fuori del credo dei suoi abitanti. Qui ci sono solo: biciclette, cordiali francesi che sorseggiano birra con temibili sciroppi colorati dentro ( e che non si ritirano mai dopo le undici), vecchi in bicicletta, bastimenti carichi di bambini che si arrampicano da tutte le parti, vecchi non in bicicletta, alcuni ragazzi vestiti hip hop che ascoltano rap francese (ma che allora fors esono vestiti rap), alcune ragazze punk che mi chiedono sempre soldi e sigarette che non ho all'entrata del supermercato, vecchi, il rottweiller del mio vicino di casa, il trenino turistico. Chambéry é città gradevolissima, lo giuro, ma di festaccia proprio non se ne parla.

in genere arrivo a casa cosi' stanca e cosi' accaldata che fosse per me dormirei un paio di ore prima di affrontare un'eventuale frugale cena MA:

- di solito mi telefona qualcuno proponendomi di "andare un attimo al lago" (che ci si mette un quarto d'ora ad arrivarci e quindi é già una contraddizione in termini)

- la mia quasi connazionale italiana lancia urla lancinanti in cortile per attirare la mia attenzione e chiedermi se posso prestarle
lascopalapalettalapentolaildetersivoquelcontenitorediplastiva
verdechecosi'cimettolinsalata.

- scopro che il minuscolo frigo( in cui per fare spazio a 1 zucchina 1 carota 1 mela devi applicare i più complessi teoremi trigonometria alla ricerca di quel rapporto aureo che ti permetterà di aprire la porta del suddetto frigo senza che i tre elementi si sparpaglino sul pavimento vanificando i tuoi sforzi) é inesorabilmente vuoto;

di notte fa caldo...da non riuscire a respirare, caldo da restare incollati alle coperte come timbres sulle loro enveloppes, caldo come poteva fare caldo solo alle superiori dopo un compito in classe di matematica al 20 giugno. E il vero problema é che se apro le finestre respiro ma alle 4 scarse devo iniziare a subire passivamente il concerto in pompa magna di tutti i volatili della collina antistante il mio studentato, che dopo un paio di ascolti potrei quantificare sulla bilionata. Quei bastardi si riproducono a una velocità impressionante, ogni mattina c'é un gorgheggio in più.

= Se non trovo un ventilatore oggi o domani saro' condannata a un eterno rincoglionimento. Pare che da oggi comincino i saldi e già mi immagino un ventilateur bello, potente, con veloci pale automatiche che trasformino la torrida atmosfera da route 66 del mio letto alla più soave brezza marina del primo mattino=

Incrociate le dita.

martedì, giugno 27, 2006

Post a punti invisibili. Cioé una serie di pensieri sparsi.

I treni ti portano avanti e indietro e basta.
Il resto, gli strappi alla pancia e gli occhi velati sono cose tue, che dipendono da te e non le puoi spiegare.
/Sarebbe più facile se fossimo tutti trasparenti come in quel racconto di Rodari, non mi ricordo quale, ma ricordo che il protagonista era limpido come una sottile lamina di vetro e la gente poteva vedere quello che gli succedeva dentro, se era triste, se era innamorato, se diceva le bugie/
Ho trascorso buona parte della serata di ieri a chiacchierare di filosofia e massimi sistemi con una ragazza francese conosciuta da poco; la cosa più assurda é che in 4 ore di conversazione ho usato un mucchio di parole che non erano mie e ho avuto la netta impressione di doverle staccare dal cervello con violenza e poi cercare di partorirle con l'ordine più logico possibile.
Ma, forse allora sto davvero imparando il francese, anche se ho ancora molto moltissimi pensieri italiani, roba che ci potrei riempire sei scompartimenti di un treno e non ho perso il vizio di tradurre tutte le conversazioni che mi capitano a tiro d'orecchio.
Ho ripreso a leggere, Tabucchi, Seminerio, un libro giovane che parla di morte e rock ma soprattutto di altro (Il rock é morto, l'autore non lo scrivo ha troppe consonanti nel cognome), la notte sogno di diventare una patita del fitness e della dieta e di riordinare il mio studio come si deve. Il resto del tempo, lavoro, lavoro, lavoro anche quando imboscarmi sarebbe la cosa migliore e prendo treni, vedo posti, ascolto musica strana che forse non mi convince più e di fronte a due sacchi di biancheria e a un pavimento che camminarci a piedi nudi é una specie di pena medievale, mi metto davanti ai fornelli cucino un filetto di tonno ballando i bee gees ed esco a comprare le sigarette nella chambéry by night, con francesi che bevono demilitre di birra e granadine e altre strani beveroni zuccheratissimi e colorati come le giostre di gardaland.
Quasi luglio.

martedì, giugno 20, 2006

A Lione, domenica pomeriggio, una ragazza mi si é avvicinata mentre mangiavo un panino e mi ha regalato un fiore. Ha detto che era per me e le dispiaceva fosse un po' appassito, poi ha sorriso e se ne é andata via. Mi é tornato in mente di quando avevo scritto che mi sembrava di avere già vissuto a Lione e ci ho pensato quasi tutto il tempo, con il fiore che spuntava dalla borsa mentre attraversavo traboules e viuzze del centro storico.
Si é messo a fare caldo qui.
Ho conosciuto un po' di gente, ragazzi e ragazze della mia età tutti in Francia per un motivo diverso. Tutti a dirmi ma ad agosto cosa fai qui, non ci sarà nessuno e io tranquilla e serafica a sorridere sotto i baffi per quelle ultime settimane un po' zen che mi ricondurranno a casa.
Chissà come sarà settembre, chissà se anche questa estate passerà senza che me ne accorga, o forse é addirittura già passata.
L'anno scorso di questi tempi passeggiavo per le vie di Seattle con un mattone nello stomaco e la certezza che nella vita sono sempre i gesti irreparabili quelli che ti portano a essere consistentemente più o meno felice.
Le mezze scelte e i mezzi sacrifici sono come saltelli su un piede solo, leggeri, instabili e poco profondi. Quello che serve a volte é solo chiudere gli occhi fare un respiro profondo e lasciarsi andare mani e piedi, vivendo questa consapevolezza interamente. Io di questi tempi, l'anno scorso, mi sono buttata da uno dei più grandi casini della mia vita in direzione di qualcosa che mi appariva talmente brillante da valerne la pena. E per una volta, dopo tanti tuffi in direzioni sbagliate, sono atterrata nell'unico punto piano di una scogliera di scelte possibili, ci ho appoggiato i piedi e non mi sono mossa più.
E spesso ne sono talmente convinta da avere l'impressione di avere già compiuto quella scelta un altro milione di volte, magari quando vivevo a Lione.

martedì, giugno 13, 2006


Grenoble, sabato scorso 2006.

Ogni tanto mi viene la tentazione di salire sul panorama più alto del mondo e restare li' a guardare tutto che si muove, le auto, le persone, finestre aperte e chiuse, fumi di fabbriche, nuvole, alberi, uccelli, strade. Senza nessun rumore, solo un gran vento che cancella le pagine e ne scrive di nuove.

venerdì, giugno 09, 2006

ripescaggi

Le date non me le ricordo; spero solo di aver seguito un ordine più o meno cronologico di ripescaggio ma non ne sono molto sicura.

Una solitaria sigaretta serale davanti alla finestra, la torre del castello sta sospesa in mezzo alle nuvole che sono scese bassissime sulla città. Lo studentato è deserto come al solito, rumore di porte che si chiudono ogni tanto, in una settimana qui avrò incrociato sì e no tre persone in ascensore.. Che qui gli italiani non è che siano proprio ben visti, tutt’altro. Il divertente episodio di quando faccio presente alla direttrice che il riscaldamento non funziona e lei per tutta risposta il giorno dopo mi appiccica sulla porta il libretto di istruzioni che già avevo nella stanza. Per un attimo rifletto se farle presente che il problema non è una mia deficienza mentale ma un apparecchio rotto che ha concluso la sua gloriosa carriera con un’ultima breve accensione seguita da un colpo secco e un forte odore di bruciato.
Mi metto una maglia allora, sempre, dopo cena, perché qui non è alto ma è pur sempre circondato dalle montagne, a meno che di non prendere il caffè vicino alle due piastre elettriche che raggiungono temperature vicine a quella del nucleo terrestre.
Apro la finestra appena un po’, arrotolo una sigaretta sottile sottile e mi perdo nelle nuvole basse, mi perdo in una canzone in particolare che parla di me e per me. Past all concerns.
Forse è una storia d’amore o forse no, non ho fatto molto caso alle parole ma solo al lento trascinarsi di una melodia che raccoglie a rete ricordi e paesaggi. E mi è venuto da pensare che sto diventando rinunciataria. Nei rapporti con le persone. Ormai sempre più incline alle occhiate laconiche che alle sanguigne discussioni. Lascio correre, slego e mi sembra di non avere fatto altro negli ultimi trecento giorni, smettere di esercitare la mia forza su certi nodi lasciando che si sicogliessero lentamente, quasi senza bisogno di sottolinearne la perdita. Vivo una solitudine privilegiata in cui compare solo chi, in fondo, a me ci tiene davvero. E per il resto lascio andare, quasi finalmente, quasi perché è un’epocale inversione di tendenza rispetto a come sono sempre stata. Contro la mia natura. Perché quello che cerco io nei rapporti con le altre persone è talmente raro da implicare una forma di solitudine molto vicina a quella assoluta.
E allora mi viene di nuovo da pensare che essere finita qui, in questa città dove non succede mai nulla, che alla mattina presto vedo sfilare sotto forma di palazzi tutti terribilmente art-nouveau mentre fatico e ansimo con la Graziella vintage spaccaculo, era un posto che avrebbe frenato il più veloce dei treni in corsa facendogli pascolare un paio di vacche davanti. Difficile da spiegare perché non l’ho ancora capito bene nemmeno io.




La lontananza è una sensazione allo stomaco, che per qualche secondo sembra volere toglierti il fiato e che lascia dietro di sé una scia nebbiosa di tristezza e rabbia. Rabbia perché le cose da cui si è lontani sono molte meno di quanto si immaginasse. Rabbia perché non si scappa da niente, il conto viene presentato puntualmente senza differenza alcuna. La lontananza è qualcuno che viene a trovarti dal posto in cui stavi e si porta dietro inconsapevolmente, nascosti nelle maniche, problemi a cui credevi di non dover pensare più. E’ una montagna russa la lontananza, certe volte ti fa credere di aver raggiunto una vetta altissima in cui niente potrà più scalfirti o metterti in discussione. E poi invece ti precipita in abissi abituali, come un videogame anni ’80 in cui per quanto ti ostini a trovare una spiegazione logico-razionale finisci sempre per accorgerti che non c’è. La lontananza è qualcosa che ti fa compagnia mentre mangi uno yogurt all’ananas controvoglia e non faresti altro che bere caffè e fumare una sigaretta dopo l’altra per bruciare quel disagio sottile.
La lontananza sono voci al telefono. E’ accorgersi di non riuscire a capire, è sentirsi una persona malvagia, immeritevole. Stare sdraiati su un prato vicino a un lago e sentirsi lontani, commuoversi per una bambina che fa le piroette in aria e viene sempre afferrata dalle mani di suo padre. La lontananza é accorgersi che arriva un punto in cui quelle mani smettono di afferrarti e si comincia a cadere e a imparare come volare in alto comporti sempre grandi rischi.


Certe volte basta il sole a risvegliare le cose felici che dormivano dentro in una zona imprecisata difficilmente raggiungibile in lunghi giorni di pioggia e faccende domestiche sbrigate a sera tarda con un tasso di stanchezza nel sangue molto al di sopra della media abituale.
Cucino con il sole che entra dalla finestra e illumina tutte le pareti bianche della mia stanza-guscio, canticchio a mezza voce Jimmy Cliff e il fatto di aver trascorso più di sette ore a copiare indirizzi a mano e mettere in ordine alfabetico envellopes di inviti non mi urta minimamente.
Lunedì mattina sono all’Università di Savoia a registrare un libro della Sellerio per creare una versione per non-vedenti.
Insomma più vado avanti più nei miei primi 23 anni di vita posso dire di aver fatto davvero di tutto. La Francia è là fuori, con le sue voci-brusio, i suoi supermercati inaccessibili (un peperone costa un euro!) e le sue centinaia di varietà di yogurt di fronte cui mi incanto ogni volta come alice nel paese delle meraviglie.
Infine sembra che per una serie di fortunate casualità riuscirò ad andare al benedetto concerto dei Belle & Sebastian, regalo prezioso cui mi sarebbe davvero pesato rinunciare dato un impellente bisogno di un concerto di primavera. Per ballare, per pensare all’estate che poi per me saranno almeno due mesi di lavoro intenso ma che va bene ugualmente, mi andrà bene anche seppellirmi nell’afoso agosto di Seattle prima di riprendere in mano le redini del mio futuro.
C’è il sole ed è enorme, bianco, luminoso.
C’è l’aria che profuma di trasparenza. C’è il fornello incrostato di cous cous.
Quello che non c’è non fa poi così paura.


Lione è uno di quei posti in cui sei sicuro di avere già messo piede, in una vita precedente o in un sogno, e questa sensazione finisce per accompagnarti da quando scendi dal treno in una stazione un po’ alla Blade Runner fino a quando non vedi scomparire attraverso i vetri di un regionale gli ultimi tetti della città inghiottiti da un tramonto aranciato.
Lione mi è entrata nel cuore, con le sue case, le sue biciclette colorate, i lunghi ponti come braccia che tengono stretta la città attraversata da due fiumi, che vanno e vengono lenti e maestosi, e qualcuno li guarda passare, dei ragazzi che improvvisano delle percussioni, un signore anziano con un cagnolino in braccio, due ragazzine che fumano e devono birra.
Le città che mi piacciono sono città con un aria di grandezza, una certa allure direbbero forse qui e Lione è bellissima nella sua ricchezza, nelle vie del centro piene di locali alla moda, nelle fontane ordinate e perfette, nelle facciate dei palazzi liberty, ma ancora di più Lione è bellissima nella sua miseria, nei vicoli stretti che odorano di alcol e urina, negli intonaci sbeccati intorno a madonne dimenticate, nel milione di scale che portano alla basilica che si erge maestosa sopra la città e regala un panorama difficile da dimenticare.
Lione è bella per la gente di Lione, che prende il sole, suona agli angoli delle strade, guarda le partite di calcio nelle tivù minuscole di kebabbari e ristoranti tunisini.
Mi lascia triste Lione e non saprei nemmeno dire perché.
Forse è solo il terrore di rovinare l’incanto con uno sguardo su un particolare sbagliato o il rimpianto di non poterci vivere per il momento ma di avere la certezza di averci vissuto, una volta, un giorno, un announ sogno.
Finisce che mi piace una solo foto di quelle che ho scattato.
Ed è un panorama invisibile in cui ci sono solo schiene e ombre e persone che indicano il paesaggio e lo guardano e basta e non si rendono conto di come anche il mondo le stia guardano in quel momento e di come le loro schiene scure siano il paesaggio più bello.





giovedì, giugno 08, 2006

chicomedovecosaquandoperché

Trovato il modo di trasportare sul computer dell'ufficio tutti i miei scritti. E mica un modo originale ma un semplicissimo floppy disk sottratto momentaneamente al Consolato.
Solo che bisognerà trovare una soluzione per non rendere terribilmente anacronistica la mia sequela di resoconti dei giorni passati. Perché a pubblicare di quando mi struggevo dalla malinconia oggi, che non ho nessuna malinconia ma solo un incredibile appetito, mi farebbe strano. Per cui cerchero' uno stratagemma narrativo nel tentativo di non maciullare gli attributi di nessuno con un lagnoso caro diario giorno per giorno. Magari li pubblico tutti a caso i post. L'ultimo e il primo, ieri e un mese fa.
Lasciando perdere queste cose che non interessano a nessuno ma erano una sosrta di trasposizione scritta dei miei deliranti monologhi la mattina davanti al computer veniamo al dunque. Forse non lo dovrei dire perché risulta un' anticipazione rispetto a quello che pubblichero' di precedente. Insomma sto per dirvi chi ha ucciso mister x, chi si nasconde dietro la maschera di y, di chi é innamorata lady m.
Rimango fino alla fine di agosto, ecco tutto.
Ancora un mese nella valle della tartiflette e degli ottimi vini bianchi che mi fanno ubriacare sempre più spesso. Ancora un mese di sveglia anni '8O alle otto del mattino, di fornelli minuscoli in cui cucinare l'impossibile, di grossi rotoli di polvere rosa che si aggirano inspiegabilmente per la stanza come sul set di Mezzogiorno di polvere.
Ancora un mese.

lunedì, giugno 05, 2006

latitanze

Scusate se latito. La verità é che ho perduto la mia penna usb e qui in ufficio é davvero difficile ritagliarsi anche solo cinque minuti di tempo per scrivere due righe in santa pace. Finisce che scrivo sul mio portatile da combattimento, a casa, e annoto tutto li', le peregrinazioni in giro per la Francia degli ultimi giorni, i momenti di quasi tranquillità e quasi felicità, i momenti di sconforto, le incazzature, le scoperte incredibili sull'economia domestica.
E mi spiace perché un blog é un po' come una pianta, bisogna averne cura.
Penso ai fiori che avevo piantato sul balcone di casa a Seattle, che erano diventati graziose pianticelle verdi e che nel mio breve ritorno scopro essere diventati foglioline secche raggrinzite. Che dovesse succedere una cosa del genere al mio blog sarebbe il segno di tempi che stanno cambiando, in cui non mi ritaglio più qualche secondo giornaliero da dedicare al mio irrefrenabile grafismo. Cosi' scrivo stamattina, mi nascondo nell'ufficio con qualche foglio intorno da prendere in mano in caso di incursioni estranee. Inizia una nuova settimana, un'altra e tutto continua a essere sempre più diverso, giorno dopo giorno.
Ogni tanto penso che a tornare a casa sarà una persona che non era quella che agli inizi di maggio con una macchina piena di scatoloni si é trasferita in mezzo a tutte queste casette del playmobil incrociando la vita.
E non so se sia bene o sia male, o sia semplicemente questione di cose che vanno in un certo modo e non ci si puo' fare niente, ogni tanto l'unica é abbandonarsi alla corrente.

martedì, maggio 23, 2006

Chilometri, pessimi concerti, propositi e spropositi...


Per una che non è abituata a partire, tornare per qualche giorno è stata faccenda complessa. Ho macinato chilometri di treno verso Torino (dove ho mangiato un kebab in una decina di secondi scarsi sotto gli attoniti occhi dei presenti), chilometri di macchina verso Vercelli (sbagliando strada naturalmente, perchè io e il mio capitano di bordo siamo soliti perderci non solo in discorsi lunghissimi ma anche fisicamente in paesi della periferia torinese dal nome impronunciabile), chilometri di macchina verso Milano (per assistere a uno dei concerti più deludenti della mia vita, anzi al concerto più deludente perchè in fondo in quinta elementare Eros Ramazzotti per mano a mia zia non era poi stato troppo male) e poi ancora chilometri di macchina verso Vercelli (sbagliando strada a Rho e giungendo al mio giaciglio in stato confusionale). Saranno poi altri chilometri di treno a riportarmi tra le braccia della France e delle sue casette del playmobil con i tetti grigi sempre lucidi di pioggia perchè piove sempre.
Bella la Francia, le baguettes, i convenevoli, le viennoiseries, ma a chambéry il tempo è proprio una merda fatemelo dire, non per essere volgare, ma proprio per sottolineare il fatto che tra pioggia, vento gelido, umidità, nuvole che appaiono all'improvviso nella più miracolosa giornata di sole, l'estate sembra essere in coda al tunnel del Frejus.
Tra le cose di cui mi dispiaccio nel momento:
essere giunta a casa fisicamente stanchissima e poco reattiva nei confronti del mondo sociale; avere speso uno sproposito per un vestito con cui potrei andare a consegnare un oscar a george clooney e la gente chiederebbe "chi è quel ragazzo vicino alla Frà?";
avere assistito al concerto dei Belle and Sebastian ed essermi annoiata da morire;
non avere chiesto alla mia vicina di treno come facesse ad avere il Monde del giorno dopo;
Poi non so.
Ho una sensazione addosso che in realtà è un desiderio di trovare finalmente un posto in cui stare nascosta e non pensare almeno per due settinane, seriamente, al mio futuro, alle voci che dicono di studiare ancora, alle voci che dicono di non lasciarsi sfuggire occasioni d'oro.
La mattina mi sveglio e guardo quella pianura enorme tutt'intorno e mi domando se quell'assenza di confini non mi abbia condizionato nel profondo.
Ma poi è già tempo di fare lo zaino e macinare altri chilometri al contrario.

Homethoughts from abroad

Nella borsa di paglia, insieme al biglietto del treno, al cellulare, al lettore mp3 e a un buono sconto per il Monoprix locale, c’è il mio primo mese all’estero, stipato in fretta stamattina appena sveglia, nella confusione di occhi ancora chiusi che si preparano la colazione inciampando in mobili e cuscini. Stasera ritorno in patria per qualche giorno e spero in un po’ di sole che qui si vede davvero poco tanto da essermi ormai convinta che Chambéry sia la città più piovosa di Francia. Il mio primo mese in cui ho fatto di tutto, la cameriera , la centralinista, l’interprete, la fotografa, l’organizzatrice di eventi, la casalinga. Beh, se non altro si puo’ dire che possiedo uno spiccato spirito di adattamento. Che la stanza che occupo non sono più quattro pareti ma la mia piccola casa estera con la finestra da cui si vede il castello, il letto scomodo, i cuori di carta appesi alle pareti e il portacenere sul davanzale che guardo pensosa sperando di poterlo lasciare vuoto prima o poi.
Ho il treno alle sei meno un quarto e ho messo la gonna nuova sfidando le onnipresenti nuvole nel cielo. Perché fondamentalmente la cosa che mi manca di più è l’estate e per il resto penso alle persone cui voglio bene con affetto, più sicura che stiano andando avanti come al solito, in queel modo coraggioso che mi piace tanto. Allora quasi non ho bisogno di sentirle per telefono o di vederle perché osservarle da lontano è un gesto pieno di tenerezza.
Le distanze cancellano i particolari stupidi e danno una meravigliosa visione di insieme.
Le distanze permettono a certi pensieri di allungarsi come ombre che partono dalla punta dei piedi e arrivano fino all’orizzonte.
E, a volte, vanno oltre.

lunedì, maggio 15, 2006

Avrei pronto un post di almeno cinque pagine, ma che resterà gelosamente conservato nel mio ordinateur à la maison dato che ho dimenticato di scaricare tutto sulla penna usb.
Due settimane qui e qualche problema di relazione sociale con alcuni conterranei mi hanno posto di fronte ad alcune interessanti riflessioni sulla mia sbandierata socialità, se presunta o meno.
Il tempo é sempre un po' terribile, qui le nuvole finiscono catturate dalle montagne e attendono che sia il sole a scioglierle. La mattina fa freschino quando vado al consolato a piedi e c'é sempre un intenso profumo di fiori bagnati ed erba. L'aria é pulita.
Qui ormai mi sono abituata al frigo che a detta di tutti i miei ospiti produce un rumore infernale.
E anche al riscaldamento rotto e all'armadio che bisogna aprire sollevando da terra una delle ante e alle maledette piastre elettriche che cucinarci é impresa da non sottovalutare.
Abituarsi non é poi troppo male. Ci si rende conto di quanta dolcezza possano assumere gesti quotidiani che altrimenti passerebbero inosservati.

lunedì, maggio 08, 2006

Pluie

Piove. Una pioggia fitta che cancella il paesaggio e le montagne intorno.
Ieri mattina un po' di sole e una passeggiata meravigliosa in mezzo a boschi e casette da fiaba fino alla Maison Rousseau che da brava filosofa proprio non potevo lasciarmi sfuggire.
Davvero incredibile come, posando i piedi nello stesso posto in cui ha abitato Monsieur R. giusto quei trecento anni prima, diventi facile capire molte cose, prima tra tutte la necessità di isolarsi in un posto cosi' fuori dal mondo per potersi concentrare meglio sulle proprie idee.
Talmente tanto verde da non poter essere arrabbiati con nessuno, mai e per nessun motivo. Appena mi ritaglio un attimo di tempo mi compro le benedette Confessions in francese, che detengo per il momento in una versione italiana economica scritta in caratteri lillipuziani.
Ci sono ancora tante cose da sistemare, una nuova strana forma di solitudine da addomesticare con dolcezza, da assecondare facendo in modo che non si trasformi in malinconia.
Qualcosa di nuovo da affrontare che non c'é stato mai prima di oggi.
Prendersi cura di me.

mercoledì, maggio 03, 2006

(ici)

Ici c’est Chambery.
Si sentono le rondini. La stanza è ancora un po’ spoglia, qualche foto sulla parete, Amanda prima di andare mi ha scarabocchiato delle cose divertenti e le ha lasciate sul tavolo, così ho appeso anche quelle. Sono sola, nel senso fisico e psicologico della parola, e tutto è incredibilmente silenzioso per il momento. Il fedele lettore i-pod bennet che Qualcuno gentilmente mi prestò sta lentamente scaricando la musica su questo computer che sarà il mio stereo e il mio lettore dvd, e per stasera anche l’unica presenza pulsante in questa chambre studentesca che non vedo l’ora di rendere casa. Bisogno impellente di trasferire qualcosa di me a queste pareti.
L’orario di lavoro sembra buono, si inizia la mattina alle nove e si finisce alle quattro, al consolato sono tutti molto gentili e gioviali, l’italianità ha tra i suoi aspetti positivi un indubbio calore fisico e umano. Ho una scrivania di legno da cui posso sbirciare l’indefinibile varietà di verde del parco di fronte. Ho una pausa pranzo e una passeggiata da fare tutti i giorni per andare al lavoro. Ho una bicicletta vintage che mio padre teme fortemente possa venirmi sottratta nottetempo.Stamattina sveglia presto, per tutto il viaggio alla ricerca di una colonna sonora che mi cullasse in qualche modo un chilometro dopo l’altro e infine, niente, a dire la verità ho dormito più o meno per tutto il tempo, dando ogni tanto un’occhiata fuori dal finestrino per capire dov’ero e quindi c’è da dire che il viaggio è stato molto meno malinconico del previsto, forse perché era proprio il momento di andare. Andare e sentirsi stranieri da qualche parte, senza legami apparenti con nessun volto incrociato per strada o via imboccata perdendosi alla ricerca di un supermercato. La verità è che sono in attesa di capire a cosa porterà questo. Se sarà semplicemente da considerarsi come una pausa o come un cambio di direzione o come una sorta di limbo momentaneo. Se sarà bello, faticoso, utile, se sarà decisivo. Se sarà Qualcosa o sarà semplicemente qualcosa in mezzo al resto. E per il momento mi fa strano pensare di essere qui, di essere io, di avere atteso tanto un’esperienza del genere e di metabolizzarla un poco alla volta. A partire da me, prima che da tutto il resto.

domenica, aprile 30, 2006

Teorema

Il Teorema delle Partenze.
Data una certa partenza X verso una destinazione Y e una certa persona Z in partenza per Y elencare il corretto cerimoniale di commiato risultante da essa.

TESI (a,b,c)
- stilare una delirante lista di ciò che occorre a Z; suddividerla in categorie discutibili come “Cucina” “Tecnologia e Fuffa Varia”, “Utilità”.
- procurarsi scatoloni atti all’inscatolamento di oggetti e di se stessi in una cerimonia di lucida follia. Elemosinarli da parenti e amici e pure raccattarli per strada all’occorrenza.
- disporre gli oggetti nelle apposite scatole dapprima secondo un’impeccabile logica che coniughi sagacemente spazio e praticità d’estrazione; in seguito ammassarli in preda al più informe dei disordini costringendo alla resa le straripanti confezioni con abbondante utilizzo di nastro adesivo;

RISOLUZIONE (a /\ b /\ c)
- diramare la notizia della propria partenza, anche a coloro cui non potrebbe fregar di meno. Organizzare incontri, the, caffè, cene, passeggiate, e applicarsi nel dedicare a ciascuno la propria attenzione. Accorgersi di non esserne in grado. Innervosirsi
- provare malinconia per la propria stanza, perdere tempo del tentativo di creare La Perfetta Tracklist Di Commiato (litigare con Jane Birkin, preferirle Ornella Vanoni) , sviluppare sindromi ossessivo-compulsive alla ricerca della Perfetta Lettura Di Commiato (rimpiangere di avere già letto Il Gioco del mondo)
- crogiolarsi in malinconici pensieri e brillanti speranze, alternare euforia a disillusione, energia a tremendi sonni comatosi sul divano dopo pranzo;

RISULTANTE (a+b+c)
-partire martedì mattina presto, navigare in un costante stato confusionale, ascoltare Laura Veirs a manetta, fumare troppo, dormire poco, aspettare di scrivere un post al di là dei monti.


*La figura a lato è del tutto fittizia ma atta solamente a conferire un aspetto di veridicità
geometrica alle affermazioni di seguito

domenica, aprile 23, 2006

*philosopher



Mi and L’Au pubblicano il loro album omonimo nell’ottobre 2005.
Ma allora per me non è il momento giusto e me ne perdo l’uscita, così come a volte si perdono eventi e cambiamenti intorno a noi, per semplice noncuranza oppure, appunto, perché il momento non è quello giusto. Allo stesso modo accade che questa strampalata coppia di amanti-autori la cui pubblicazione mi era passata attraverso come una folata di vento ritorni oggi a farsi ascoltare nelle mie cuffie. E allora è l’Incontro finalmente, perché adesso sono pronta a rimanere ipnotizzata dall’alchimia di suoni e voci che sembrano ricami di ghiaccio sui vetri dopo una notte di neve profonda e silenziosa. Sembra poco casuale che i due fiancés abbiano composto il loro lavoro rinchiusi in una baita finlandese mentre fuori imperversavano le prime avvisaglie dell’inverno; scelta che li ha condotti lungo un delizioso sentiero naif, di romanticismo hand-made, di fragilità profondissime e lunghi sospiri tra un silenzio e l’altro.
Così riesce sempre più semplice capire come, nell’ottobre 2005, un ascolto distratto di una traccia di Mi and l’Au non avesse sortito nessun effetto sulla sottoscritta; era un periodo alla Flaming Lips, era uno stato mentale all’estremo opposto rispetto alla malinconia leggera di ragnatele melodiose come Older, How, They Marry.
Mentre oggi, alla vigilia della mia partenza, a una settimana appena dalla fatidica transumanza della sottoscritta al di là delle montagne, questo disco è Il Disco Del Momento. Perché da ottobre 2005 le cose sono cambiate e se allora avevo bisogno di alimentare una certa ribellione interiore, quello di oggi è desiderio di assecondare il delicato moto dei miei spiriti interiori impegnati in una lenta oscillazione tra la curiosità del nuovo e la malinconia per il vecchio.
Ascoltare Mi and l’Au è ascoltare alcune piccole cose di se stessi, accomiatarsi con dolcezza da quella parte di sé che resterà qui e vedrà arrivare l’estate, e le zanzare e il caldo appiccicoso, i motorini, gli aerei che ronzano, l’odore di cloro e di crema solare.
Così accade sei mesi dopo che una canzone come Philosopher sia la migliore cosa che potesse impigliarsi nelle tue orecchie. Perché è bello, prima di partire e incontrare un mondo diverso, chiudersi in una baita finlandese all’inizio dell’inverno ed abbandonarsi al proprio respiro dando fiato unicamente al cuore.

mercoledì, aprile 19, 2006

Stasera sono un po' malinconica.
Capita a volte, spesso quando non si ha sonno per niente e si cerca una scusa buona per restare svegli, un libro, un film, un cd, qualcuno con cui scambiare due parole su messenger. Mi piacerebbe potermi infilare in una provetta e farmi analizzare da un laboratorio per capire cosa mi fa sentire la maggior parte delle volte sintonizzata su un'altra frequenza. Problema a cui ho imparato ad ovviare attraverso una complicata cerimonia di distacco a comando che mi permette di allontanarmi da persone e discorsi quando mi accorgo che la frequenza non è quella giusta, che quelle onde finirebbero per ferirmi o infastidirmi. Finisce che chiudo i miei veri occhi e lascio aperte due palpebre vuote, da rettile quasi, che stanno lì e si contraggono dando l'impressione di un'attenzione vera. E da qui nasce la mia malinconia credo. Perchè finisce che faccio dei paragoni tra quello che ero e quello che sono e mi ritrovo più cinica e io non voglio che crescere significhi per me una progressiva perdita di fiducia e speranza. Boh. Magari mi ci vorrebbe più capacità di adattamento a frequenze dissimili, magari mi ci vorrebbe di conoscere ancora qualcuno in grado di dimostrarmi il contrario.
Ha tuonato qui, adesso, credo una di quelle grandi nuvole che oggi non sapeva bene dove andare.
Il primo temporale della primavera.

lunedì, aprile 17, 2006

*another sunny day

Un giorno che dura quattro giorni.
Doveva piovere invece è stata una piacevole giornata di nuvole e sole pallido.
Sono stata tranquilla, senza bisogno di nient'altro, di nessun'altro, come quella poesia di Neruda che chiede di lasciarlo essere felice anche se non è successo niente di particolare.
Finite le vacanze, da domani ricomincia la predisposizione alla partenza, le croci di fianco alla lista delle cose da fare e da comprare. Magari sono un po' stronza ma fosse per me andrei via senza dirlo praticamente a nessuno, dal momento che reputo quel lasso di tempo troppo breve per potersi accorgere della mia assenza. Eh sì. Ci penso spesso a quanto mi mancheranno certe persone e quante invece diventeranno finalmente pensabili solo in virtù di una certa distanza. Sarà ancora il vino in circolo credo, ammazzammo una Falanghina del Sannio oggi, che a sua volta ci uccise costringendoci a un pesante sonno alcolico. Mi viene da ridere, ecco perchè mi sveglio ancora leggermente ubriaca e mi ricordo che sono giovane e che ci sono cose da giovani che posso ancora fare, tipo godermi una pasquetta di totale relax e trasgredire quel tanto che basta a non rendermi troppo inquadrata. Rifuggo gli estremi sempre più. Di ogni tipo, di ogni genere, io proprio non sono nata per gli estremi. Adoro le vie di mezzo, il dialogo, il confronto, l'andare avanti e indietro come le onde del mare e soppesare sempre tutto. Che poi è proprio un grandissimo casino vivere con una propensione di questo genere. Però ecco, ne vale la pena alla fine.
Mi viene da ridere perchè volevo scrivere un post su altre cose e poi invece non ho resistito al fascino di tutto quello che stava in mezzo.

domenica, aprile 16, 2006



Giornata di primavera, la barbera che martella la testa, tum tum tum mentre discendo questa collina quasi di corsa, perchè lascio che siano i piedi a portarmi verso la macchina, perchè ho deciso che, dopo una mattinata che definire orribile ed emotivamente pesante sarebbe profondamente limitativo, avevo bisogno di spazi aperti, campi, risaie allagate e non, desiderio fisico di paesaggi e camminare e non pensare proprio a un tubo di niente. Così c'era questa fiera monferrina e fanculo ai sei euro di ingresso ci sono entrata e solo la vista dei bambini che facevano le bolle di sapone giganti valeva la cifra. Mangiare un panino al salame d'asino, distesa su un prato di erba proprio nuova, con il vino e i bicchieri di plastica e gli aerei che disegnano croci nel cielo colorato coi pastelli azzurri e blu. Era quello che mi ci voleva per andare oltre. Canticchiare a mezza voce Damien Rice sulla via del ritorno. E poi chiudermi a guscio sullo schermo di questo portatile nuovo che ancora devo in qualche modo addomesticare. Menomale che è primavera, davvero. Davvero.

sabato, aprile 15, 2006

pensieri franscesi

Ho trovato casa. Che poi più che una casa, è una stanza in una residènce étudiante dove c'è un mucchio di liceali francesi alle prese con cartoni di pizza e turni per usare la lavatrice e il forno microonde. Ecco, questa cosa del forno a microonde mi ha divertito parecchio: il pensiero che se scolo la pasta e qualcuno mi telefona, per scaldarla devo prendere l'ascensore e scendere di tre piani. La ricerca di un tetto sopra la testa è stata più dura del previsto. Nelle agences immobilières non affittavano niente per meno di dieci mesi, tutti a ripetermi che -Non, c'est ne pas possible mademoiselle-. Solo un brizzolato con gli occhi azzuri mi ha promesso che se mai avesse avuto un appartamento me l'avrebbe affittato anche solo per tre mesi. Ma era stato ingannato dal mio occhiale vintage e probabilmente dal mio francese di chi non parla francese da settembre. Con alcune amiche. Francesi. Di cui si parlava molto spesso di vino e barzellette volgari. Comunque, dopo un'intera giornata trascorsa a peregrinare per Chambéry, quando ormai stavo alla frutta e anche più in là telefono a un numero appeso nella bacheca di una residenza universitaria. La conversazione è parecchio divertente; il tizio ascolta le mie richieste e poi mi domanda cortesemente se mi è possibile recarmi lì in loco. Gli rispondo che sono proprio di fronte a lui oltre il vetro.
Credo proprio che questo soggiorno mi regalerà momenti memorabili.
Ci sarebbero altre cose da raccontare. La strana sensazione di trovarsi in un posto straniero e ascoltarsi parlare una lingua diversa e tradurre tutto ma proprio tutto quello che mi capita a tiro. Le casette di Chambéry che sembra un paesino delle fiabe, i posticini all'aperto su cui già sogno di accoccolarmi con i miei amati libri, l'aria pulita, le montagne viste dalla parte opposta rispetto a quella consueta. Ascoltare The Ringleader Of Tormentors nella sua infinità bellezza sonora mentre le luci del Fréjus scandiscono il ritmo dei battiti del cuore. Sentire questa partenza vicina, sentire che cambierà molte cose.
Sentire che un viaggio è tutto quello di cui avevo bisogno ora.

mercoledì, aprile 12, 2006

Post Pippa (Relativismo)

Magari.
Soffiare via quella patina sottile di nonsoche e malinconia forse o forse solo stanchezza.
O forse è solo che sto iniziando a pensare seriamente al mio salto nelle montagne francesi, a cosa significherà essere lì, sola, in un paesaggio diverso, con persone diverse e una lingua diversa.
Se sarà difficile ambientarmi o meno, se riuscirò a lasciare sempre uno spiraglio aperto o finirò per chiudermi a riccio. Sono tre mesi poi si torna e c'è il futuro, quello che è ancora nebuloso come non mai, altro che patina sottile, è una tenda spessa che non permette di sbirciare niente. Mi sento precaria.
Mi girano in testa tante cose.
Sto facendo l'inventario prima di chiudere baracca per un po'. Sistemo le cose sugli scaffali e ci metto un'etichetta sopra "felicità" "ideali" "fastidi" "scemenze". Cose così, mica enormi grattacapi filosofici.
Vorrei avere almeno una grande certezza assoluta. Non so se capite cosa intendo. Avere una specie di punto calcato più volte con la matita sul foglio, qualcosa che non si muove e non va da nessuna parte, resta sempre fermo dov'è, fa da bussola per il resto, assolutizza l'enorme mare del relativo tutto intorno. Una certezza su di me forse. Anche piccola.
Qualcosa tipo che gli asini non voleranno mai.
Che poi, a pensarci bene, potrebbe anche darsi se si attaccassero loro ali meccaniche e telecomandate e allora bisognerebbe risistemare tutto da capo: mettere quello che era su in alto, un pochino più in basso, spostare a destra, a sinistra, riorganizzare. No, no. La certezza assoluta che non richiede traslochi io voglio. Quella che ti bacia sulla fronte la sera prima di addormentarti e ti risveglia la mattina con un sorriso interiore.
Può darsi che io sia stufa del mio eccessivo relativismo.
Può anche darsi che avere saltato la cena mi inducesse quasi obbligatoriamente alla stesura di un tale pippone. Non me ne abbiate.

lunedì, aprile 10, 2006

elezioni (II)

Ed infine se ne è andata anche questa.
Cinque ore di scrutinio mi hanno restituito alla realtà quotidiana con un forte desiderio di doccia e un paio di occhiaie da fare invidia a Benicio del Toro.
Però guardiamo ai lati positivi, mica pochi a dire il vero.
Per prima cosa il vil denaro che m’arriverà proprio nel momento in cui ne avrò più bisogno, là, in terra di Francia, alle prese con una vita che ancora non riesco a immaginare totalmente.
Numero due, aver incontrato persone con cui chiacchierare e chiacchierarsi, di quei rapporti semplici che dopo due giorni vissuti insieme sin dalle prime ore del mattino le saluti con l’ombrello in mano dubitando fortemente di rivederle da qualche parte. Ci si è divertiti, si è stati bene. Un po’ quello che si dice per i colpi di fulmini esauriti con una luce forte e uno schiocco a terra.
Punto terzo: a casa con questa pioggia avrei finito per abbruttirmi davanti al computer e perseguire la mia ormai nefanda abitudine di dormire tutti i giorni dopo pranzo almeno un’ora. Quindi punto quarto: il mio metabolismo sembra essersi risvegliato dal letargo invernale e forse adesso sono davvero pronta per la primavera.
Punto quinto: la varia umanità, le piccole cose che ogni piccola esperienza può insegnarti se ci stai attento. Persone che sfilano una dopo l’altra, persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese, persone che fanno fatica ad arrivare alla cabina senza barcollare, giovani con i piercing e il cappellino da baseball, giovani con la ventiquatt’ore di pelle, vecchi, ragazzini, down, mamme con i bambini in braccio, stranieri, signore con in braccio borsetta e marito.
Tanti occhi tutti uguali, tanti occhi in fila che compiono un gesto identico per tutti, per tutti ugualmente importante, per tutti ugualmente accessibile.
E a me questa cosa, ingenuamente, fa commuovere un pochino e ci sento un senso profondo di giustizia e penso che magari allora non è proprio tutto perso e sepolto.

elezioni

Elezioni.
C'è chi le vive da protagonista, sta in casa attorniato da consulenti, familiari, consiglieri politici, consiglieri d'immagine e sfoglia carte e consulta dati e chissà se sente un tremolio alla pancia o soltanto un enorme stress e si è pure dimenticato perchè cosa.
Poi c'è la gente che va a votare e che nel mio seggio è più vecchia che più vecchia non si può, ma detto in senso buono, ci sono adorabili nonni del '18 che dondolano sulle loro gambe e chissà cos'hanno visto, cos'hanno vissuto e cosa pensano dopo quello che hanno visto e vissuto. Hanno le pellicce infeltrite e quell'educazione proprio da altri tempi, salutano sempre prima di uscire, augurano buona giornata e buon lavoro.
Poi c'è chi come me sta lì a perdere ore a contare voti su voti e firmare centinaia di schede che neanche Ben Harper alla fine di un concerto live. E ogni tanto fa strano. Stare lì seduta, 14 ore di fila a vedere quella sfilata di gente, che poi è come vedere la Storia che cammina ed esserci proprio dentro nel momento in cui sta facendo un passo.
Si vedrà poi in che direzione.

mercoledì, aprile 05, 2006

Pluvia

Piove insomma.
Inizio poco a poco a diramare la notizia della partenza, poche e-mail, qualche telefonata, qualcuno che aspetto a chiamare per trovare le parole giuste.
C'è una piccola parte di me che ancora si sta abituando all'idea e una parte di me che stampa valanghe di indirizzi per trovare una qualche sorta di logement per i prossimi mesi.
Piove insomma. Io sto bene, sto in attesa, sto in punta di piedi e altre parole non ce ne sono tante così finisce che riempio tutto con la musica, molta musica fin dalla mattina presto:

Frida Hyvonen N.Y
Belle & Sebastian Dressed Up In You
Rosanne Cash The world unseen
Dinosaur Jr Seemed like the thing to do
Adem Spirals
Iron & Wine Cinders And Smoke
Rilo Kiley I never
Rocky Votolato Holding onto water
The Incredible Moses Leroy Fuzzy


che poi probabilmente dovrei linkare gli emmepitrè, ma non so come si fa, quindi finchè qualcuno non mi illumina godeteveli solo a livello di spunti sonori.
Piove insomma. E da quando ho comprato la webcam sono sempre vestita bene per metà, maglia elegante + pantaloni della tuta, camicia e golfino + pigiama.
Il demodé tra le quattro pareti di casa è terribilmente fashion. Oppure no.

lunedì, aprile 03, 2006

*transatlanticism

le cose più incredibili che accadono nel modo più semplice.
come se il destino avesse disegnato con forza negli ultimi mesi un'enorme freccia rossa che indica l'Uscita. da una città piccola, dai miei 22 anni di vita qui, da problemi che a forza di navigarci dentro diventa difficile risolvere con obiettività. tre mesi al Consolato Italiano, tre mesi di persone che parlano un'altra lingua, in una città piccola e francese che è un ricordo pallido e verde nella mia mente, di quando ci sono stata, sei sette otto anni fa. c'è una fontana con delle tartarughe gigantesche a Chambery. c'è la casa di Rousseau, una chiesa molto bella, ci sono le montagne. Non mi ricordo altro.
c'è la telefonata di oggi: dicono che mi hanno preso, che sono io, che è arrivato il momento della fuga. La Fuga. una cosa che aspetto da un tempo inquantificabile e che mi lascia talmente spiazzata. io dico sì e penso che ho meno di un mese per mettere via il necessario. mi viene voglia di fare un elenco di cose da fare prima di andare via, di persone da vedere, mostre, concerti, film, gite in ogni dove. (mica vado in america. mica vado via per sempre). mi viene anche un po' da piangere senza motivo a dire il vero, o forse solo perchè so che non ci sarà nessuno strappo futuro e che lo strappo vero è stato quello di oggi, la mia voce che diceva sì, quello era il vero strappo a quella tela intessuta con tanta pazienza sempre nella stessa direzione. mi vengono un po' gli occhi lucidi anche se non vado in america. anche se non vado via per sempre. penso che avrò una stanza nuova che non sarà la mia, da cui non si vedranno le stesse luci e le montagne che a quest'ora sono silhouette ritagliate col cartone all'orizzonte. le montagne che mi hanno sempre separato dal Resto. e ora ci vado verso il resto, ed è un vero transatlanticism per me. buttarmi in un oceano travolta da una giusta corrente che mi chiama col sorriso, con la sicurezza che quello che è importante davvero ormai l'ho capito da un pezzo.
è tutto strano adesso.

(*I need you so much closer..)

domenica, aprile 02, 2006

Potere (essereingradodi/averelapossibilità)

I am walking through Rome
With my heart on a string
Dear God, please help me
And I am so very tired
Of doing the right thing
Dear God, please help me

Una vita che è diventata costante contemplazione del mio ombelico e di poche altre piccole cose e di qualche meraviglioso sentimento; mi riesce difficile parlare e descrivere ciascuna di queste categorie per senso del pudore o semplicemente perchè sono ancora molto intenta a sistemare le carte del castello una sull'altra, senza alcuna intenzione di farle crollare al primo vento.
Posso dire che è ufficialmente primavera per via delle mie prime maniche corte dell'anno nuovo e delle solite lentiggini sulle guance; posso anche dire di essere molto innamorata e contemporaneamente di non essere ancora riuscita ad abituarmi all'idea di avere trovato esattamente Quello/e/Chi cercavo.
Posso ammettere di avere compreso bene la differenza tra l'Amicizia e l' amicizia (che è un tenersi per i mignoli mantenendo una distanza costante da dove si fanno i giochi veri, dal cuore);
posso confessare che Dear God Please Help me mi commuove parecchio e ogni volta che la ascolto cerco di immaginare Morrissey mentre cammina per le strade di Roma e pensa di scrivere questa canzone così bella da entrare subito in circolo e brillare nel sangue, toccare punti nevralgici; finalmente posso permettermi il lusso di tirare i remi in barca quando ne sento la necessità, starmene un po' per i fatti miei, distesa lunga su una zattera che non c'è a galleggiare in un mare di pensieri nuovi e vecchi.
...the heart feels free