venerdì, luglio 21, 2006

Random = a caz**!

Perché tanto cercare di mettere in piedi tre pensieri con un nesso logico dopo quasi due settimane di ore 3 di sonno per notte é impresa impossibile.
Cosi' prima di seppellirmi nelle catacombe degli archivi tra ragnatele e polvere che manco Indiana Jones e i Predatori dell'Arca Perduta scrivo due righe. Non sia mai che spostando il fascicolo sbagliato si apra una botola che mi faccia precipitare in una tomba egizia piena di serpenti.
Caldo.
Qui la chiamano canicule, io l'ho ribattezzata "la caldazza" ovvero una terribile afa che ti martella la testa cancellando i tuoi tratti di essere umano e trasformandoti in una sorta di invertebrato privo di connessioni cerebriformi funzionanti. Anche il solo pensiero di scollarsi dalla sedia e andare a bere un bicchiere d'acqua costa fatica.
E io dovrei tra le altre cose finire entro settimana prossima un rapporto sull'insegnamento della lingua italiana in questo dipartimento, io che ho sostituito la lingua italiana con una serie efficacissima di grugniti e gesti allusivi.
I miei 22 metri quadri di stanza sono random = a caz**! e da lunedi' dovremo viverci in tre, perché mi raggiunge laamanda con la sua bestfriend e allora rinuncero' a dormire definitivamente e passero' le notti in bianco a terminare la lettura di questo spassosissimo libro sulla grammatica francese dal titolo La grammatica per i nulli, e io sono tra costoro.
Mi hanno detto di chiedere le ferie e io me ne vergogno, da buona figlia della mia generazione che non alza mai la voce ma crede fortissimamente crede nel potere dell'educazione altrui.
Sono tendenzialmente utopica ma finiro' per compiere questo gesto, che sono due mesi che lavoro senza beccare una lira, manco i soldi dell'università che mi si dovevano per la laurea, a settembre mi tocca fare (ancora) economia.
E magari studiare.
Vorrei affogarmi in un bicchiere di acqua freschissima e sentire la testa che si libera e la smette di martellare tum tum tum.
Mi è anche capitato di fare sogni sonori e temo siano un primo segno manifestod i allucinazioni da caldazza. Sogni in cui i personaggi parlano come in un film, ci sono veri e propri dialoghi con diversi toni di voce.
E poi un mucchio di déjà-vu, una cosa da far venire i brividi, persone che dicono cose che mi mostrano fogli, che fanno una determinata considerazione e io -cielo questa l'ho già sentita, già stata sottolineata e in grassetto-.
Mica vorrà significare che pure in un'altra vita facevo la stagista all'estero?
Che sculo.

giovedì, luglio 20, 2006

L'Epitaffio Pop dei CasaMartini



Ho trovato la mia canzone dell'estate, scritta da questi strambi tipi qui di fianco, che io considero assolutamente geniali nonché unico gruppo veramente pop prima che il pop diventasse affare di boyband, girlband, zoccole e zoccoli di vario genere. E' una canzone estiva da ascoltare con sottofondo di rondini e piatti nel lavandino, o in macchina o in treno o distesi sul letto a tormentare il soffitto con un mucchio di domande esistenziali. Perché comunica un certo senso di pace di cui si ha bisogno mentre si vive qualcosa di cui si intravede la fine. Perché l'estate é allegria, é ombrellini colorati nei bicchieri, é l'afa delle due del mattino, é sole enorme e caldo sulla pelle ma anche quell'inevitabile malinconia di non perdere quel tempo dolce destinato a passare troppo in fretta.
Build parla di una casa che viene costruita pezzo dopo pezzo e già ci si immagina come sarà una volta finita, come ci si potrà vivere, come ci si ambienterà tra quelle pareti. Build parla di un futuro dorato che a ben ascoltare si rivela poi un epitaffio del presente che fugge, e ne riassume con intensità ogni istante con passione per non dimenticarlo una volta cha sarà appoggiato anche l'ultimo mattone.

lunedì, luglio 17, 2006



Mi manca il mare.

Le mie estati al mare da bébé, da bambina, da adolescente.

La pelle che tira per il sale, gli occhi che bruciano, i capelli sfibrati. La spiaggia quando tramonta il sole e resta soltanto chi il mare lo ama davvero. Camminare con una maglia di cotone sul bagnasciuga e seguire con attenzione impronte scomparse. Gli occhi aperti sott'acqua e quella luce azzurrina che disegna un mondo onirico fatto di ombre e sfumature. Conchiglie e pezzi di vetro levigati. Il mare che spero di poter vivere da vicino a gennaio, a dicembre, chi lo sa. Sto accumulando una stanchezza incredibile a rimanere qui. Una stanchezza che sa di vuoto e di gambe stanche la mattina e la sera tardi a scrivere, a leggere, a pensare. Una stanchezza tranquilla a dire il vero. La stessa di un lungo bagno a galleggiare con la pancia all'aria e aspettarsi da un momento all'altro che ti inghiotta il cielo. Sto attraversando un'altra linea d'ombra ecco tutto, e questa volta ne ho la consapevolezza piena e tengo il timone stretto tra le mani e continuo a navigare con certe forze che credevo non mi appartenessero più. Dopo un anno lunghissimo, l'anno più strano della mia vita sorrido al pensiero di non avere avuto un attimo di riposo e della distanza che sta tra il mio corpo piccolo e la mie mente che non si ferma mai e vorrebbe andare ovunque. E confesso che mi manca il mare, di lasciarlo parlare di poter restare soltanto in ascolto e non dire niente.

sabato, luglio 15, 2006

D'estate a Vercelli uscire la sera è come galleggiare dentro un budino di umidità che ti avvolge e liquefa i contorni delle cose, dei discorsi. Ci sono le zanzare a Vercelli, a miliardi, certe volte uno ha l'impressione che finiranno per portarsi via i lampioni e tutte le luci e la città resterà nel buio più totale a farsi inghiottire dall'afa. Sono meravigliose le zanzare, se non pungessero eh, se non producessero quel rumore fastidioso nel cuore della notte per cui tu sai che è solo questione di tempo e che poi inizierai a scorticarti selvaggiamente la pelle con le unghie. Hanno un corpo fragilissimo, un pungiglione lungo e più sottile di un filo, vivono pochi giorni, forse uno soltanto. Beh allora, tanto vale che si bevano un po' del mio sangue. Sto diventando edonista per certi versi. Sto diventando che preferisco non andare a cercarmi i problemi, vivere galleggiando morbidamente cercando di lasciare da una parte gli ostacoli più evidenti. Mi piace essere tornata per qualche giorno. Il pensiero che comunque e dovunque sarò oggi, domani, tra un anno, a rimettere piede qui ci sarà sempre qualcosa che mi ricorderà qualcos'altro, perchè 22 anni nello stesso posto significa avere un ricordo di tutto, perfino delle scritte sui muri e dei cancello arrugginiti, perfino delle telecamere di sorveglianza e delle cabine telefoniche. E poi il resto, la gente che coltiva rancore, la gente lasciata alle spalle, è diverso non appartiene al contesto, è stata soltanto un momento transitorio come ce n'è tanti. Allora è bello uscire d'estate la sera a Vercelli e camminare avanti e indietro per quelle luci rosse e gialle e pensare che ci sono ancora altri 60 giorni francesi e chissà se quattro mesi sono abbastanza per avere dei ricordi di lassù.

giovedì, luglio 06, 2006

arrière-pensée

Dentro un frullatore e fuori piove.
La mia sensazione del momento é grossomodo questa.
C'é che la mattina quando vado al lavoro e mi ascolto i miei dieci minuti di musica, che sono poi due o tre canzoni, é l'unico momento in cui il frullatore si ferma e tutto diventa lentissimo e mi sembra di camminare senza muovermi, forse per via delle ombre che ho legate ai piedi, come Peter Pan.
C'é che il pavimento della stanza é disseminato di libri cominciati per metà e film visti per i primi dieci minuti e panni asciutti e mai stesi. C'é disordine anche li' e nella pioggia che cade un po' obliqua e un po' dritta e io non so come vestirmi, ho messo i calzoni da bambino delle elementari e me ne sto tutta raggrinzita sulla poltroncina del mio ufficio a scrivere e tradurre lettere di cortesia. Mi ricopro di frasi fatte, di formule di politesse, di formattazioni e simboli, firme e cariche onorifiche. E ogni tanto do' uno sguardo fuori alla pioggia incasinata in cui ieri ho camminato per i dieci minuti del ritorno e sono arrivata a casa zuppa dalla testa ai piedi. Il mio modo di farmi entrare un po' di estate dentro. Che quando la mia voce assume un certo tono, una certa inclinazione é meglio non parlare, é brutto perfino ascoltarsi.
Allora si lascia parlare qualcun'altro, due, tre canzoni per dieci minuti la mattina e dieci minuti la sera quando si torna a casa a vedere un'altra partita dei mondiali con le amiche e ci si fuma via su un balcone che ha un tappeto di erba sintetica e sembra un favoloso mondo kitsch ancora più in disordine del mio.

mercoledì, luglio 05, 2006

*chez pas

Giorni strani, che sembrano un po' una lenta canzone dei Concretes e contemporaneamente un pezzaccio di Jesus and Mary Chain, (ho dimenticato a seattle PsychoCandy mannaggialadra).
Le casse del computer perennemente accese paiono aver tirato le cuoia, voglio dire che qualunque suono passino sembra una cover di Bonnie Prince Billie.
Ho comprato un ventilatore che mi fa venire i reumatismi pero' fa anche un'aria magnifica, una brezza potente che caccia con veemenza l'afa dalla mia sempre più straripante camera; 22 metri quadri sono davvero pochi per contenere il mio ego in continua espansione, alle pareti ho già attaccato di tutto e ammasso roba su roba in ogni angolo; la prossima volta che mi toccherà cercare una stanza dovro' chiederne esplicitamente una per megalomani. Poi. La partita. Che ancora devo capire perché tutte le volte che me ne sto in Francia si finisce sempre a uno scontro Francia Italia. C'é ancora il Portogallo ehi. Ma io lo so, lo premonisco, che mi toccherà cammuffare il mio accento italiano nei prossimi giorni.
Alla fine dormo anche nonostante il tripudio di clacson dopo una sera trascorsa a chiacchierare in francese con una ragazza di Glasgow a proposito della musica di Glasgow. Cioè mi ha detto che i Franz Ferdinand erano suoi vicini di casa prima di diventare famosi. Io a Vercelli vivo in un condominio in cui l'età media é ben oltre i settanta e non corro questo rischio celebrità.
Posso dire quasi di essermi abituata a chy, alla sua poca ma brava gente, ai francesi che un minuto ti conoscono e il minuto dopo ti hanno già regalato e offerto tutto quello che é a loro disposizione.
Sarà una lunga calda e intensa estate.
Sarà difficile non farsi trasportare da certi pensieri e mantenere il controllo delle proprie quattro pareti mentali. Forse é vero che resto qui per vedere quanto ci metto a scoppiare. Di sbadigli al lavoro, di stanchezza diffusa la mattina quando suona la sveglia, di freddo gelido dell'aria condizionata dei treni, di sete nel cuore della notte alle tre alle qiattro alle cinque...
Ma più vado avanti più so che é giusto restare, vedere fin dove si arriva, che cosa si raggiunge.

mercoledì, giugno 28, 2006

La festaccia non é qui

Ho bisogno di dormire.
Più di tre ore, almeno quattro di fila senza alzarmi nel cuore della notte con una temperatura corporea pari a quella di un forno per fissare i colori su ceramica.
Ma non pensate che mi stia dando alla pazza gioia e che le ore piccole siano l'attitudine della stagista all'estero che coglie ogni minima occasione per fare festaccia.
Ecco una serie di motivi che vi porteranno a sfatare questo mito:

1° a Chambéry la parola festaccia é qualcosa di intraducibile, al di fuori del credo dei suoi abitanti. Qui ci sono solo: biciclette, cordiali francesi che sorseggiano birra con temibili sciroppi colorati dentro ( e che non si ritirano mai dopo le undici), vecchi in bicicletta, bastimenti carichi di bambini che si arrampicano da tutte le parti, vecchi non in bicicletta, alcuni ragazzi vestiti hip hop che ascoltano rap francese (ma che allora fors esono vestiti rap), alcune ragazze punk che mi chiedono sempre soldi e sigarette che non ho all'entrata del supermercato, vecchi, il rottweiller del mio vicino di casa, il trenino turistico. Chambéry é città gradevolissima, lo giuro, ma di festaccia proprio non se ne parla.

2° in genere arrivo a casa cosi' stanca e cosi' accaldata che fosse per me dormirei un paio di ore prima di affrontare un'eventuale frugale cena MA:

- di solito mi telefona qualcuno proponendomi di "andare un attimo al lago" (che ci si mette un quarto d'ora ad arrivarci e quindi é già una contraddizione in termini)

- la mia quasi connazionale italiana lancia urla lancinanti in cortile per attirare la mia attenzione e chiedermi se posso prestarle
lascopalapalettalapentolaildetersivoquelcontenitorediplastiva
verdechecosi'cimettolinsalata.

- scopro che il minuscolo frigo( in cui per fare spazio a 1 zucchina 1 carota 1 mela devi applicare i più complessi teoremi trigonometria alla ricerca di quel rapporto aureo che ti permetterà di aprire la porta del suddetto frigo senza che i tre elementi si sparpaglino sul pavimento vanificando i tuoi sforzi) é inesorabilmente vuoto;

3°di notte fa caldo...da non riuscire a respirare, caldo da restare incollati alle coperte come timbres sulle loro enveloppes, caldo come poteva fare caldo solo alle superiori dopo un compito in classe di matematica al 20 giugno. E il vero problema é che se apro le finestre respiro ma alle 4 scarse devo iniziare a subire passivamente il concerto in pompa magna di tutti i volatili della collina antistante il mio studentato, che dopo un paio di ascolti potrei quantificare sulla bilionata. Quei bastardi si riproducono a una velocità impressionante, ogni mattina c'é un gorgheggio in più.

= Se non trovo un ventilatore oggi o domani saro' condannata a un eterno rincoglionimento. Pare che da oggi comincino i saldi e già mi immagino un ventilateur bello, potente, con veloci pale automatiche che trasformino la torrida atmosfera da route 66 del mio letto alla più soave brezza marina del primo mattino=

Incrociate le dita.

martedì, giugno 27, 2006

Post a punti invisibili. Cioé una serie di pensieri sparsi.

I treni ti portano avanti e indietro e basta.
Il resto, gli strappi alla pancia e gli occhi velati sono cose tue, che dipendono da te e non le puoi spiegare.
/Sarebbe più facile se fossimo tutti trasparenti come in quel racconto di Rodari, non mi ricordo quale, ma ricordo che il protagonista era limpido come una sottile lamina di vetro e la gente poteva vedere quello che gli succedeva dentro, se era triste, se era innamorato, se diceva le bugie/
Ho trascorso buona parte della serata di ieri a chiacchierare di filosofia e massimi sistemi con una ragazza francese conosciuta da poco; la cosa più assurda é che in 4 ore di conversazione ho usato un mucchio di parole che non erano mie e ho avuto la netta impressione di doverle staccare dal cervello con violenza e poi cercare di partorirle con l'ordine più logico possibile.
Ma, forse allora sto davvero imparando il francese, anche se ho ancora molto moltissimi pensieri italiani, roba che ci potrei riempire sei scompartimenti di un treno e non ho perso il vizio di tradurre tutte le conversazioni che mi capitano a tiro d'orecchio.
Ho ripreso a leggere, Tabucchi, Seminerio, un libro giovane che parla di morte e rock ma soprattutto di altro (Il rock é morto, l'autore non lo scrivo ha troppe consonanti nel cognome), la notte sogno di diventare una patita del fitness e della dieta e di riordinare il mio studio come si deve. Il resto del tempo, lavoro, lavoro, lavoro anche quando imboscarmi sarebbe la cosa migliore e prendo treni, vedo posti, ascolto musica strana che forse non mi convince più e di fronte a due sacchi di biancheria e a un pavimento che camminarci a piedi nudi é una specie di pena medievale, mi metto davanti ai fornelli cucino un filetto di tonno ballando i bee gees ed esco a comprare le sigarette nella chambéry by night, con francesi che bevono demilitre di birra e granadine e altre strani beveroni zuccheratissimi e colorati come le giostre di gardaland.
Quasi luglio.

martedì, giugno 20, 2006

A Lione, domenica pomeriggio, una ragazza mi si é avvicinata mentre mangiavo un panino e mi ha regalato un fiore. Ha detto che era per me e le dispiaceva fosse un po' appassito, poi ha sorriso e se ne é andata via. Mi é tornato in mente di quando avevo scritto che mi sembrava di avere già vissuto a Lione e ci ho pensato quasi tutto il tempo, con il fiore che spuntava dalla borsa mentre attraversavo traboules e viuzze del centro storico.
Si é messo a fare caldo qui.
Ho conosciuto un po' di gente, ragazzi e ragazze della mia età tutti in Francia per un motivo diverso. Tutti a dirmi ma ad agosto cosa fai qui, non ci sarà nessuno e io tranquilla e serafica a sorridere sotto i baffi per quelle ultime settimane un po' zen che mi ricondurranno a casa.
Chissà come sarà settembre, chissà se anche questa estate passerà senza che me ne accorga, o forse é addirittura già passata.
L'anno scorso di questi tempi passeggiavo per le vie di Seattle con un mattone nello stomaco e la certezza che nella vita sono sempre i gesti irreparabili quelli che ti portano a essere consistentemente più o meno felice.
Le mezze scelte e i mezzi sacrifici sono come saltelli su un piede solo, leggeri, instabili e poco profondi. Quello che serve a volte é solo chiudere gli occhi fare un respiro profondo e lasciarsi andare mani e piedi, vivendo questa consapevolezza interamente. Io di questi tempi, l'anno scorso, mi sono buttata da uno dei più grandi casini della mia vita in direzione di qualcosa che mi appariva talmente brillante da valerne la pena. E per una volta, dopo tanti tuffi in direzioni sbagliate, sono atterrata nell'unico punto piano di una scogliera di scelte possibili, ci ho appoggiato i piedi e non mi sono mossa più.
E spesso ne sono talmente convinta da avere l'impressione di avere già compiuto quella scelta un altro milione di volte, magari quando vivevo a Lione.

martedì, giugno 13, 2006


Grenoble, sabato scorso 2006.

Ogni tanto mi viene la tentazione di salire sul panorama più alto del mondo e restare li' a guardare tutto che si muove, le auto, le persone, finestre aperte e chiuse, fumi di fabbriche, nuvole, alberi, uccelli, strade. Senza nessun rumore, solo un gran vento che cancella le pagine e ne scrive di nuove.

venerdì, giugno 09, 2006

ripescaggi

Le date non me le ricordo; spero solo di aver seguito un ordine più o meno cronologico di ripescaggio ma non ne sono molto sicura.

Una solitaria sigaretta serale davanti alla finestra, la torre del castello sta sospesa in mezzo alle nuvole che sono scese bassissime sulla città. Lo studentato è deserto come al solito, rumore di porte che si chiudono ogni tanto, in una settimana qui avrò incrociato sì e no tre persone in ascensore.. Che qui gli italiani non è che siano proprio ben visti, tutt’altro. Il divertente episodio di quando faccio presente alla direttrice che il riscaldamento non funziona e lei per tutta risposta il giorno dopo mi appiccica sulla porta il libretto di istruzioni che già avevo nella stanza. Per un attimo rifletto se farle presente che il problema non è una mia deficienza mentale ma un apparecchio rotto che ha concluso la sua gloriosa carriera con un’ultima breve accensione seguita da un colpo secco e un forte odore di bruciato.
Mi metto una maglia allora, sempre, dopo cena, perché qui non è alto ma è pur sempre circondato dalle montagne, a meno che di non prendere il caffè vicino alle due piastre elettriche che raggiungono temperature vicine a quella del nucleo terrestre.
Apro la finestra appena un po’, arrotolo una sigaretta sottile sottile e mi perdo nelle nuvole basse, mi perdo in una canzone in particolare che parla di me e per me. Past all concerns.
Forse è una storia d’amore o forse no, non ho fatto molto caso alle parole ma solo al lento trascinarsi di una melodia che raccoglie a rete ricordi e paesaggi. E mi è venuto da pensare che sto diventando rinunciataria. Nei rapporti con le persone. Ormai sempre più incline alle occhiate laconiche che alle sanguigne discussioni. Lascio correre, slego e mi sembra di non avere fatto altro negli ultimi trecento giorni, smettere di esercitare la mia forza su certi nodi lasciando che si sicogliessero lentamente, quasi senza bisogno di sottolinearne la perdita. Vivo una solitudine privilegiata in cui compare solo chi, in fondo, a me ci tiene davvero. E per il resto lascio andare, quasi finalmente, quasi perché è un’epocale inversione di tendenza rispetto a come sono sempre stata. Contro la mia natura. Perché quello che cerco io nei rapporti con le altre persone è talmente raro da implicare una forma di solitudine molto vicina a quella assoluta.
E allora mi viene di nuovo da pensare che essere finita qui, in questa città dove non succede mai nulla, che alla mattina presto vedo sfilare sotto forma di palazzi tutti terribilmente art-nouveau mentre fatico e ansimo con la Graziella vintage spaccaculo, era un posto che avrebbe frenato il più veloce dei treni in corsa facendogli pascolare un paio di vacche davanti. Difficile da spiegare perché non l’ho ancora capito bene nemmeno io.




La lontananza è una sensazione allo stomaco, che per qualche secondo sembra volere toglierti il fiato e che lascia dietro di sé una scia nebbiosa di tristezza e rabbia. Rabbia perché le cose da cui si è lontani sono molte meno di quanto si immaginasse. Rabbia perché non si scappa da niente, il conto viene presentato puntualmente senza differenza alcuna. La lontananza è qualcuno che viene a trovarti dal posto in cui stavi e si porta dietro inconsapevolmente, nascosti nelle maniche, problemi a cui credevi di non dover pensare più. E’ una montagna russa la lontananza, certe volte ti fa credere di aver raggiunto una vetta altissima in cui niente potrà più scalfirti o metterti in discussione. E poi invece ti precipita in abissi abituali, come un videogame anni ’80 in cui per quanto ti ostini a trovare una spiegazione logico-razionale finisci sempre per accorgerti che non c’è. La lontananza è qualcosa che ti fa compagnia mentre mangi uno yogurt all’ananas controvoglia e non faresti altro che bere caffè e fumare una sigaretta dopo l’altra per bruciare quel disagio sottile.
La lontananza sono voci al telefono. E’ accorgersi di non riuscire a capire, è sentirsi una persona malvagia, immeritevole. Stare sdraiati su un prato vicino a un lago e sentirsi lontani, commuoversi per una bambina che fa le piroette in aria e viene sempre afferrata dalle mani di suo padre. La lontananza é accorgersi che arriva un punto in cui quelle mani smettono di afferrarti e si comincia a cadere e a imparare come volare in alto comporti sempre grandi rischi.


Certe volte basta il sole a risvegliare le cose felici che dormivano dentro in una zona imprecisata difficilmente raggiungibile in lunghi giorni di pioggia e faccende domestiche sbrigate a sera tarda con un tasso di stanchezza nel sangue molto al di sopra della media abituale.
Cucino con il sole che entra dalla finestra e illumina tutte le pareti bianche della mia stanza-guscio, canticchio a mezza voce Jimmy Cliff e il fatto di aver trascorso più di sette ore a copiare indirizzi a mano e mettere in ordine alfabetico envellopes di inviti non mi urta minimamente.
Lunedì mattina sono all’Università di Savoia a registrare un libro della Sellerio per creare una versione per non-vedenti.
Insomma più vado avanti più nei miei primi 23 anni di vita posso dire di aver fatto davvero di tutto. La Francia è là fuori, con le sue voci-brusio, i suoi supermercati inaccessibili (un peperone costa un euro!) e le sue centinaia di varietà di yogurt di fronte cui mi incanto ogni volta come alice nel paese delle meraviglie.
Infine sembra che per una serie di fortunate casualità riuscirò ad andare al benedetto concerto dei Belle & Sebastian, regalo prezioso cui mi sarebbe davvero pesato rinunciare dato un impellente bisogno di un concerto di primavera. Per ballare, per pensare all’estate che poi per me saranno almeno due mesi di lavoro intenso ma che va bene ugualmente, mi andrà bene anche seppellirmi nell’afoso agosto di Seattle prima di riprendere in mano le redini del mio futuro.
C’è il sole ed è enorme, bianco, luminoso.
C’è l’aria che profuma di trasparenza. C’è il fornello incrostato di cous cous.
Quello che non c’è non fa poi così paura.


Lione è uno di quei posti in cui sei sicuro di avere già messo piede, in una vita precedente o in un sogno, e questa sensazione finisce per accompagnarti da quando scendi dal treno in una stazione un po’ alla Blade Runner fino a quando non vedi scomparire attraverso i vetri di un regionale gli ultimi tetti della città inghiottiti da un tramonto aranciato.
Lione mi è entrata nel cuore, con le sue case, le sue biciclette colorate, i lunghi ponti come braccia che tengono stretta la città attraversata da due fiumi, che vanno e vengono lenti e maestosi, e qualcuno li guarda passare, dei ragazzi che improvvisano delle percussioni, un signore anziano con un cagnolino in braccio, due ragazzine che fumano e devono birra.
Le città che mi piacciono sono città con un aria di grandezza, una certa allure direbbero forse qui e Lione è bellissima nella sua ricchezza, nelle vie del centro piene di locali alla moda, nelle fontane ordinate e perfette, nelle facciate dei palazzi liberty, ma ancora di più Lione è bellissima nella sua miseria, nei vicoli stretti che odorano di alcol e urina, negli intonaci sbeccati intorno a madonne dimenticate, nel milione di scale che portano alla basilica che si erge maestosa sopra la città e regala un panorama difficile da dimenticare.
Lione è bella per la gente di Lione, che prende il sole, suona agli angoli delle strade, guarda le partite di calcio nelle tivù minuscole di kebabbari e ristoranti tunisini.
Mi lascia triste Lione e non saprei nemmeno dire perché.
Forse è solo il terrore di rovinare l’incanto con uno sguardo su un particolare sbagliato o il rimpianto di non poterci vivere per il momento ma di avere la certezza di averci vissuto, una volta, un giorno, un announ sogno.
Finisce che mi piace una solo foto di quelle che ho scattato.
Ed è un panorama invisibile in cui ci sono solo schiene e ombre e persone che indicano il paesaggio e lo guardano e basta e non si rendono conto di come anche il mondo le stia guardano in quel momento e di come le loro schiene scure siano il paesaggio più bello.





giovedì, giugno 08, 2006

chicomedovecosaquandoperché

Trovato il modo di trasportare sul computer dell'ufficio tutti i miei scritti. E mica un modo originale ma un semplicissimo floppy disk sottratto momentaneamente al Consolato.
Solo che bisognerà trovare una soluzione per non rendere terribilmente anacronistica la mia sequela di resoconti dei giorni passati. Perché a pubblicare di quando mi struggevo dalla malinconia oggi, che non ho nessuna malinconia ma solo un incredibile appetito, mi farebbe strano. Per cui cerchero' uno stratagemma narrativo nel tentativo di non maciullare gli attributi di nessuno con un lagnoso caro diario giorno per giorno. Magari li pubblico tutti a caso i post. L'ultimo e il primo, ieri e un mese fa.
Lasciando perdere queste cose che non interessano a nessuno ma erano una sosrta di trasposizione scritta dei miei deliranti monologhi la mattina davanti al computer veniamo al dunque. Forse non lo dovrei dire perché risulta un' anticipazione rispetto a quello che pubblichero' di precedente. Insomma sto per dirvi chi ha ucciso mister x, chi si nasconde dietro la maschera di y, di chi é innamorata lady m.
Rimango fino alla fine di agosto, ecco tutto.
Ancora un mese nella valle della tartiflette e degli ottimi vini bianchi che mi fanno ubriacare sempre più spesso. Ancora un mese di sveglia anni '8O alle otto del mattino, di fornelli minuscoli in cui cucinare l'impossibile, di grossi rotoli di polvere rosa che si aggirano inspiegabilmente per la stanza come sul set di Mezzogiorno di polvere.
Ancora un mese.

lunedì, giugno 05, 2006

latitanze

Scusate se latito. La verità é che ho perduto la mia penna usb e qui in ufficio é davvero difficile ritagliarsi anche solo cinque minuti di tempo per scrivere due righe in santa pace. Finisce che scrivo sul mio portatile da combattimento, a casa, e annoto tutto li', le peregrinazioni in giro per la Francia degli ultimi giorni, i momenti di quasi tranquillità e quasi felicità, i momenti di sconforto, le incazzature, le scoperte incredibili sull'economia domestica.
E mi spiace perché un blog é un po' come una pianta, bisogna averne cura.
Penso ai fiori che avevo piantato sul balcone di casa a Seattle, che erano diventati graziose pianticelle verdi e che nel mio breve ritorno scopro essere diventati foglioline secche raggrinzite. Che dovesse succedere una cosa del genere al mio blog sarebbe il segno di tempi che stanno cambiando, in cui non mi ritaglio più qualche secondo giornaliero da dedicare al mio irrefrenabile grafismo. Cosi' scrivo stamattina, mi nascondo nell'ufficio con qualche foglio intorno da prendere in mano in caso di incursioni estranee. Inizia una nuova settimana, un'altra e tutto continua a essere sempre più diverso, giorno dopo giorno.
Ogni tanto penso che a tornare a casa sarà una persona che non era quella che agli inizi di maggio con una macchina piena di scatoloni si é trasferita in mezzo a tutte queste casette del playmobil incrociando la vita.
E non so se sia bene o sia male, o sia semplicemente questione di cose che vanno in un certo modo e non ci si puo' fare niente, ogni tanto l'unica é abbandonarsi alla corrente.

martedì, maggio 23, 2006

Chilometri, pessimi concerti, propositi e spropositi...


Per una che non è abituata a partire, tornare per qualche giorno è stata faccenda complessa. Ho macinato chilometri di treno verso Torino (dove ho mangiato un kebab in una decina di secondi scarsi sotto gli attoniti occhi dei presenti), chilometri di macchina verso Vercelli (sbagliando strada naturalmente, perchè io e il mio capitano di bordo siamo soliti perderci non solo in discorsi lunghissimi ma anche fisicamente in paesi della periferia torinese dal nome impronunciabile), chilometri di macchina verso Milano (per assistere a uno dei concerti più deludenti della mia vita, anzi al concerto più deludente perchè in fondo in quinta elementare Eros Ramazzotti per mano a mia zia non era poi stato troppo male) e poi ancora chilometri di macchina verso Vercelli (sbagliando strada a Rho e giungendo al mio giaciglio in stato confusionale). Saranno poi altri chilometri di treno a riportarmi tra le braccia della France e delle sue casette del playmobil con i tetti grigi sempre lucidi di pioggia perchè piove sempre.
Bella la Francia, le baguettes, i convenevoli, le viennoiseries, ma a chambéry il tempo è proprio una merda fatemelo dire, non per essere volgare, ma proprio per sottolineare il fatto che tra pioggia, vento gelido, umidità, nuvole che appaiono all'improvviso nella più miracolosa giornata di sole, l'estate sembra essere in coda al tunnel del Frejus.
Tra le cose di cui mi dispiaccio nel momento:
essere giunta a casa fisicamente stanchissima e poco reattiva nei confronti del mondo sociale; avere speso uno sproposito per un vestito con cui potrei andare a consegnare un oscar a george clooney e la gente chiederebbe "chi è quel ragazzo vicino alla Frà?";
avere assistito al concerto dei Belle and Sebastian ed essermi annoiata da morire;
non avere chiesto alla mia vicina di treno come facesse ad avere il Monde del giorno dopo;
Poi non so.
Ho una sensazione addosso che in realtà è un desiderio di trovare finalmente un posto in cui stare nascosta e non pensare almeno per due settinane, seriamente, al mio futuro, alle voci che dicono di studiare ancora, alle voci che dicono di non lasciarsi sfuggire occasioni d'oro.
La mattina mi sveglio e guardo quella pianura enorme tutt'intorno e mi domando se quell'assenza di confini non mi abbia condizionato nel profondo.
Ma poi è già tempo di fare lo zaino e macinare altri chilometri al contrario.

Homethoughts from abroad

Nella borsa di paglia, insieme al biglietto del treno, al cellulare, al lettore mp3 e a un buono sconto per il Monoprix locale, c’è il mio primo mese all’estero, stipato in fretta stamattina appena sveglia, nella confusione di occhi ancora chiusi che si preparano la colazione inciampando in mobili e cuscini. Stasera ritorno in patria per qualche giorno e spero in un po’ di sole che qui si vede davvero poco tanto da essermi ormai convinta che Chambéry sia la città più piovosa di Francia. Il mio primo mese in cui ho fatto di tutto, la cameriera , la centralinista, l’interprete, la fotografa, l’organizzatrice di eventi, la casalinga. Beh, se non altro si puo’ dire che possiedo uno spiccato spirito di adattamento. Che la stanza che occupo non sono più quattro pareti ma la mia piccola casa estera con la finestra da cui si vede il castello, il letto scomodo, i cuori di carta appesi alle pareti e il portacenere sul davanzale che guardo pensosa sperando di poterlo lasciare vuoto prima o poi.
Ho il treno alle sei meno un quarto e ho messo la gonna nuova sfidando le onnipresenti nuvole nel cielo. Perché fondamentalmente la cosa che mi manca di più è l’estate e per il resto penso alle persone cui voglio bene con affetto, più sicura che stiano andando avanti come al solito, in queel modo coraggioso che mi piace tanto. Allora quasi non ho bisogno di sentirle per telefono o di vederle perché osservarle da lontano è un gesto pieno di tenerezza.
Le distanze cancellano i particolari stupidi e danno una meravigliosa visione di insieme.
Le distanze permettono a certi pensieri di allungarsi come ombre che partono dalla punta dei piedi e arrivano fino all’orizzonte.
E, a volte, vanno oltre.

lunedì, maggio 15, 2006

Avrei pronto un post di almeno cinque pagine, ma che resterà gelosamente conservato nel mio ordinateur à la maison dato che ho dimenticato di scaricare tutto sulla penna usb.
Due settimane qui e qualche problema di relazione sociale con alcuni conterranei mi hanno posto di fronte ad alcune interessanti riflessioni sulla mia sbandierata socialità, se presunta o meno.
Il tempo é sempre un po' terribile, qui le nuvole finiscono catturate dalle montagne e attendono che sia il sole a scioglierle. La mattina fa freschino quando vado al consolato a piedi e c'é sempre un intenso profumo di fiori bagnati ed erba. L'aria é pulita.
Qui ormai mi sono abituata al frigo che a detta di tutti i miei ospiti produce un rumore infernale.
E anche al riscaldamento rotto e all'armadio che bisogna aprire sollevando da terra una delle ante e alle maledette piastre elettriche che cucinarci é impresa da non sottovalutare.
Abituarsi non é poi troppo male. Ci si rende conto di quanta dolcezza possano assumere gesti quotidiani che altrimenti passerebbero inosservati.

lunedì, maggio 08, 2006

Pluie

Piove. Una pioggia fitta che cancella il paesaggio e le montagne intorno.
Ieri mattina un po' di sole e una passeggiata meravigliosa in mezzo a boschi e casette da fiaba fino alla Maison Rousseau che da brava filosofa proprio non potevo lasciarmi sfuggire.
Davvero incredibile come, posando i piedi nello stesso posto in cui ha abitato Monsieur R. giusto quei trecento anni prima, diventi facile capire molte cose, prima tra tutte la necessità di isolarsi in un posto cosi' fuori dal mondo per potersi concentrare meglio sulle proprie idee.
Talmente tanto verde da non poter essere arrabbiati con nessuno, mai e per nessun motivo. Appena mi ritaglio un attimo di tempo mi compro le benedette Confessions in francese, che detengo per il momento in una versione italiana economica scritta in caratteri lillipuziani.
Ci sono ancora tante cose da sistemare, una nuova strana forma di solitudine da addomesticare con dolcezza, da assecondare facendo in modo che non si trasformi in malinconia.
Qualcosa di nuovo da affrontare che non c'é stato mai prima di oggi.
Prendersi cura di me.

mercoledì, maggio 03, 2006

(ici)

Ici c’est Chambery.
Si sentono le rondini. La stanza è ancora un po’ spoglia, qualche foto sulla parete, Amanda prima di andare mi ha scarabocchiato delle cose divertenti e le ha lasciate sul tavolo, così ho appeso anche quelle. Sono sola, nel senso fisico e psicologico della parola, e tutto è incredibilmente silenzioso per il momento. Il fedele lettore i-pod bennet che Qualcuno gentilmente mi prestò sta lentamente scaricando la musica su questo computer che sarà il mio stereo e il mio lettore dvd, e per stasera anche l’unica presenza pulsante in questa chambre studentesca che non vedo l’ora di rendere casa. Bisogno impellente di trasferire qualcosa di me a queste pareti.
L’orario di lavoro sembra buono, si inizia la mattina alle nove e si finisce alle quattro, al consolato sono tutti molto gentili e gioviali, l’italianità ha tra i suoi aspetti positivi un indubbio calore fisico e umano. Ho una scrivania di legno da cui posso sbirciare l’indefinibile varietà di verde del parco di fronte. Ho una pausa pranzo e una passeggiata da fare tutti i giorni per andare al lavoro. Ho una bicicletta vintage che mio padre teme fortemente possa venirmi sottratta nottetempo.Stamattina sveglia presto, per tutto il viaggio alla ricerca di una colonna sonora che mi cullasse in qualche modo un chilometro dopo l’altro e infine, niente, a dire la verità ho dormito più o meno per tutto il tempo, dando ogni tanto un’occhiata fuori dal finestrino per capire dov’ero e quindi c’è da dire che il viaggio è stato molto meno malinconico del previsto, forse perché era proprio il momento di andare. Andare e sentirsi stranieri da qualche parte, senza legami apparenti con nessun volto incrociato per strada o via imboccata perdendosi alla ricerca di un supermercato. La verità è che sono in attesa di capire a cosa porterà questo. Se sarà semplicemente da considerarsi come una pausa o come un cambio di direzione o come una sorta di limbo momentaneo. Se sarà bello, faticoso, utile, se sarà decisivo. Se sarà Qualcosa o sarà semplicemente qualcosa in mezzo al resto. E per il momento mi fa strano pensare di essere qui, di essere io, di avere atteso tanto un’esperienza del genere e di metabolizzarla un poco alla volta. A partire da me, prima che da tutto il resto.

domenica, aprile 30, 2006

Teorema

Il Teorema delle Partenze.
Data una certa partenza X verso una destinazione Y e una certa persona Z in partenza per Y elencare il corretto cerimoniale di commiato risultante da essa.

TESI (a,b,c)
- stilare una delirante lista di ciò che occorre a Z; suddividerla in categorie discutibili come “Cucina” “Tecnologia e Fuffa Varia”, “Utilità”.
- procurarsi scatoloni atti all’inscatolamento di oggetti e di se stessi in una cerimonia di lucida follia. Elemosinarli da parenti e amici e pure raccattarli per strada all’occorrenza.
- disporre gli oggetti nelle apposite scatole dapprima secondo un’impeccabile logica che coniughi sagacemente spazio e praticità d’estrazione; in seguito ammassarli in preda al più informe dei disordini costringendo alla resa le straripanti confezioni con abbondante utilizzo di nastro adesivo;

RISOLUZIONE (a /\ b /\ c)
- diramare la notizia della propria partenza, anche a coloro cui non potrebbe fregar di meno. Organizzare incontri, the, caffè, cene, passeggiate, e applicarsi nel dedicare a ciascuno la propria attenzione. Accorgersi di non esserne in grado. Innervosirsi
- provare malinconia per la propria stanza, perdere tempo del tentativo di creare La Perfetta Tracklist Di Commiato (litigare con Jane Birkin, preferirle Ornella Vanoni) , sviluppare sindromi ossessivo-compulsive alla ricerca della Perfetta Lettura Di Commiato (rimpiangere di avere già letto Il Gioco del mondo)
- crogiolarsi in malinconici pensieri e brillanti speranze, alternare euforia a disillusione, energia a tremendi sonni comatosi sul divano dopo pranzo;

RISULTANTE (a+b+c)
-partire martedì mattina presto, navigare in un costante stato confusionale, ascoltare Laura Veirs a manetta, fumare troppo, dormire poco, aspettare di scrivere un post al di là dei monti.


*La figura a lato è del tutto fittizia ma atta solamente a conferire un aspetto di veridicità
geometrica alle affermazioni di seguito

domenica, aprile 23, 2006

*philosopher



Mi and L’Au pubblicano il loro album omonimo nell’ottobre 2005.
Ma allora per me non è il momento giusto e me ne perdo l’uscita, così come a volte si perdono eventi e cambiamenti intorno a noi, per semplice noncuranza oppure, appunto, perché il momento non è quello giusto. Allo stesso modo accade che questa strampalata coppia di amanti-autori la cui pubblicazione mi era passata attraverso come una folata di vento ritorni oggi a farsi ascoltare nelle mie cuffie. E allora è l’Incontro finalmente, perché adesso sono pronta a rimanere ipnotizzata dall’alchimia di suoni e voci che sembrano ricami di ghiaccio sui vetri dopo una notte di neve profonda e silenziosa. Sembra poco casuale che i due fiancés abbiano composto il loro lavoro rinchiusi in una baita finlandese mentre fuori imperversavano le prime avvisaglie dell’inverno; scelta che li ha condotti lungo un delizioso sentiero naif, di romanticismo hand-made, di fragilità profondissime e lunghi sospiri tra un silenzio e l’altro.
Così riesce sempre più semplice capire come, nell’ottobre 2005, un ascolto distratto di una traccia di Mi and l’Au non avesse sortito nessun effetto sulla sottoscritta; era un periodo alla Flaming Lips, era uno stato mentale all’estremo opposto rispetto alla malinconia leggera di ragnatele melodiose come Older, How, They Marry.
Mentre oggi, alla vigilia della mia partenza, a una settimana appena dalla fatidica transumanza della sottoscritta al di là delle montagne, questo disco è Il Disco Del Momento. Perché da ottobre 2005 le cose sono cambiate e se allora avevo bisogno di alimentare una certa ribellione interiore, quello di oggi è desiderio di assecondare il delicato moto dei miei spiriti interiori impegnati in una lenta oscillazione tra la curiosità del nuovo e la malinconia per il vecchio.
Ascoltare Mi and l’Au è ascoltare alcune piccole cose di se stessi, accomiatarsi con dolcezza da quella parte di sé che resterà qui e vedrà arrivare l’estate, e le zanzare e il caldo appiccicoso, i motorini, gli aerei che ronzano, l’odore di cloro e di crema solare.
Così accade sei mesi dopo che una canzone come Philosopher sia la migliore cosa che potesse impigliarsi nelle tue orecchie. Perché è bello, prima di partire e incontrare un mondo diverso, chiudersi in una baita finlandese all’inizio dell’inverno ed abbandonarsi al proprio respiro dando fiato unicamente al cuore.

mercoledì, aprile 19, 2006

Stasera sono un po' malinconica.
Capita a volte, spesso quando non si ha sonno per niente e si cerca una scusa buona per restare svegli, un libro, un film, un cd, qualcuno con cui scambiare due parole su messenger. Mi piacerebbe potermi infilare in una provetta e farmi analizzare da un laboratorio per capire cosa mi fa sentire la maggior parte delle volte sintonizzata su un'altra frequenza. Problema a cui ho imparato ad ovviare attraverso una complicata cerimonia di distacco a comando che mi permette di allontanarmi da persone e discorsi quando mi accorgo che la frequenza non è quella giusta, che quelle onde finirebbero per ferirmi o infastidirmi. Finisce che chiudo i miei veri occhi e lascio aperte due palpebre vuote, da rettile quasi, che stanno lì e si contraggono dando l'impressione di un'attenzione vera. E da qui nasce la mia malinconia credo. Perchè finisce che faccio dei paragoni tra quello che ero e quello che sono e mi ritrovo più cinica e io non voglio che crescere significhi per me una progressiva perdita di fiducia e speranza. Boh. Magari mi ci vorrebbe più capacità di adattamento a frequenze dissimili, magari mi ci vorrebbe di conoscere ancora qualcuno in grado di dimostrarmi il contrario.
Ha tuonato qui, adesso, credo una di quelle grandi nuvole che oggi non sapeva bene dove andare.
Il primo temporale della primavera.

lunedì, aprile 17, 2006

*another sunny day

Un giorno che dura quattro giorni.
Doveva piovere invece è stata una piacevole giornata di nuvole e sole pallido.
Sono stata tranquilla, senza bisogno di nient'altro, di nessun'altro, come quella poesia di Neruda che chiede di lasciarlo essere felice anche se non è successo niente di particolare.
Finite le vacanze, da domani ricomincia la predisposizione alla partenza, le croci di fianco alla lista delle cose da fare e da comprare. Magari sono un po' stronza ma fosse per me andrei via senza dirlo praticamente a nessuno, dal momento che reputo quel lasso di tempo troppo breve per potersi accorgere della mia assenza. Eh sì. Ci penso spesso a quanto mi mancheranno certe persone e quante invece diventeranno finalmente pensabili solo in virtù di una certa distanza. Sarà ancora il vino in circolo credo, ammazzammo una Falanghina del Sannio oggi, che a sua volta ci uccise costringendoci a un pesante sonno alcolico. Mi viene da ridere, ecco perchè mi sveglio ancora leggermente ubriaca e mi ricordo che sono giovane e che ci sono cose da giovani che posso ancora fare, tipo godermi una pasquetta di totale relax e trasgredire quel tanto che basta a non rendermi troppo inquadrata. Rifuggo gli estremi sempre più. Di ogni tipo, di ogni genere, io proprio non sono nata per gli estremi. Adoro le vie di mezzo, il dialogo, il confronto, l'andare avanti e indietro come le onde del mare e soppesare sempre tutto. Che poi è proprio un grandissimo casino vivere con una propensione di questo genere. Però ecco, ne vale la pena alla fine.
Mi viene da ridere perchè volevo scrivere un post su altre cose e poi invece non ho resistito al fascino di tutto quello che stava in mezzo.

domenica, aprile 16, 2006



Giornata di primavera, la barbera che martella la testa, tum tum tum mentre discendo questa collina quasi di corsa, perchè lascio che siano i piedi a portarmi verso la macchina, perchè ho deciso che, dopo una mattinata che definire orribile ed emotivamente pesante sarebbe profondamente limitativo, avevo bisogno di spazi aperti, campi, risaie allagate e non, desiderio fisico di paesaggi e camminare e non pensare proprio a un tubo di niente. Così c'era questa fiera monferrina e fanculo ai sei euro di ingresso ci sono entrata e solo la vista dei bambini che facevano le bolle di sapone giganti valeva la cifra. Mangiare un panino al salame d'asino, distesa su un prato di erba proprio nuova, con il vino e i bicchieri di plastica e gli aerei che disegnano croci nel cielo colorato coi pastelli azzurri e blu. Era quello che mi ci voleva per andare oltre. Canticchiare a mezza voce Damien Rice sulla via del ritorno. E poi chiudermi a guscio sullo schermo di questo portatile nuovo che ancora devo in qualche modo addomesticare. Menomale che è primavera, davvero. Davvero.

sabato, aprile 15, 2006

pensieri franscesi

Ho trovato casa. Che poi più che una casa, è una stanza in una residènce étudiante dove c'è un mucchio di liceali francesi alle prese con cartoni di pizza e turni per usare la lavatrice e il forno microonde. Ecco, questa cosa del forno a microonde mi ha divertito parecchio: il pensiero che se scolo la pasta e qualcuno mi telefona, per scaldarla devo prendere l'ascensore e scendere di tre piani. La ricerca di un tetto sopra la testa è stata più dura del previsto. Nelle agences immobilières non affittavano niente per meno di dieci mesi, tutti a ripetermi che -Non, c'est ne pas possible mademoiselle-. Solo un brizzolato con gli occhi azzuri mi ha promesso che se mai avesse avuto un appartamento me l'avrebbe affittato anche solo per tre mesi. Ma era stato ingannato dal mio occhiale vintage e probabilmente dal mio francese di chi non parla francese da settembre. Con alcune amiche. Francesi. Di cui si parlava molto spesso di vino e barzellette volgari. Comunque, dopo un'intera giornata trascorsa a peregrinare per Chambéry, quando ormai stavo alla frutta e anche più in là telefono a un numero appeso nella bacheca di una residenza universitaria. La conversazione è parecchio divertente; il tizio ascolta le mie richieste e poi mi domanda cortesemente se mi è possibile recarmi lì in loco. Gli rispondo che sono proprio di fronte a lui oltre il vetro.
Credo proprio che questo soggiorno mi regalerà momenti memorabili.
Ci sarebbero altre cose da raccontare. La strana sensazione di trovarsi in un posto straniero e ascoltarsi parlare una lingua diversa e tradurre tutto ma proprio tutto quello che mi capita a tiro. Le casette di Chambéry che sembra un paesino delle fiabe, i posticini all'aperto su cui già sogno di accoccolarmi con i miei amati libri, l'aria pulita, le montagne viste dalla parte opposta rispetto a quella consueta. Ascoltare The Ringleader Of Tormentors nella sua infinità bellezza sonora mentre le luci del Fréjus scandiscono il ritmo dei battiti del cuore. Sentire questa partenza vicina, sentire che cambierà molte cose.
Sentire che un viaggio è tutto quello di cui avevo bisogno ora.

mercoledì, aprile 12, 2006

Post Pippa (Relativismo)

Magari.
Soffiare via quella patina sottile di nonsoche e malinconia forse o forse solo stanchezza.
O forse è solo che sto iniziando a pensare seriamente al mio salto nelle montagne francesi, a cosa significherà essere lì, sola, in un paesaggio diverso, con persone diverse e una lingua diversa.
Se sarà difficile ambientarmi o meno, se riuscirò a lasciare sempre uno spiraglio aperto o finirò per chiudermi a riccio. Sono tre mesi poi si torna e c'è il futuro, quello che è ancora nebuloso come non mai, altro che patina sottile, è una tenda spessa che non permette di sbirciare niente. Mi sento precaria.
Mi girano in testa tante cose.
Sto facendo l'inventario prima di chiudere baracca per un po'. Sistemo le cose sugli scaffali e ci metto un'etichetta sopra "felicità" "ideali" "fastidi" "scemenze". Cose così, mica enormi grattacapi filosofici.
Vorrei avere almeno una grande certezza assoluta. Non so se capite cosa intendo. Avere una specie di punto calcato più volte con la matita sul foglio, qualcosa che non si muove e non va da nessuna parte, resta sempre fermo dov'è, fa da bussola per il resto, assolutizza l'enorme mare del relativo tutto intorno. Una certezza su di me forse. Anche piccola.
Qualcosa tipo che gli asini non voleranno mai.
Che poi, a pensarci bene, potrebbe anche darsi se si attaccassero loro ali meccaniche e telecomandate e allora bisognerebbe risistemare tutto da capo: mettere quello che era su in alto, un pochino più in basso, spostare a destra, a sinistra, riorganizzare. No, no. La certezza assoluta che non richiede traslochi io voglio. Quella che ti bacia sulla fronte la sera prima di addormentarti e ti risveglia la mattina con un sorriso interiore.
Può darsi che io sia stufa del mio eccessivo relativismo.
Può anche darsi che avere saltato la cena mi inducesse quasi obbligatoriamente alla stesura di un tale pippone. Non me ne abbiate.

lunedì, aprile 10, 2006

elezioni (II)

Ed infine se ne è andata anche questa.
Cinque ore di scrutinio mi hanno restituito alla realtà quotidiana con un forte desiderio di doccia e un paio di occhiaie da fare invidia a Benicio del Toro.
Però guardiamo ai lati positivi, mica pochi a dire il vero.
Per prima cosa il vil denaro che m’arriverà proprio nel momento in cui ne avrò più bisogno, là, in terra di Francia, alle prese con una vita che ancora non riesco a immaginare totalmente.
Numero due, aver incontrato persone con cui chiacchierare e chiacchierarsi, di quei rapporti semplici che dopo due giorni vissuti insieme sin dalle prime ore del mattino le saluti con l’ombrello in mano dubitando fortemente di rivederle da qualche parte. Ci si è divertiti, si è stati bene. Un po’ quello che si dice per i colpi di fulmini esauriti con una luce forte e uno schiocco a terra.
Punto terzo: a casa con questa pioggia avrei finito per abbruttirmi davanti al computer e perseguire la mia ormai nefanda abitudine di dormire tutti i giorni dopo pranzo almeno un’ora. Quindi punto quarto: il mio metabolismo sembra essersi risvegliato dal letargo invernale e forse adesso sono davvero pronta per la primavera.
Punto quinto: la varia umanità, le piccole cose che ogni piccola esperienza può insegnarti se ci stai attento. Persone che sfilano una dopo l’altra, persone che fanno fatica ad arrivare a fine mese, persone che fanno fatica ad arrivare alla cabina senza barcollare, giovani con i piercing e il cappellino da baseball, giovani con la ventiquatt’ore di pelle, vecchi, ragazzini, down, mamme con i bambini in braccio, stranieri, signore con in braccio borsetta e marito.
Tanti occhi tutti uguali, tanti occhi in fila che compiono un gesto identico per tutti, per tutti ugualmente importante, per tutti ugualmente accessibile.
E a me questa cosa, ingenuamente, fa commuovere un pochino e ci sento un senso profondo di giustizia e penso che magari allora non è proprio tutto perso e sepolto.

elezioni

Elezioni.
C'è chi le vive da protagonista, sta in casa attorniato da consulenti, familiari, consiglieri politici, consiglieri d'immagine e sfoglia carte e consulta dati e chissà se sente un tremolio alla pancia o soltanto un enorme stress e si è pure dimenticato perchè cosa.
Poi c'è la gente che va a votare e che nel mio seggio è più vecchia che più vecchia non si può, ma detto in senso buono, ci sono adorabili nonni del '18 che dondolano sulle loro gambe e chissà cos'hanno visto, cos'hanno vissuto e cosa pensano dopo quello che hanno visto e vissuto. Hanno le pellicce infeltrite e quell'educazione proprio da altri tempi, salutano sempre prima di uscire, augurano buona giornata e buon lavoro.
Poi c'è chi come me sta lì a perdere ore a contare voti su voti e firmare centinaia di schede che neanche Ben Harper alla fine di un concerto live. E ogni tanto fa strano. Stare lì seduta, 14 ore di fila a vedere quella sfilata di gente, che poi è come vedere la Storia che cammina ed esserci proprio dentro nel momento in cui sta facendo un passo.
Si vedrà poi in che direzione.

mercoledì, aprile 05, 2006

Pluvia

Piove insomma.
Inizio poco a poco a diramare la notizia della partenza, poche e-mail, qualche telefonata, qualcuno che aspetto a chiamare per trovare le parole giuste.
C'è una piccola parte di me che ancora si sta abituando all'idea e una parte di me che stampa valanghe di indirizzi per trovare una qualche sorta di logement per i prossimi mesi.
Piove insomma. Io sto bene, sto in attesa, sto in punta di piedi e altre parole non ce ne sono tante così finisce che riempio tutto con la musica, molta musica fin dalla mattina presto:

Frida Hyvonen N.Y
Belle & Sebastian Dressed Up In You
Rosanne Cash The world unseen
Dinosaur Jr Seemed like the thing to do
Adem Spirals
Iron & Wine Cinders And Smoke
Rilo Kiley I never
Rocky Votolato Holding onto water
The Incredible Moses Leroy Fuzzy


che poi probabilmente dovrei linkare gli emmepitrè, ma non so come si fa, quindi finchè qualcuno non mi illumina godeteveli solo a livello di spunti sonori.
Piove insomma. E da quando ho comprato la webcam sono sempre vestita bene per metà, maglia elegante + pantaloni della tuta, camicia e golfino + pigiama.
Il demodé tra le quattro pareti di casa è terribilmente fashion. Oppure no.

lunedì, aprile 03, 2006

*transatlanticism

le cose più incredibili che accadono nel modo più semplice.
come se il destino avesse disegnato con forza negli ultimi mesi un'enorme freccia rossa che indica l'Uscita. da una città piccola, dai miei 22 anni di vita qui, da problemi che a forza di navigarci dentro diventa difficile risolvere con obiettività. tre mesi al Consolato Italiano, tre mesi di persone che parlano un'altra lingua, in una città piccola e francese che è un ricordo pallido e verde nella mia mente, di quando ci sono stata, sei sette otto anni fa. c'è una fontana con delle tartarughe gigantesche a Chambery. c'è la casa di Rousseau, una chiesa molto bella, ci sono le montagne. Non mi ricordo altro.
c'è la telefonata di oggi: dicono che mi hanno preso, che sono io, che è arrivato il momento della fuga. La Fuga. una cosa che aspetto da un tempo inquantificabile e che mi lascia talmente spiazzata. io dico sì e penso che ho meno di un mese per mettere via il necessario. mi viene voglia di fare un elenco di cose da fare prima di andare via, di persone da vedere, mostre, concerti, film, gite in ogni dove. (mica vado in america. mica vado via per sempre). mi viene anche un po' da piangere senza motivo a dire il vero, o forse solo perchè so che non ci sarà nessuno strappo futuro e che lo strappo vero è stato quello di oggi, la mia voce che diceva sì, quello era il vero strappo a quella tela intessuta con tanta pazienza sempre nella stessa direzione. mi vengono un po' gli occhi lucidi anche se non vado in america. anche se non vado via per sempre. penso che avrò una stanza nuova che non sarà la mia, da cui non si vedranno le stesse luci e le montagne che a quest'ora sono silhouette ritagliate col cartone all'orizzonte. le montagne che mi hanno sempre separato dal Resto. e ora ci vado verso il resto, ed è un vero transatlanticism per me. buttarmi in un oceano travolta da una giusta corrente che mi chiama col sorriso, con la sicurezza che quello che è importante davvero ormai l'ho capito da un pezzo.
è tutto strano adesso.

(*I need you so much closer..)

domenica, aprile 02, 2006

Potere (essereingradodi/averelapossibilità)

I am walking through Rome
With my heart on a string
Dear God, please help me
And I am so very tired
Of doing the right thing
Dear God, please help me

Una vita che è diventata costante contemplazione del mio ombelico e di poche altre piccole cose e di qualche meraviglioso sentimento; mi riesce difficile parlare e descrivere ciascuna di queste categorie per senso del pudore o semplicemente perchè sono ancora molto intenta a sistemare le carte del castello una sull'altra, senza alcuna intenzione di farle crollare al primo vento.
Posso dire che è ufficialmente primavera per via delle mie prime maniche corte dell'anno nuovo e delle solite lentiggini sulle guance; posso anche dire di essere molto innamorata e contemporaneamente di non essere ancora riuscita ad abituarmi all'idea di avere trovato esattamente Quello/e/Chi cercavo.
Posso ammettere di avere compreso bene la differenza tra l'Amicizia e l' amicizia (che è un tenersi per i mignoli mantenendo una distanza costante da dove si fanno i giochi veri, dal cuore);
posso confessare che Dear God Please Help me mi commuove parecchio e ogni volta che la ascolto cerco di immaginare Morrissey mentre cammina per le strade di Roma e pensa di scrivere questa canzone così bella da entrare subito in circolo e brillare nel sangue, toccare punti nevralgici; finalmente posso permettermi il lusso di tirare i remi in barca quando ne sento la necessità, starmene un po' per i fatti miei, distesa lunga su una zattera che non c'è a galleggiare in un mare di pensieri nuovi e vecchi.
...the heart feels free

venerdì, marzo 31, 2006

.::memorandum::.(propositi per la primavera)

volare sempre il più in alto possibile

martedì, marzo 28, 2006

Jack's and Eko's homecoming


L'estate scorsa ero di passaggio a Verona. Camminando per le vie della città in mezzo ai turisti sono inciampata con lo sguardo in un manifesto che pubblicizzava l'esposizione della collezione fotografica della Fnac.
L'estate scorsa era un periodo fotografico e il manifesto rappresentava per me un segno ineludibile. Così ci sono andata, nella speranza di non incappare nella solita triste esposizione di una dozzina di foto male illuminate. Si entrava in un palazzo vecchio, fatto di lunghi corridoi senza finestre con tanti piccoli faretti che illuminavano tantissime fotografie appese alle pareti. Talmente bello che all'uscita i piedi mi hanno riportato indietro a dare un'ultima occhiata alle immagini più significative. E lì sono di nuovo inciampata con lo sguardo in una fotografia particolare, di Machiel Botman, che mi ha letteralmente spezzato il cuore, Jack's and Eko's homecoming. Roba che avrei potuto restare lì davanti per anni con gli occhi lucidi senza più rendermi conto di niente, ascoltando soltanto ciò che quell'immagine raccontava "suonando" nella mia testa una fragilissima melodia fatta di quella magia particolare che è l'infanzia.
Strano il modo che abbiamo di considerare le età umane come una sorta di passaggio in cui un'età finisce sempre per superare ed escludere la precedente, considerando come comportamenti deviati quelli di coloro che conservano tracce consistenti dell'età precedente. Quel brutto modo di definire la parte bambina che ancora c'è nel profondo del nostro cuore come sindrome di Peter Pan, come quando si parla di crisi di mezza età per definire gli slanci di entusiasmo adolescenziale in persone già adulte.
Machiel Botman prende la macchina fotografica e decide di rovesciare questo genere di convenzioni. Forse non lo fa consapevolmente, ma giocando con la lanterna magica dei ricordi ci costringe a riflettere su quanto di ciò che siamo oggi dipenda e sia diverso da com'eravamo ieri.
L'immagine è semplice, due bambini sdraiati a guardare il cielo in una calda notte d'estate, le schiene umide appoggiate alla pietra fredda del cortile, i piedi nudi. Dietro di loro una porta di casa che è piena di luce e li investe come a proteggere quel loro momento di magia. Si sentono al sicuro, sentono di avere il diritto di restarsene lì ancora un po' a cullare giochi e sogni di giochi prima che una voce conosciuta li chiami per nome con dolcezza e li inviti ad andare a letto.
Una composizione semplice, nonostante tutto, un soggetto domestico. Ma c'è di più. C'è che i due bambini non hanno nessuna paura. C'è che vivono ancora nella magia dell'infanzia, quando lo spazio della fantasia predomina ancora sul senso della realtà e permette alla mente voli pindarici che crescendo diventeranno sempre più goffi saltelli da una responsabilità all'altra.
E allora, forse, è proprio questo che mi ha spezzato il cuore.
Riconoscere dentro di me, dietro alle mie malinconie da quasi adulta, dietro alle mie incazzature adolescenziali, una virgola dorata di quel periodo meraviglioso che è stata la mia infanzia, una virgola sospesa tra la mia foto a tre anni in canottiera e braghette e il diploma di laurea fotocopiato in un cassetto.

lunedì, marzo 27, 2006

Da oggi ho 23 anni.
Probabilmente la gente per strada continuerà a fermarmi e chiedermi cosa voglio fare dopo la maturità ma io sogghignerò nel profondo,
pensando alle cifre 2 e 3 insieme.

mercoledì, marzo 22, 2006

C'è un parco dietro alla stazione e questo parco ha una magia.
Sembrerò pazza se vi dico che nei pomeriggi di primavera come oggi, se è quasi il tramonto e ci si sceglie una panchina al sole da cui sbirciare gli alberi che diventano silhouettes, il parco diventa un luogo senza suoni esterni, soltanto uccelli che cantano e la ruota di una bimba in bicicletta che pizzica il selciato e mi sorride.
Sopra l'erba sono cresciuti fili di ragnatela che brillano e oscillano al vento che è poco, non dà fastidio, porta al naso un buon profumo di terra; alcuni degli alberi più belli della città in questo parco, che da piccola alle elementari ci portavano ad abbracciarli per vedere quant'erano grandi. Sono alberi anziani che dall'alto delle loro cime hanno visto passare tutti i treni della stazione con rami lunghissimi che si intrecciano e giocano a fare cornici di cielo e di nuvole, si sfiorano senza toccarsi.
Tu dormi con la testa appoggiata alle mie ginocchia e la pelle pallida dell'inverno che ha preso il treno l'altro ieri.
Io non so chiedere altro e quasi mi aspetterei di rimanere qui per sempre, quasi lo potrei desiderare.

martedì, marzo 21, 2006

* un crescente mattutino

Mornington Crescent
I think of you
Rain in the southeast
Men feeling blue
Men with their bowlers
Kids with their spats
Ladies with chauffeurs
Dogs wearing hats and jackets
Rich apartments
Old punk posters
Tartan garmentsI
love the exquisite array
I love the camp as camp parade
The possibilities suggest themselves to me
I'm feeling free
(Belle & Sebastian)
Primo giorno di primavera.
Mi sono svegliata che pioveva luce, il cielo era bianco ed erano bianche anche le gocce sui vetri.
Piove ma la primavera è iniziata comunque.
Si è schiusa nel cuore in quella commozione sottile per le cose nuove.
Un vero mornington crescent.

sabato, marzo 18, 2006

sono un post monotematico e parlo di SL



"I'm Sondre Lerche, I come from Norway"
Post esclusivamente a lui dedicato
(a coloro che stanno storcendo il naso non è consigliabile di proseguire la lettura, ricordiamoci che per la musica il de gustibus vale più che mai)

Poc'anzi fece la sua uscita nel mondo musicale il nuovo lavoro di Sondre Lerche, dal titolo Duper Sessions, la cui unica traccia da me fin'ora ascoltata (Minor Detail) mi ha riportato alla mente atmosfere alla Cole Porter e Chet Baker, con locali pieni di fumo e una piccola orchestra illuminata da un occhio di bue; d'altro canto, la copertina del disco su cui campeggia il Nostro, di bianco colletto e nera giacca vestito, non lascia spazio ad altri dubbi.
Sarà un tuffo retrò,vedremo.
La notizia che Sondre si fosse cimentato in un nuovo lavoro ha gettato la sottoscritta in una profondissima nostalgia da primo ascolto, costringendola ad abbandonarsi ai ricordi della lontana estate 2002, calda e torrida come non mai: boccheggiante su un divano bollente a guardare il Festivalbar aspettando di uscire con gli amici e farci collettivamente sbranare dalle zanzare.
Nel pieno della manifestazione televisiva delle canzoncine da bar in piscina e radioline in spiaggia, tra mezze celebrità di vario genere comparve anche lui, la proposta straniera emergente:
Sondre Valuar Lerche, classe 1983 (la mia), frangia bionda da una parte e sguardo da bimbo impacciato. Sembrava il fratellino minore di Mark Owen dei Take That (era Mark Owen vero?).
Poi imbracciò la chitarra con la sua tracolla a stelline e iniziò a scatenarsi con una foga che nemmeno un adolescente nel suo garage.
La canzone (Sleep On Needles) era carina, ma la vera magia stava tutta lì, in quel suo modo appassionato di suonarla, come fosse stata una pietra miliare destinata a cambiare il corso degli ascolti futuri dell'umanità; inutile dire che l'album Faces Down divenne uno dei miei leit-motiv estivi, per quella sua grazia delicata da primo lavoro di pancia e di cuore, per quel calore che mai ti saresti aspettato da una musica così vicina al Polo.
Autunno, inverno, primavera 2003.
I miei ascolti vanno diversificandosi e poco alla volta il ricordo del giovane norvegese diventa il ricordo di un'estate, com'è nella naturale inclinazione delle cose.
Passa un anno intero e siamo alla primavera del 2004, quando un'amica si presenta a casa mia con svariati dischi tra cui anche Two Way Monologue:
- Questo tipo è proprio bravo, dovresti ascoltarlo-
- Ah sì, lo conosco, l'anno scorso me ne ero quasi innamorata-
Incredula rigiro l'album tra le mani e mi ci applico in un ascolto ossessivo che dura per settimane; qualunque viaggio, passeggio o cazzeggio ha come colonna sonora una canzone di S.L.. Le più gettonate diventano Stupid Memory (una canzone tutta rosa), Two Way Monologue (un fotogramma nitido e preciso di quello che mi sta accadendo in quel periodo) e la qui già citata Things You Called Fate (la sensazione di volersene andare senza avere alle spalle la minima organizzazione -il che tradisce il fatto di non volersene andare veramente).
L'amore finisce nel più probabile dei modi.
Aprendo la custodia del portacd mi accorgo di avere perso l'onnipresente disco e lo interpreto come un inequivocabile segno del destino; urge una disintossicazione da parentesi nordica e una riapertura al mondo musicale su altri fronti. Che poi a dire il vero Two Way Monologue mi manca fisicamente e quando mi capita una domenica pomeriggio libera, spulcio sempre cassetti e scatoloni nella speranza che mi ricapiti tra le mani.
Tutto questo ci riporta a oggi, alle soglie di un nuovo album che, in caso di delusione, potrebbe gettarmi nello sconforto più cupo: perchè credere che esiste un artista capace di non deluderti mai, in nessuna occasione, è un'utopia difficile da scacciare dalla propria mente.
E forse il segreto di una canzone non sta nel fatto che possa obiettivamente cambiare la storia della musica, ma che possa, semplicemente, cambiare la storia di chi la sta ascoltando e ci legge dentro una parte di sè.

mercoledì, marzo 15, 2006

-marzo-


Marzo è il mese dei compleanni, delle lauree, delle partenze.
Sembra quasi che la gente si accorga all'improvviso che l'anno è già iniziato da tre mesi ed è ora di darsi da fare. Mattinata trascorsa a cucinare la torta di cui sopra, domani è il compleanno di mio padre che se la mangia subito, decidendo di invecchiare con un giorno di anticipo. Il pezzo di braccio in alto a destra è il suo.

Marzo è il mese dei cambiamenti. Anche se quest'anno fa freddo, c'è già chi ha riposto il cappotto nell'armadio fino a novembre dell'anno prossimo, chi lecca timidamente un gelato seduto su una panchina incurante del vento polare. E' un mese che per me, essendoci nata, ha sempre avuto un significato particolare. Prima di tutto perchè ci si rende conto di come il mutamento sia qualcosa di profondamente legato alla vita umana; di come siamo entità destinate a cambiare costantemente nel tempo, decidendo in modo autonomo se evolverci o regredire. A marzo nessuna giornata è uguale alla precedente; non si guarda mai due volte lo stesso cielo, lo stesso tramonto fiammante si ripropone in innumerevoli varianti di fuoco. Nell'aria il ricordo dell'inverno che sta andando via, che ritira lentamente le sue lunghe braccia e lascia spazio ai primi timidi segni di una stagione tiepida che arriverà (ma di cui comunque non si ha certezza). E' l'inizio di un cammino incostante che porterà cose nuove e ne disseppelirà di vecchie.

marzo è freddo ma sorride, un po' come me oggi mentre mescolo la panna montata e le fragole canticchiando qualche canzone senza importanza.

lunedì, marzo 13, 2006

*notte di provincia

Le cose che forse si mettono a posto.
Non del tutto, per carità, ma un pochino si sistemano l'una accanto all'altra, senza urtarsi di continuo. Una bella sensazione.
Come il tramonto, in un parcheggio deserto e i profili delle montagne che disegnano il confine tra la terra e il cielo. La luna quasi piena brilla nello specchietto retrovisore.
Un filo di musica appena, una canzone che ascoltavo più di un anno fa, mi parla ancora di speranza.

Sono stata arrabbiata in questi giorni, nervosa, con i pugni serrati, con il groppo alla gola.
Qualcuno ha detto che non sono capace di coltivare amarezza.
Niente di più veritiero.
Non divento mai davvero cinica, quando mi avvicino al limite ultimo, e succede spesso ultimamente, c'è sempre qualcosa che mi trattiene per il lembo della manica. Così che alla fine mi assale una certa tristezza inspiegabile che è più una nebbia che un temporale vero e proprio, destinata a dissolversi. Ed è uguale a tutte quelle nebbie già scese e passate negli anni, quei periodi strani in cui non sei più sicuro di osservare il mondo nel modo giusto, tutto sembra relativo, sfuggente, caotico.
Poi mi ricordo che sono fortunata.
Perchè ho certe cose, perchè ne vedo e ne sento altre.
Perchè ho la grande fortuna di potermi arrabbiare quando so che quello che succede non corrisponde a ciò che voglio dalla mia vita.

*"...la notte è azzurra sopra i tetti e le finestre sono addormentate tutto quanto è proprio a posto e in fondo non va così male..."

domenica, marzo 12, 2006

*Without Eyes Still Seeing

So if you know exactly what the sunset looks like
You'll be lucky if you don't loose your eyes*
Blocco dello scrittore.
C'è niente da dire in verità.
E allora si ascolta musica e si scrive un post a punti.
(.) Dovrebbero abolire i videofonini dai concerti, io personalmente li odio, sembra di stare sul set di una pubblicità della vodafone.
(.) Vercelli/Seattle sta diventando la città country, con tanto di fiere di campagne e fattorie in città. Non so esprimere un'opinione in merito ma posso dire con certezza che adoro i maialini rosa, e che mi sento pessimamente al pensiero di averli più volte assaporati sotto forma di arrosto. Inserirò il proposito di diventare vegetariana nella lista dei buoni propositi che se ne stanno lì e basta.
(.) Devo uscire e c'è moltissimo vento. Questo mi fa venire in mente che ieri ho visto un bimbo con un enorme palloncino legato alla sua carrozzina, davvero il palloncino più grosso che avessi mai visto in vita mia. E che oggi correrebbe il rischio di sollevarlo ad altezza shuttle.
(.) Ho visto Nuovo Cinema Paradiso. Bello. Anche se nei confronti dell'arte cinematografica dovrei darmi maggiore disciplina. Vedo pochi film, lasciando trascorrere enormi distanze tra una visione e l'altra. Sono pigra.
(.) Terribile. Due settimane al mio compleanno e ancora nessuna sovraeccitazione della sottoscritta. Sapevo che prima o poi sarebbe successo. E' triste, io al mio compleanno ci tenevo da morire e adesso me ne frega tanto quanto la notizia che Victoria Beckham dà consigli telefonici sul parto a Katie Holmes. Mah.

mercoledì, marzo 08, 2006

Vorrei un mondo di luci spente e di persone immobili, almeno per un giorno.
E basta, non ci sono molte altre parole stasera.
O forse sì, ma è meglio non scriverle così che diventi più facile dimenticarle.

lunedì, marzo 06, 2006

Ho i nervi un po' deboli ultimamente.
Però sono carina come una canzone di Bonnie "Prince" Billy.
Nel senso che se mi ascolti parlare non sai se trovarmi adorabile o irritante.
La cover di -Daniel- dell'Elton resta splendida.
Ruvida, accecante e tagliente come queste due giornate di cielo limpide sbirciate dal vetro di una finestra. Ho anche bevuto il caffè dopo cena e fanculo ai giuretti anti-caffeina.
I need a lot of coffee in my veins.
Stasera vado al corso di fotografia e ci vado a piedi, giacchè mi sono rotta davvero i maroni di restare chiusa in casa a fare quella che riflette sul da farsi.
Perchè oggi pomeriggio un mio amico, uno che era mio amico, uno che vorrebbe essere un mio amico ma senza troppa convinzione mi ha chiesto di uscire e io ho detto -no, ho da fare-.
A contare le volte che ho pronunciato 'sta frase a un amico in vita mia, basterebbero le dita di una mano.
Ma.
Ho deciso di smettere con gli arrivederci e diventare un'accorata sostenitrice degli addii.
Quelli che provvidenzialmente o intenzionalmente arrivano prima che tutto si trasformi in uno scazzo indescrivibile. Prima che una persona diventi un ricordo brutto e solo in seguito a ripescaggi improbabili riafforino anche i suoi aspetti positivi.
Cos'ho che non va?
Perchè non vado dal parrucchiere una volta alla settimana e decido invece di tagliarmi i capelli da sola ogni due/tre mesi?
L'aria là fuori è irresistibile, quindi credo sia arrivato di farmi qualche metro di città a piedi. Qualche isolato, qualche strada, qualche viale.
Rigorosamente con la giacca da primavera, niente cappotto, non si torna indietro.

domenica, marzo 05, 2006


Stanno iniziando quei colori, si è sollevato quel vento.
Quindi al meteo possono anche dire che quest'anno la primaverà arriverà in clamoroso ritardo, a me basta il presentimento che sia già nell'aria.
(My Morning Jacket - I will sing you songs)

giovedì, marzo 02, 2006

*The Good That Won't Come Out


Ieri ho angustiato un po' tutti. Se faccio l'elenco non finiamo più, quindi grazie a chi si è pazientemente sorbito la mia rubrica live pare&pere.
Oggi dopo essere riuscita nella delicata impresa di ottenere il the della giusta colazione di arancione /yu-hu!) ho riflettuto quel tanto che è bastato a sentirmi meglio.
Alla fine vivere in un contesto come il mio ha i suoi aspetti divertenti, quell'insospettabile capacità di adattare la realtà dei fatti a una versione che possa essere accettata dagli altri. Quell'abilità nell'arrangiarsi comunque, nello stringere i denti talmente forte da correre il rischio di staccarsi la mascella.
La mia famiglia è in qualche modo un laboratorio politico. Roba che il Congresso in America a confronto è il club di Topolino.
Un delicato sistema di complicati equilibri da mantenere in piedi, un insieme di inspiegabili diplomazie e improvvise durezze da parte delle alte sfere.
Mica da ieri che faccio l'equilibrista tra un estremo e l'altro. Tra la volontà di non piantare troppi casini e quella di essere young and dumb.
Cosa di cui a volte mi dimentico crogiolandomi nell'attesa di guadagnare una maggiore indipendenza; ma, correggetemi se sbaglio, io sono giovane adesso e non so fino a quando potrò dire di esserlo anche domani.
Quindi se vado a Torino venerdì a fare quella in mezzo a una festa in mezzo alla gente in mezzo alla notte, non c'è niente di male.
Vado a recuperare il mio contatto con la realtà.
Vado a confondermi in mezzo a quella folla di giovani davvero o presunti tali.
Sperando di non avere perso quel coefficiente minimo di socialità che mi impedirà di fare la cozza da arredamento per l'intera serata.

p.s. la primavera inizia con il primo marzo, almeno nel mio calendario.
la primavera inizia con i Rilo Kiley, almeno nel mio stereo.

martedì, febbraio 28, 2006

*totally confused

Ascolterò musica fino a scoppiare, fino a che non mi si scolleranno le orecchie dalla testa.
Ho una specie di rabbia dentro di quelle della peggior specie, di quelle cattive che ti fanno dare i morsi alla gente, feroci morsi in testa e poi via girare i tacchi senza chiedere nemmeno scusa.
Il livello di coscienza zero è quello in cui smetto di sentirmi in colpa, di pensare anche solo lontanamente che un mio comportamento potrebbe essere sbagliato.
Il livello di coscienza zero è quello in cui la parola che maggiormente si affaccia sulla punta delle mie labbra è v********o. Altrimenti che livello di coscienza zero sarebbe. Quindi.
Mi lavo sfregando via dalla pelle tutte le convenzioni, le educazioni, le attenzioni.
Rispolvero la mia luccicante tutina da sano egoismo e la indosso con soddisfazione.
Dentro la tuta è un ribollire continuo, un essere totally confused*.
Sono una brava persona di solito.
Sono stufa che mi si dica di rinsavire perché viene facile estremamente facile criticarmi anziché comprendermi.
L’invidia è la peggio bestia tra gli uomini.
Lo vorrebbero tutti un cuore come il mio che ha ancora cura delle persone, anche di quelle che continuano ripetutamente a essere cattive con me.
Io ho il Coraggio, quello con la C maiuscola, quello che di fronte a ripetute porte sbattute in faccia mette un po’ di ghiaccio sui bernoccoli e non smette di sperare.
Non mi convincerete che il mondo fa schifo.
Che la mia città fa schifo ne sono già più che convinta.
Ma il mondo non è la mia città, il mondo ha anche altre altitudini, di parole, di ideali, di qualcosa da fotografare. Se il mondo fosse davvero orribile non troverei nulla di fotografabile. I
nvece ogni tanto scatto, qualcosa mi commuove cazzo, e non è mica un’idea senza corpo, è una cosa vera e propria.
Vorrei fosse meno difficile avere il Coraggio, vorrei trovare plurime testimonianze di come la mia posizione possa essere ritenuta ragionevole.
Basterebbe che qualcuno chiamasse più spesso, basterebbe qualche linea di sfruttamento in meno, qualche linea di comprensione in più. Ma le regole del gioco parlano chiaro, non si ha diritto di chiedere, si tratta solo di sperare. Per farlo ogni tanto si corre il rischio di precipitare in un livello di coscienza zero. Se ne uscirà con quel sottile strato di disperazione da scuotersi dalle spalle alla prima giornata di sole.

sabato, febbraio 25, 2006


Beth Orton non piace ai critici musicali.
E io invece adoro la sua voce sottile-puntina-graffiante, Beth canta parole come lancerebbe sassolini dentro a una pozzanghera dopo un'intera settimana di pioggia ininterrotta. Che poi è un po' quello che è successo qui attualmente, ha piovuto talmente che alla prima schiarita la gente si metteva già a mezzemaniche alla ricerca di una primavera, dal mio punto di vista, ancora molto molto lontana.
E' dai tempi di Central Reservation che seguo Beth con lo sguardo che si riserverebbe a una amica di vecchia data, una di quelle conoscenze secolari che ti permettono di affermare di conoscere una persona davvero per quello che è, nei fasti e nelle miserie (comprese le parentesi elettroniche). Questo lunghissimo sguardo è arrivato fino ad oggi, quando i critici dicono che Beth ha sacrificato la sua originalità in favore di uno stile musicale più accomodante, che potesse arrivare a catturare anche coloro che prima non ne conoscevano nemmeno i lineamenti del volto (adorabili anche quelli, tra l'altro). Ma qui, è il mio blog e quindi posso dire apertamente che me ne frego delle opinioni di tutti quanti e per una volta difendo a spada tratta la straordinaria Beth e la sua dolcissima -Comfort for strangers- che ha quel sapore di manifesto di cose passate e metabolizzate con la calma necessaria. Trascorso il tempo di sperimentare è arrivato quello di togliersi gli ultimi sassolini rimasti dentro le scarpe e lanciarli in una pozzanghera qualunque e rimanere a osservare i piccoli cerchi dietro di loro e dire addio.

mercoledì, febbraio 22, 2006

*Did I Tell You?

Yo La Tengo, oh yeah.
Niente di meglio per stasera, per iniziare il mio momento io.ilcomputer.lamusica.
Che domani sarà il mio momento io.ilcurriculum.lefototessera.
Mi cerco un'occupazione perchè la noia mi distrugge e detto così è brutto ma è inutile nascondere la verità bella e buona.
Mi cerco un'occupazione perchè a restare a casa troppo tempo, a guardare il soffitto troppo tempo, a cucinare troppo, a leggere troppo il giornale con la televisione accesa a colazione, sto iniziando a pensare che invece di studiare filosofia potevo imparare a fare qualcosa di concreto. Pensare questo significa rinnegare la profonda radice di me stessa.
Io ho solo 22 anni (23 a marzo) quindi no, mi spiace, non se ne parla proprio di rinnegarmi fin da questa età, voglio ancora almeno cinque o sei anni di sano idealismo giovanile.
Mi metto in moto, alla ricerca di qualcosa che sarà nel migliore dei casi indeterminato come il mio futuro. Ma si tratta di aspettare settembre e sette mesi di ozio totale potrebbero anche uccidermi.
Quindi ben venga qualunque cosa, forte del fatto che dopo essermi travestita da Babbo Natale durante le feste, in pieno centro, con meno 8 gradi, per truccare bambini con il moccolo al naso mentre conoscenti e amici mi lanciavano sguardi di commiserazione, beh, non esiste niente nel mondo del lavoro che possa davvero spaventarmi.

domenica, febbraio 19, 2006

*walk the line


Quando c'è nebbia da troppi giorni, che poi non è nemmeno nebbia ma è budino grigio, non c'è niente di meglio di un polpettone romantico come Walk The Line -Burning love- e un litro di cocacola fresca ghiacciata. Sia chiarito fin da principio che l'utilizzo del termine "polpettone" è qui assolutamente affettuoso e bonario; nonostante il 98% degli astanti presenti in sala si sia abbioccato alla seconda canzone cashiana lamentando un'insostenibile noia narrativa (ma si aspettavano un film con pistolettate e misteriosi assassini?) io ho continuato a muovere a tempo di musica i miei piedini distesi sulla poltroncina deluxe (yu-hu).
Gioacchino Phoenix sgrana enormi occhi lucidi attraverso le luci di scena. Mi piace pensare che abbiano scelto lui per questo ruolo perchè chi ha perso un fratello può essere interpretato solo da chi ha perso un fratello. Non so, credo ci siano esperienze difficilmente avvicinabili da chi non le ha vissute sulla propria pelle. Poi, ci sono le persone che hanno il dono di avvicinarti a esperienze lontane anni luce da te ma che finisci per comprendere e capire.
Johnny Cash aveva questo dono, di mettere vicini carcerati, ragazzine, uomini scavati dalle turbolenze della vita e casalinghe; di arrivare al cuore della gente (che quello è sempre uguale per tutti). Il film manca di "mordente", ma il protagonista è di per sè un personaggio straordinario così che, alla fine, non si rimpiange troppo una sceneggiatura più forte e invasiva. Restano le canzoni assolutamente meravigliose; resta il romanticismo folk di una proposta di matrimonio fatta sopra a un palcoscenico; resta un bisogno continuo di affetto, una profonda umanità.
Walk the line allora, pur non essendo un capolavoro, mantiene una profonda dignità narrativa nella scelta originale di raccontare un personaggio e una storia che dovevano essere raccontati.

giovedì, febbraio 16, 2006

*not angry anymore

Nell’ultimo periodo è tornata la Musica nella mia vita.
E non pensate a una qualche illuminazione mistica, semplicemente, dopo quasi un anno di stereo malfunzionante e bislacchi ascolti sonori lungo spostamenti automobilistici o stramite lettore mp3 quasi sempre scarico, mi sono decisa all’acquisto di uno stereo: piccolo, carino, con le casse di legno che mi fanno tanto casetta svedese e per adesso dotato di un telecomando a pile che mi permette il lusso di cercare la giusta canzone sdraiata sul letto con un impercettibile movimento del pollice.
E’ proprio vero, la tecnologia aiuta a vivere meglio in certi casi.
Mi accorgo solo ora di quanto un risveglio diverso dal rumore dei martelli pneumatici dei lavori di fianco a casa mia posa apparire diverso e piacevole.
Così ho finito per rispolverare vecchie compilation, dando una bella ripassata a tutti i miei gusti musicali passati e presenti, riscoprendo deliziose canzoncine, ritrovandomi a sorridere come una scema ripensando a questa o quella situazione.
E’ tornata la nebbia oggi, l’atmosfera è umida, l’acqua ti si posa addosso sui capelli, sulla pelle e io ho bisogno di liriche calme che siano un po’ come questa nebbia impossibile da decifrare.
Ho trovato un vecchio album di Ani, ho trovato una canzone che diceva night falls like people into love/ we generate our own light to compensate for the lack of light from above e mi ha fatto bene.
Perchè quello a cui sto lavorando ora è proprio arrivare in fretta al giorno in cui potrò dire con sincerità che I'm not angry anymore.
Allora molte delle cose che ancora mi pungono andranno a posto e sarà tutto un'altro cantare.

domenica, febbraio 12, 2006


Un inverno che dura più del dovuto.
Freddo, grigio, severo, razionale.
Male al corpo diffuso, indolenzimento da negroni sbagliato, da barbera, da brasato al barolo. Decisamente un weekend troppo alcolico per la sottoscritta.
Guidare verso casa di notte ascoltando The End of The World dei Cure.
Preoccupazioni un po' vicine un po' lontane, molti ricordi che si accumulano uno sull'altro, legati a canzoni, a immagini di canzoni, a promesse non mantenute ma sempre presenti nella testa.
C'è questo cielo che è come me,
attraversato da nuvole leggere, indeciso sul da farsi.

martedì, febbraio 07, 2006

Una minaccia, una promessa

Mi sono incasinata, un pochino.
Di nuovo in preda a decisioni su un futuro non troppo prossimo ma nemmeno troppo lontano, mi dibatto tra la compilazione dell'ennesimo curriculum e lo struggimento in merito a possibili soggiorni esteri.
Oggi gita a Biella a chiacchierare con una donna francese per sapere quanto il mio francese sia diventato pessimo e quanto invece no.
Domani Salone dello Studente a Milano, maybe.
Nel mentre ho fatto delle foto, ho ripreso in mano un ambizioso progetto scrittorio di un paio di anni fa, eppure continuo a trascorrere la mattina con lo swiffer in mano e la musica a palla spolverando via polvere e preoccupazioni.
Presto un post con una coerenza quantomeno formale.
E' una minaccia e una promessa.

venerdì, febbraio 03, 2006

Presagi inquietanti e una calma piatta

Stamattina mi chiama mia madre da scuole per chiedermi di portarle gli occhiali.
Amanda studia, così scendo io che sono appena rincasata dalla frugale spesa delle nove e un quarto. Un'ora bizzarra per frequentare i supermercati, ci trovi solo commessi assonnati e qualche nonna sveglia dalle cinque.
Qualcuno ha infilato un uccellino morto nel gancio per trainare la macchina. Per forza. Mica può essere andato a morire lì dentro, in posizione perfettamente orizzontale.
E' qualcosa di forte e abbastanza terribile.
Vorrei spostarlo ma non me la sento così decido chelo perderò strada facendo e non c'è bisogno di preoccuparsi più di tanto.
Questo ci rappresenta il presagio inquietante.
Dopo di che salgo in macchina e alla prima curva che infilo, zum, l'auto sfreccia via, assolutamente fuori controllo. Andavo piano ma la macchina fa almeno un paio di giri su se stessa. E io riesco a dire solo -cazzo, maledetto ghiaccio- e non penso a nient'altro. Che potrei ribaltarmi, che potrebbero arrivare altre auto e prendermi in pieno, lì in mezzo alla curva come una trottola. Controsterzo con il volante, aspetto che la giostra si fermi poi ingrano retromarcia e prima sotto gli occhi stupiti di qualche automobilista sopraggiunta.
Una assoluta calma piatta insomma.
Arrivo a scuola, lascio gli occhiali a un bidello, risalgo in macchina, l'uccellino morto non c'è più.
Per fortuna.

mercoledì, febbraio 01, 2006

Babylon

E' venerdì, sera tardi.
Vago senza meta per Londra mentre tutte i semafori passano all'unisono dal verde al rosso, i televisori si spengono, penso a tante cose, immagini che mi attraversano la testa, immagini del passato.
Sono stato cieco sai? Me ne accorgo solo ora.
Sono stato pazzo a non aprire mai davvero il mio cuore a tutto quello che mi circondava, gelosia, amarezza, stoltezza.
Così adesso ho deciso di andare oltre, subito, domani stesso sarò in grado di cambiare la luce dei semafori in una lunga onda verde.
Lascerò che la gente mi scorra attraverso, farò correre la persone come adrenalina nel mio sangue, saranno la mia nuova droga. Sarà davvero tutto diverso.
Solo ecco, mi piacerebbe che tu fossi qui.
L'ho capito ora così chiaramente.
Di avere avuto paura di dirti come e cosa sentivo, di ammettere quel paio di errori imperdonabili che mi era capitato di commettere.
Così pensavo che se ti va di venire qui e prenderti quello che ti spetta, sputando fuori lacrime e tutto il resto, l'amore che stavo cercando di darti, quell'amore che era l'unica cosa a non essere in dubbio ti aspetta.

Lascia che testa e cuore rotolino via, solo questo, e prova a sentire quello che si prova, è una babilonia, una babilonia di emozioni e pensieri.

Domenica, le luci di Londra brillano come mai prima di ora, il cielo si tinge di rosso poi si tuffa nel blu, prendo a calci le foglie autunnali verso la strada di casa e mi domando dove stai andando a quest'ora, dove sei.
Mi sento davvero solo, non posso credere a quanto mi sento solo, salendo le scale mi capita ancora di girare la testa e cercare il tuo volto per vedertisorridere lì davanti a me, anche se non ci sei, non ci sei da un mucchio di tempo ormai.
Ma se ti capita di pensare di volere tutto questo, di volerlo ancora che ti guardi mentre sali le scale con me, sappi che l'amore che ho cercato di darti è ancora lo stesso.
Devi solo lasciarti andare, testa, cuore, mani e piedi, abbandonarti alla mia stessa babilonia di pensieri.